Dopo il congresso (inutile), le primarie: lo Statuto del Pd spossa i candidati

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Dopo il congresso (inutile), le primarie: lo Statuto del Pd spossa i candidati

25 Giugno 2009

Sarà che il Pd nutre da sempre una irrestibile attrazione per le tempeste, perfette o imperfette che siano, e per i bizantinismi. Sarà che un partito dove ogni due persone ci sono tre idee diverse non poteva produrre niente di diverso. Fatto sta che quello di cui si inizia davvero a discutere in queste ore più che un congresso sembra un rompicapo applicato alla politica. Una prova di sopravvivenza regolata (si fa per dire) dallo Statuto che ha disseminato trappole lungo la strada di accesso alla segreteria del Pd.

Qualcuno suggerisce che il percorso a ostacoli sia stato pensato per disinnescare la grande faida e fiaccare l’animus pugnandi delle tante componenti interne, pronte a scontrarsi senza rete nel grande appuntamento di ottobre. Fatto sta che il partito Democratico tenta di archiviare la segreteria balneare di Dario Franceschini e di raccapezzarsi nella giungla delle regole statutarie ma fa fatica a vedere la luce.

L’impresa è improba. Il congresso, infatti, sarà soltanto una sorta di preludio verso le primarie. Uno sfogatoio all’interno del quale si deciderà ben poco. Finite le assise congressuali, infatti, arriveranno le consultazioni popolari tanto care a Walter Veltroni a rimettere in discussione tutto. Un po’ come nel basket, quando finita la stagione regolare si riparte con i playoff.

In pratica gli stessi delegati che verranno eletti al congresso, si riuniranno una volta per la selezione della candidature da sottoporre alle primarie, e poi fine dei giochi. Gli organismi del partito, infatti, verranno decisi dalle primarie, compresa la platea dell’assemblea nazionale che non sarà composta dagli iscritti al Pd eletti nei congressi territoriali, ma sarà formata dagli eletti delle liste, collegate ai candidati a segretario, delle primarie. “Lo scoprite adesso che è così?” dice Pierluigi Bersani. “Io lo dico da mesi. Ma le regole sono queste e ce le teniamo. Per cambiarle, bisognerebbe modificare lo Statuto e per farlo andrebbe convocata l’assemblea nazionale. Non si può fare".

Lo Statuto, d’altra parte, parla chiaro. Alle primarie possono partecipare tutti i simpatizzanti e non solo gli iscritti, a scegliere il segretario del Pd. Lo Statuto del partito approvato il 20 giugno del 2008 è il frutto di una soluzione ibrida, un compromesso tra i teorici del partito ”leggero” e quelli del partito “pesante”, con una prima fase in cui gli iscritti selezionano tra i candidati alla segreteria i primi tre da portare alle primarie, nelle quali votano tutti i cittadini. Lo Statuto prevede che possano candidarsi alla segreteria e sottoscrivere le candidature solo gli iscritti al partito (quest’anno il termine scade il 20 luglio). Per essere ammesse, le candidature a segretario devono essere sottoscritte da almeno il 10% dei componenti dell’Assemblea nazionale uscente (quest’anno composta da 2.850 persone) o da un numero di iscritti compreso tra 1.500 e 2.000, distribuiti in non meno di cinque regioni. Uno sforzo organizzativo che taglia fuori le candidature estemporanee. I candidati dovranno presentare anche una piattaforma politico-programmatica. Risultano ammessi alla seconda fase, cioè alle primarie, i tre candidati che abbiano ricevuto maggiori consensi, purché abbiano ottenuto almeno il 5% dei voti e, in ogni caso, tutti quelli che abbiano ottenuto almeno il 15% dei voti (e la medesima percentuale in almeno cinque regioni).

A questo punto la parola passa a tutti i simpatizzanti che eleggeranno il segretario alle primarie, che dovrebbero svolgersi il 25 ottobre. I guerrieri alla ricerca della segreteria (ieri Franceschini s’è candidato via web) , insomma, staranno pure affilando le armi. Ma rischiano di arrivare già spossati al traguardo.