Dopo il neoliberismo il caos

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Dopo il neoliberismo il caos

Dopo il neoliberismo il caos

25 Giugno 2022

Il neoliberismo, il neoliberismo! Strepita chi riduce da anni l’ordine liberale alla caricatura di Gordon Gekko. “L’avidità è giusta”, diceva il finanziere immaginato da Oliver Stone, “l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo”. Parole che indignano i pikettini alle prese con la critica del Capitale nel XXI secolo, tra un percentile e l’invidia sociale contro il ferrarino.

La stessa retorica anticapitalista l’abbiamo sentita su Margaret Thatcher. “L’economia è il metodo, l’obiettivo è cambiare i cuori”, disse ‘Maggie’ nel 1981 in una intervista al Sunday Times, sposando il progetto neoliberale. Quella frase è stata usata per dipingere la Thatcher come un esempio di individualismo egoistico, “il fondamentalismo del mercato”.

Invece Maggie chiedeva agli inglesi ben altro. Voleva che il suo popolo diventasse responsabile del proprio destino, smettesse di dipendere dai sussidi, lavorasse con accanto famiglie solide e dentro comunità produttive. L’obiettivo era restare grandi.

L’etica del neoliberismo

“La resistenza al New Deal (e alle varietà di socialdemocrazia in Europa),” scrive Jan-Werner Muller su The New Statesman, “è stata giustificata nel nome della moralità, non del benessere materiale”. Vale a dire che alla radice della deregolamentazione neoliberista come reazione allo statalismo dell’epoca precedente non c’è il desiderio vampiresco della rendita ottocentesca di accumulare profitto dal lavoro morto, bensì l’etica dello sviluppo, della crescita e del benessere.

L’idea che la persona umana, qualsiasi siano le sue condizioni di origine, attraverso il merito e il coraggio di intraprendere può migliorare il mondo nel quale viviamo. Invece si confonde il thatcherismo con i film sui broker di Wall Street. Fatta questa lunga premessa, veniamo al punto. Da qualche anno il neoliberismo viene dato per spacciato.

Profeti di sventura?

L’ultimo in ordine di tempo ad affermarlo è lo storico americano Gary Gerstle nel suo The Rise and Fall of the Neoliberal Order: America and the World in the Free Market Era. Gerstle ragiona nel solco gramsciano della egemonia. L’ordine del quale parla è “una costellazione di ideologie, politiche e constituencies che modellano la politica americana in una maniera che può durare cicli elettorali in grado di superare, due, quattro o sei anni”.

Fedele a questo assunto, Gerstle mostra con grande ricchezza di esempi come Repubblicani e Democratici abbiano operato con idee alternative in una cornice, un ordine comune.

Come funziona un ordine politico

L’architetto del neoliberismo Reagan anticipa il suo decisivo facilitatore Bill Clinton (come la predicatrice del revival neo-vittoriano Thatcher anticipa il turbolaburista Blair). La destra dei valori e della famiglia s’incrocia con il cosmopolitismo e le pulsioni egualitarie, pluralistiche del globalismo dem. Gerstle si spinge al limite di questo ragionamento ritrovando nella controcultura degli anni Sessanta l’origine delle startup californiane attuali, la “googlecrazia” dentro Woodstock.

Il tutto annotando sottili contraddizioni: Reagan che per deregolamentare si circonda di burocrati esperti della macchina federale, Clinton che mette mano a un piano di carcerazione di massa che ancora se lo ricorda la comunità afroamericana.

La fine del neoliberismo

Come fa notare l’americanista Mario Del Pero in una recensione al saggio di Gerstle apparsa sul Washington Post, lo storico americano è recidivo. Nel 1989 Gerstle aveva già squadernato l’ordine politico precedente scrivendo The Rise and the Fall of the New Deal Order. Il meccanismo è lo stesso: Roosevelt mette la quinta al New Deal, il repubblicano Eisenhower applica fino in fondo il metodo consolidandolo. In ogni caso, a un certo punto, allora come oggi, il giocattolo di rompe.

Nel caso dell’ordine neoliberale, secondo Gerstle sono due le date del de profundis. La prima è la Grande Recessione degli anni Duemila dopo l’esplosione della bolla immobiliare negli Usa, con i Gordon Gekko che si ritrovano per strada abbracciati allo scatolone con le cose che avevano in ufficio. La seconda è la Guerra in Iraq con l’ideale di rovesciare uno per volta regimi, dittature e autocrazie in giro per il mondo.

La nuova America senza alternative

McDonald’s a Mosca c’è sbarcato. Putin però non si è convertito alle ‘riforme’. Anzi. McDonald’s alla fine ha fatto le valigie. E lo Zar, imbevuto di revancismo antioccidentale, ora propone agli occidentali il suo modello modernista e reazionario. Del Pero in questo senso ha ragione quando chiosa dicendo che Gerstle è un po’ troppo americanocentrico. Nel suo saggio c’è poco spazio al resto del mondo.

Lo storico americano chiude la sua analisi sul tramonto del neoliberismo chiedendosi quale dovrebbe essere l’alternativa, il nuovo ordine postliberale targato Usa. La sinistra socialista di Bernie Sanders e AOC, con la transizione ecologica, il riscaldamento globale, Black Lives Matter offre un modello un po’ deboluccio di nuova America.

Idem con Donald Trump. Con il Don è come se Gekko fosse tornato per quattro anni in scena direttamente alla Casa Bianca. Abbassare le tasse ai ricchi e chiudere le frontiere ai messicani però non sono bastati a creare un nuovo ordine, anzi, anzi l’avventura trumpista si è conclusa con le immagini dell’assedio sovversivo al Congresso.

Il finale aperto

Neanche l’etno-nazionalismo di Trump, come lo chiama Gerstle, ha futuro. Alla fine il saggio di Gerstle somiglia all’Appeso, la carta dei tarocchi che rinvia scelte, decisioni e progetti. Non è tempo di agire ma di muoversi con accortezza, perché se il neoliberismo è finito, nessuno sa come sostituirlo e allora meglio tenerselo un altro po’.

Siamo in un finale sospeso, una specie di cliffhanger che lascia tutti paurosamente curiosi di capire cosa avverrà dopo. Quel dopo però avremmo dovuto immaginarlo prima. Perché tra pandemia, nuove guerre e la sfida posta dai regimi autoritari russo e cinese all’Occidente il rischio è di sostituire l’ordine liberale con il disordine globale. Il caos.