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Mai come loro

Dopo la decapitazione di Pearl, l’Occidente ha normalizzato il Male

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Questa settimana segna il settimo anniversario dell'assassinio di nostro figlio, Daniel Pearl, ex reporter del Wall Street Journal. Recentemente, tanto mia moglie Ruth che io ci siamo posti la seguente domanda: Danny avrebbe creduto che il mondo di oggi si sarebbe rimesso dopo la sua tragedia? La risposta non è stata semplice. Danny era un ottimista, un sincero credente nella bontà del genere umano. Ma era anche un realista e non avrebbe mai permesso al suo idealismo di prendere il sopravvento sulla crudezza dei fatti.

Mai nostro figlio, né tanto meno i milioni di uomini e di donne sconvolti dal suo assassinio,  avrebbero immaginato che, a sette anni dalla sua uccisione, sarebbe emerso, da fonti di agenzia del sud est asiatico, che il suo stesso rapitore, Omar Saeed Sheikh, ad oggi compare tra i possibili ideatori degli atti terroristici indiani, progettati da una cella di una prigione pakistana. Né che il suo uccisore, Khalid Sheikh Mohammed, oggi a Guantanamo, si sarebbe vantato, innanzi alle grida esultanti di sostenitori jihadisti simpatetici, del suo omicidio durante una sessione della corte chiamata a giudicarlo lo scorso marzo 2007.

Né tanto meno avrebbe potuto immaginare che quell'ideologia barbarica sarebbe stata celebrata nelle università europee e statunitensi, alimentando numerose manifestazioni in favore di Hamas, Hezbollah, e gli altri eroi della cosiddetta “resistenza”. E ancora, era assolutamente inimmaginabile che un giovane uomo rapito, il soldato israeliano Gilad Shalit, avrebbe potuto trascorrere 950 giorni in cattività, senza che vi fosse alcuna supervisione sul suo stato di salute da parte della Croce Rossa Internazionale, mentre i leader di tutto il mondo dibattevano sullo status giuridico internazionale da attribuire ai suoi rapitori.

No, nessuno avrebbe potuto immaginare tutto questo. Coloro che, sinceramente, avevano individuato nella morte di Danny un punto di non ritorno nella storia della disumanità dell'uomo nei confronti dell'uomo - come sarebbe diventato in fretta l'utilizzo di innocenti in strumento di propaganda politica, come lo sono diventati lo schiavismo o il sacrificio umano, un'imbarazzante reliquia di un tempo ormai lontano - si sono dovuti ricredere.

Ma in qualche modo quelle barbarie, spesso ammantate dal verbo salvifico di “resistenza”, hanno ottenuto dignità nelle alte sfere delle nostre società. La definizione “Guerra al Terrore” non può essere usata senza il timore di offendere qualcuno. Le società civilizzate, almeno sembra, sono a tal punto assuefatte alla violenza, da aver perso il loro dono di essere disgustate dal male. 

Credo che tutto sia iniziato quando analisti ben intenzionati, presi dallo zelo di trovare soluzioni creative al “terrore”, hanno finito per descriverlo non come un nemico effettivo, bensì  come una tattica. Di conseguenza, il motore primo che alimenta atti di terrorismo, ovvero la licenza ideologica che concede di elevare i propri rancori al di sopra delle norme delle società civilizzate, è stata soppiantata da considerazioni diremo “tattiche” che ci sembrano più gestibili.

Questo atteggiamento rinunciatario ha poi contagiato il mondo politico, come emerge chiaramente dalle parole dell'ex sindaco di Londra, Ken Livingstone. Nel luglio del 2005, costui ha affermato ai microfoni di Sky News che gli attentati suicidi sono una sorta di seconda natura umana. “In una situazione di squilibrio, le persone agiscono di conseguenza”, ha concluso l'ex sindaco di Londra.

Ma per dare un quadro completo del fenomeno, il più chiaro endorsement al terrorismo come legittimo strumento nel negoziato politico, è arrivato dall'ex presidente Jimmy Carter. Nel suo libro Palestine: Peace Not Apartheid, Carter fa appello agli sponsor degli attentatori suicidi: “E' imperativo che la comunità araba, nella sua accezione più ampia, e tutti i più significativi gruppi palestinesi, rendano chiaro che la cessazione di attentati suicidi e altre forme di terrorismo avrà luogo solo quando le norme di diritto internazionale e le finalità ultime della Road Map per la pace saranno accettate da Israele”. Dunque, secondo Carter, gli atti di terrorismo non devono più essere considerati dei tabù, bensì efficaci strumenti in mano ai terroristi per pareggiare quelle che sono percepite come delle ingiustizie.

La logica del discorso di Carter è diventato anche un paradigma dominante nell'opera sibillina tesa alla razionalizzazione del fenomeno terrorista. Alla domanda su cosa avrebbe dovuto fare Israele per fermare i missili di Hamas sparati su civili innocenti, la first lady siriana Asma Al-Assad non ha esitato un momento nel rispondere: “Devono interrompere l'occupazione”. In altre parole, il terrorismo dovrà ottenere i propri dividendi prima di fermarsi.

Ma anche i media hanno giocato un ruolo importante nell'assegnare al terrorismo una certa potabilità. La televisione del Qatar, Al Jazeera, per fare un esempio, continua a fornire allo sceicco Yusuf Al Qaradawi ore di libero esercizio del proprio verbo mentre, intento nel suo vomito ideologico, strombazza la sua odiosa interpretazione del Corano, la sua legittimazione degli attentati suicidi e il suo richiamo alla jihad islamica contro gli ebrei e gli americani.

Poi è arrivato il compleanno di Samir Kuntar, lo scorso agosto 2008, un assassino impenitente che, nel lontano 1979, ha fracassato la testa di una bambina israeliana di 4 anni servendosi del calcio del suo fucile dopo averle ucciso il padre davanti agli occhi. Al Jazeera elevò Kuntar fino alle vette dell'eroismo, con tanto di orchestranti, fuochi d'artificio, e danze di spadaccini, presentandolo a circa cinquanta milioni di telespettatori come un modello della società araba. Nessun grande media occidentale ritenne necessario, allora, dar conto degli sforzi di Al Jazeera di deformare i propri giovani telespettatori attraverso le sembianze di  Kuntar. Al contrario, i vertici di Al Jazeera continuano a ricevere trattamenti “regali” nei più influenti club della cosiddetta "buona stampa" internazionale. 

Alcuni dotti americani e celebri presentatori tv non sono stati da meno, quando sono stati chiamati a fornire le loro analisi sul recente conflitto di Gaza. Bill Moyers ha frettolosamente attribuito ad Hamas una certa legittimità, definendolo un movimento di “resistenza”, accompagnato da un titolo di socio onorario di “Cycle of violence”, un programma televisivo dell'americana PBS. Nella puntata del 9 gennaio scorso, il presentatore Moyers ha spiegato ai suoi telespettatori che “ogni parte di un conflitto ingrassa il circolo  della violenza, tanto che ciò che a uno appare terrorismo può in realtà essere per un altro resistenza all'oppressione”.

Non sazio, ha poi affermato senza alcun ritegno parlando dei credenti nella Bibbia Ebraica che “un Dio intriso di violenza la trasmette geneticamente”. La grettezza che emerge da un programma come “Cycle of violence” permette agli analisti di investire il terrorismo di un'aura di reciprocità per cui, incredibilmente, si può accusare le vittime del terrorismo di una violenza immutabile, addirittura codificata nel loro DNA.

Ci si chiederà cosa ci sia che non va nella psiche collettiva americana, se a un certo punto un'organizzazione a vocazione genocidiaria, come Hamas (il cui manifesto costitutivo offenderebbe ogni neurone del nostro cervello), diventa tollerabile nel discorso pubblico, allora in quel preciso istante dovremo volgere uno sguardo severo alle nostre università e al modo in cui certi luoghi vengono prostituiti dai simpatizzanti dei terroristi.

Nell'università in cui insegno, l'UCLA (University of California, Los Angeles), un incontro pubblico sul tema dei diritti umani si è trasformato in una manifestazione di reclutamento in favore di Hamas, ad opera di un furbo rottame accademico. Il direttore del Centro per gli Studi del Vicino Oriente ha minuziosamente selezionato per l'incontro un grappolo di detrattori di Israele, ognuno dei quali ha concluso il suo intervento affermando, senza ombra di dubbio, che lo Stato ebraico è ad oggi il più grande criminale mai incontrato lungo la storia umana.

L'intento primario dell'evento è stato ancor più evidente la mattina seguente, quando studenti non tacciabili di partigianeria, né tanto meno impegnati politicamente, dando un'occhiata alle colonne del giornale universitario, si sono imbattuti in un articolo dal titolo: “I Professori affermano: Israele viola i diritti umani a Gaza”, a cui era appiccicato il buon nome dell'Università della California. Ed è così che Hamas riporta il suo bottino più prezioso: un altro pezzetto di rispettabilità accademica defraudata, un'altra incursione nelle menti di noi occidentali.

La foto di Danny mi sta di fronte, il suo affettuoso sorriso è lì a confortarmi, come sempre. Ma confesso che ho difficoltà ha guardarlo dritto negli occhi e dirgli: “Non sei morto invano”.

Judea Pearl, Professore di Scienze Computistiche alla UCLA, è presidente della Fondazione Daniel Pearl, nata in memoria di suo figlio al fine di promuovere il dialogo inter-culturale.

Traduzione Edoardo Ferrazzani

 © Wall Street Journal 


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