Dopo la Finanziaria Veltroni pronto a negoziare un governo di transizione

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Dopo la Finanziaria Veltroni pronto a negoziare un governo di transizione

29 Ottobre 2007

Che il Governo Prodi abbia i mesi se non i giorni contati, ormai oggettivamente non fa più notizia. Dopo il battesimo popolare del Pd e l’investitura di Veltroni infatti il refrain di un esecutivo logoro che naviga a vista in balia dei venti e fatalmente prossimo alla deriva ha trovato motivo di condivisione, seppure informalmente e sotto diverse formule all’insegna del politically correct, in diverse fazioni uliviste, perlopiù quelle escluse dal nuovo soggetto politico e quindi in libera uscita dalla vecchia alleanza. Il sommovimento politico in nuce a questo processo è stato da quel momento suggerito e auspicato infatti dagli stessi democrat attraverso la formula della necessità di vernissage della struttura di governo. Messaggio informalmente percepito e recepito dal resto degli attori politici in gioco, creando scompensi al centro attraverso le reiterate sceneggiate di Mastella, le focose bizze parlamentari e non di Di Pietro, nonché una malinconica inquietudine, di piazza e di governo, della sinistra radicale e in particolare di Rifondazione attraverso le “puntuali” esternazioni del segretario Presidente.

Tutti i convulsi accadimenti susseguitisi negli ultimi giorni, e rappresentati in un realismo caravaggesco dal calvario al Senato della maggioranza sul decreto fiscale collegato alla finanziaria, si possono quindi comprendere senza stracciarsi nemmeno le vesti come logiche e naturali conseguenze di quel clima di autunno caldo (a questo punto però evolutosi in grande freddo) già da tempo segnato nel calendario del percorso, da sempre nella forza dei numeri e della politica, parecchio accidentato, dell’esecutivo Prodi.

Dopo la resa dei conti e il cupio dissolvi da rompete le righe tra i gruppi della maggioranza, si tratta ora e nei prossimi giorni di tracciare dunque in tale percorso un sentiero che conduca ad una via uscita, ad un exit game, condiviso e redditizio per le principali forze politiche, e soprattutto in grado di assumere, bloccando un accordo su una delle varie ipotesi in campo, una decisione definitiva su “quando staccare la spina” e su come configurare il dopo Prodi.

Preso atto del superamento di questa agonizzante esperienza le maggiori forze politiche all’interno della maggioranza, ma a guardare bene anche nell’attuale opposizione, cercano quindi di far maturare i propri interessi tirando più o meno la corda in modo da aumentare il proprio potere contrattuale ed acquisire una rendita fruttuosa per l’immediato. Due in sostanza le opzioni in gioco.

Nel primo caso, ipotesi fortemente supportata da Berlusconi e appoggiata a vario titolo, ma non senza riserve di libere e contestuali valutazioni, dagli altri principali partiti della Cdl, si assisterebbe alla rottura cruenta degli attuali equilibri già nella sessione finanziaria, (dissoluzione e ribaltamento della maggioranza alla Camera Alta) con scioglimento anticipato delle Camere e voto anticipato già nei primi mesi del prossimo anno.

Nella seconda delle ipotesi invece si provvederebbe ad una transizione guidata con la formazione di un esecutivo incaricato di modificare la legge elettorale e quindi transitivamente di riformare l’assetto politico e il sistema dei partiti in chiave di maggiore stabilità e verso una migliore e più coerente capacita di governance. Niente di strano in questo secondo caso le urne siano aperte nella primavera del 2009 in coincidenza con le elezioni europee. Ora secondo un’oculata e ragionata considerazione dei sommovimenti in atto delle due la seconda soluzione appare la più verosimile e probabile. È vero infatti che Berlusconi ancora una volta sta mettendo in campo tutta la propria straordinaria carica carismatica politica e attraverso la forza del suo popolo il 14 novembre darà un monito forte al Quirinale per il voto. Inoltre anche sui numeri al Senato è difficile credere che il leader di F.I non abbia le dovute assicurazioni e se queste infine si dovessero avverare ciò gli permetterebbe di assestare già in finanziaria la teatrale spallata, anche in caso di fiducia, con un formidabile riflesso sulla sua leadership.

Tuttavia e d’altra parte l’altro soggetto forte della politica italiana, ovvero Walter Veltroni, checché se ne dica, non ha particolare interesse a correre adesso alle elezioni, giacché appena preso possesso della macchina del suo partito gli necessità del tempo per il rodaggio e per meglio edificare la propria leadership su scala nazionale. Con un voto nel 2008 questi verrebbe poi meno alla solenne declamatoria per cui la nascita del Pd avrebbe salvaguardato l’attuale governo e quindi in un nuova competizione elettorale la consequenzialità tra la sua investitura del 14 ottobre e lo sfaldamento della maggioranza di Prodi si potrebbe rivelare fortemente logorante.

Su un governo di transizione politico istituzionale Walter, già in asse con il presidente della Camera, invece potrebbe contare sull’appoggio del Colle e su sponde trasversali anche, aldilà delle dichiarazioni di intenti, nell’opposizione. Sponde quantomai utili e necessarie per esempio a sciogliere il decisivo nodo della legge elettorale e arrivare alla crisi di Prodi con una indicazione netta sul modello e ancora meglio con l’accordo già negoziato sulla nuova riforma elettorale. In quest’ultimo caso un sistema misto molto vicino a quello spagnolo indicato sino a pochi giorni fa da Stefano Ceccanti, costituzionalista Pd molto ascoltato da Veltroni, potrebbe essere la base di partenza, per superare definitivamente lo stallo politico istituzionale e accantonare Prodi, ma a quel punto anche Berlusconi, all’insegna del leit-motiv “del bene comune del Paese e dell’interesse generale delle riforme”. Amato, ancora più di Marini, potrebbe essere l’indiziato giusto per questo tipo di scenario.