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Dopo la Sicilia fuoco amico su Prodi

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Il “fuoco amico” post-elettorale si abatte su Prodi e compagnia da opposti versanti, con diverse argomentazioni e presumibilmente con ragioni che più distanti non potrebbero essere. Ma non per questo è meno bruciante. Anzi. La disfatta siciliana è piombata sull’Unione come un tornado, nel bel mezzo di trattative sul filo di lana, in piena crisi “familiare”, in uno dei momenti di più forte contrasto con l’opposizione, e a due sole settimane da una tornata amministrativa che di elettori ne vedrà impegnati il quadruplo.

Ed è proprio nel momento del bisogno che gli "azionisti di minoranza" della coalizione di governo lanciano l’affondo. Rifondazione comunista da una parte, che lungi dal desistere dopo il j’accuse di Gennaro Migliore contro Padoa-Schioppa, rilancia schierando in campo il comandante in capo Fausto Bertinotti: “Tocca al governo dare una risposta convincente al problema della giustizia sociale – dice il presidente della Camera –. Ma che questo sia il problema a me non sembra ci siano dubbi”. Antonio Di Pietro dall’altra, che difende TPS e se la prende invece con “la politica assistenziale in periodo elettorale”, un modo di fare “ da vecchia Repubblica che ha rovinato il Paese”.

Ma è Daniele Capezzone, sul terzo fronte, a lanciare l’accusa più dura: “La sconfitta dell’Unione in Sicilia è grave, per le sue dimensioni e per il modo in cui è maturata – afferma il radicale -. Ma ancora più grave è la reazione, il commento: cioè la sconcertante strategia di minimizzazione che, da Prodi a molti altri esponenti dell’Unione, si è scelto di mettere in campo”. Una strategia che evidentemente i maggiorenti del centrosinistra non hanno alcuna intenzione di abbandonare, se a scrutini ormai ultimati Piero Fassino e Massimo D’Alema hanno ancora voglia di lavorare di bilancino, andando a caccia di qualche piccolo progresso o qualche mancata regressione, negando la portata politica del responso delle urne.

“Chi si contenta gode - li sfotte Fabrizio Cicchitto -. Auguriamo al centrosinistra, sia per le imminenti elezioni amministrative sia per le prossime politiche, di realizzare altrettante ‘vittorie morali’ come quella di Palermo”. Il governo “è politicamente morto da tempo”, taglia corto Maurizio Gasparri; è “una nave – scherza Roberto Calderoli – che ricorda sempre più un groviera”. Persino lo stato maggiore dell’Udc, ringalluzzito dai buoni risultati del partito centrista (grazie al traino di Cuffaro), s’è deciso a dar ragione a Berlusconi: “E’ un grande segnale per il governo Prodi – sono le parole del segretario Lorenzo Cesa -, perché non è che quando perde il centrodestra c’è una valenza politica, mentre quando perde il centrosinistra è un fatto locale”.

L’Orlando furioso intanto combatte, da solo. Insiste a denunciare presunte irregolarità, annuncia battaglie legali e la costituzione spontanea di un pool di avvocati, assicura che “senza questo sistema di brogli e clientele oggi saremmo qui con un altro sindaco” (complimenti al baro, se è riuscito a spostare l’8% dei voti), addirittura propone “una commissione d’inchiesta sulla libertà di voto nel Mezzogiorno d’Italia”. Se l’inchiesta debba riguardare anche le elezioni comunali del ’93, quando Leoluca Orlando Cascio divenne sindaco di Palermo col 75% dei voti, non è dato sapere. Ma dopo quasi ventiquattr’ore di veleni e sospetti è Roberto Giachetti, deputato dell’Ulivo, a rompere gli indugi e dire ciò che tanti insieme a lui in queste ore stanno pensando: “Alle volte bisogna solo essere capaci di saper perdere, senza se e senza ma…”.

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