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La prossima seconda 'i' nell'acronimo Bric

Dopo l’ascesa di India e Cina, in Asia sarà presto il turno dell’Indonesia

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L’Indonesia è una delle mete preferite dell’amministrazione americana. Il segretario di Stato Hillary Clinton ci è stata due volte in meno di 24 mesi. Nel novembre 2010, trentanove anni dopo averla lasciata, dove  visse per quattro anni, Barack Obama  ci è tornato da presidente degli Stati Uniti. Per l’inquilino della Casa Bianca,  "Qui l'Islam convive con la democrazia". Ma non si tratta solo a ricostruzione dei rapporti tra America e comunità.

L’Indonesia è un paese chiave. E’ la più grande e popolosa nazione musulmana del pianeta, una democrazia pluralista, è l’arteria fondamentale dei commerci marittimi del Far East. Ricca di risorse naturali sembra non aver subito i contraccolpi della crisi economica. Per questo è sempre più corteggiata: dagli Stati Uniti, amici tradizionali fin dai tempi della dittatura anticomunista di Suharto ma anche dalla Cina. Washington è uno storico alleato degli indonesiani. Con catena il presidentissimo l’arcipelago era un baluardo contro l’espansione sovietica: roba da guerra fredda.

Adesso l’Indonesia fa parte di quella cintura di sicurezza costruita dagli americani nel Pacifico per frenare le mire espansionistiche della Cina. I rapporti con Pechino sono più complessi. La consistenza minoranza di etnia han che vive in Indonesia è stata spesso fatta oggetto di discriminazioni e violenze. Ma sono i numeri a dare l’esatta dimensione dei rapporti tra Pechino e Jakarta. La Cina è generalmente il primo partner economico delle nazioni del Sud-Est asiatico. Invece, nel 2010 la Cina è stato solo il quinto partner commerciale degli indonesiani. Guardando la carta geografica si capisce perché l’arcipelago sia un partner così ambito.

Lo stretto di Malacca, situato tra Indonesia, Malesia e Singapore, costituisce un punto di passaggio nevralgico a livello geopolitico, economico e strategico, in quanto mette in collegamento l’Oceano Indiano al Mare Cinese Meridionale e all’Oceano Pacifico. Il controllo dello stretto è vitale per la politica energetica cinese. Le strategie di sicurezza di Pechino non possono prescindere dalla necessità di approvvigionamento energetico e dalla priorità di acquisire il controllo sulle rotte navali. Oltre il 60% degli idrocarburi che alimentano la vorace economia cinese passano da Malacca. Tutto ciò pone non pochi problemi se si considera la superiorità navale statunitense nel Pacifico, che espone Pechino all’interdizione di queste rotte da parte degli Usa.

Ma l’Indonesia non è strategica soltanto perché al centro delle autostrade del mare che regolano il flusso di materie prime. L’ex-colonia olandese è un promettente mercato per l’asfittica economia mondiale e ha tutte le carte in regola per entrare a far parte dell’esclusivo club dei BRIC. E’ la più grande economia del dinamico Sud-Est asiatico, un gigante che deve però imparare a camminare da solo. Colpito duramente dagli effetti della crisi asiatica del 1997-1998, il Paese ha saputo riprendersi, rilanciando la propria economia e varando un vasto piano di riforme. L'Indonesia resta un Paese dalle tante contraddizioni. Dalla povertà delle campagne, dove si vive con cinque dollari al giorno alla nascente e rampante middle class, che nelle grandi città arriverà a 150 milioni di persone entro il 2014.

Secondo le stime dell’Asian Development Bank solo nell'ultimo anno l'economia è cresciuta di oltre il 6% e gli analisti finanziari scommettono che l'Indonesia tra 20-30 anni sarà un paese protagonista dell'economia mondiale. Ma a due condizioni. La prima è che garantisca stabilità al sistema politico. Gli attacchi terroristici di matrice islamica sono sporadici ma il rischio esiste. A gennaio sette ragazzi sono stati arrestati con l’accusa di aver pianificato un attentato terroristico. Secondo: dovrà trovare la formula per trasformarsi, da un'economia basata sullo sfruttamento delle materie prime (olio di palma e carbone per primi), in una costruttrice di infrastrutture e con sistema di welfare che tuteli anche quel 15% della popolazione che vive in condizioni di sussistenza.

 

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