Dopo la lotta per i matrimoni adesso arriva quella per il divorzio gay
22 Luglio 2011
Lo scorso 24 giugno una Lady Gaga – icona gay dei nostri tempi –, commossa davanti alle telecamere di mezzo mondo, esprimeva la sua gioia per l’approvazione della legge che riconosce il diritto al matrimonio omosessuale. Una decisione, questa, di portata storica per la città di New York che fino al giorno prima rigettava le unioni tra persone dello stesso sesso e che ora, invece, diventa di fatto il sesto e più popoloso stato americano ad aprire alle nozze gay, dopo Iowa, New Hampshire, Massachusettes, Connecticut e Vermont. Un passo importante per la Grande Mela dove tante, troppe persone, hanno dovuto fare giri (in chilometri, oltre che legali) rocamboleschi per vedere approvato il loro diritto a infilare la fede ad una persona del loro stesso sesso. Un paradosso nello stato liberal per eccellenza che nel 2009 respingeva seccamente la stessa legge e che fino a qualche mese fa vedeva solo il 37% dei suoi abitanti sostenerne la causa.
Una storia, raccontata sulle colonne del New York Times, può essere emblematica di quali nuovi e controversi scenari hanno aperto i matrimoni gay. Quella di una lesbica che aveva sposato la sua compagna in Vermont, ma poi ha dovuto attendere 7 anni in un limbo giuridico per ottenere il divorzio: non tanto e non solo perché nel frattempo si era innamorata di un uomo che gli aveva dato un figlio ma anche perché si era trasferita a New York prima del 24 giugno, in una città che fino a un mese fa non riconosceva nessuna tipologia di unione omosessuale.
Un grave limite per le due donne, che dopo il fallimento del loro matrimonio non hanno potuto risposarsi e hanno vissuto problematicamente per anni le loro rispettive, nuove, vite affettive. Senza contare i disagi e gli impedimenti giuridici di cui hanno dovuto farsi carico: una delle due partner, non appena ha realizzato che era volontà di entrambe chiedere la separazione, ha contattato la Lambda Legal Defense and Education Fund che a sua volta l’ha condotta all’American Civil Liberties Union, dove è entrata in contatto con Allen A. Drexel, un avvocato che si occupa di questioni familiari molto in gamba che ha preso a cuore il caso rimanendo a fianco della donna per più di sei anni, cercando varie vie legali per risolvere il problema. Ma questo espediente ha inavvertitamente creato un conflitto di interessi che ha impedito che l’altra partner potesse essere assistita da queste organizzazioni. Così, le due donne sono state costrette a vendere la propria casa alla svelta e a firmare un accordo finanziario. Hanno, poi, ottenuto un divorzio ebraico e hanno messo in atto qualsiasi modalità di separazione possibile. Ma non è stato sufficiente. Rimaneva granitica l’’empasse New York’.
Solo lo scorso 15 aprile la coppia, davanti al giudice Jeffrey S.Sunshine della Corte Suprema di Stato a Brooklyn, ha scritto la parola ‘fine’ all’Odissea ottenendo il divorzio, dopo che l’avvocato Allen A.Drexel ha citato altri casi di riconoscimento, da parte dello stato di New York, di unioni civili in Vermont. Questo che abbiamo raccontato è solo uno dei tanti episodi che molte coppie newyorkesi potrebbero raccontare in merito alle "controindicazioni" generate da una legislazione ancora confusa e frammentaria sui matrimoni tra persone dello stesso sesso. In America sono sempre di più gli Stati che riconoscono le nozze gay, la comunità omosessuale statunitense spera che quanto avvenuto il 24 giugno a New York sia un altro passo avanti nelle sue rivendicazioni, ma i buchi giuridici e gli ampi poteri decisionali che i diversi Stati dell’Unione conservano ancora in materia rischiano di creare situazioni critiche come quella che abbiamo raccontato.
