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Dopo le minacce di Putin l’Europa si scopre unita

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L’effetto forse più insperato delle minacce di Putin è la solidarietà ritrovata tra i leader europei in attesa di incontrarsi in occasione del G8. Tutti i grandi, da Sarkozy alla Merkel e perfino alcuni piccoli euroscettici come Ungheria o Repubblica Ceca hanno replicato a Putin parlando di "difesa dell’Europa" e di minacce europee e non di minacce rivolte ai singoli Stati Membri.

Una solidarietà resa forte dalla linea politica dettata da Angela Merkel che ha ritrovato un’intesa con gli Stati Uniti capace come un tempo di resistere alle intimidazioni della Russia. In un clima da "ritorno alla guerra fredda" in cui termini quali "disarmo unilaterale" e "imperialismo statunitense" tornano in voga nell’intervista rilasciata da Putin, l’Europa come in passato si stringe all’America riscoprendo debolezze mai superate quali il problema della difesa europea.

C’é poi un problema che va oltre ai singoli termini. Anche in un contesto di fine guerra fredda una cosa è parlare di difesa dell’Europa, altra cosa è parlare di difesa europea. La prima, almeno secondo l’opinione dei più é già assicurata da una NATO seppur riformata  e allargata  -  da Pratica di Mare in poi -  ai vecchi nemici di un tempo. La seconda, a oggi assente, avrebbe invece il difetto di non garantire lo stesso livello di sicurezza perché priva degli americani. Ma allora resta vivo come un tempo il dubbio di allora: perché fare qualcosa al di fuori della NATO e quasi in concorrenza con essa per difenderci da nemici nuovi quali il terrorismo internazionale? Perché non continuare a riformare la NATO, non rafforzarla al suo interno, non potenziare gli organismi già esistenti nell’Alleanza che si occupano di standardizzazione di armamenti?

Nel mondo bipolare nessuno in Europa occidentale pensava seriamente di sostituire l’ombrello nucleare americano con altri tipi di ombrelli, quali ad esempio quello anglo-francese. Tra il 1952 ed il 1954 quando si pensava che l’Europa avrebbe visto nascere la Comunità europea di difesa poi affossata dal voto congiunto di gollisti e comunisti del Parlamento francese si pensava anche che in pochi anni si sarebbe arrivati alla Federazione europea. Con il crollo del muro di Berlino gli europeisti avevano ricominciato a sperare ma il  timore gallico della rinascita di un nazionalismo pangermanico ebbe la meglio su quanti volevano ancorare la Germania al carro europeo attraverso una difesa comune.

L’ultima crisi europea poi – nata tra Amsterdam e Parigi – oltre a ridimensionare le conquiste sovranazionali e a ripiegare l’Europa su se stessa mostrò agli euroconvinti tutta la fragilità del sistema. Sembrerebbe dunque il momento meno adatto per parlare di qualcosa di cosí ambizioso come la difesa europea. Ma se vogliamo realmente difenderci e non solo essere difesi dal ricatto sovietico qualcosa da fare rimane. Rimane dal passato. Chi ricorda l’atto Genscher-Colombo (1981), una iniziativa volta a rafforzare la cooperazione di politica estera tra i paesi membri della CEE aggiungendo la possibilità di discutere di sicurezza internazionale ricorda anche lo scetticismo franco-britannico che fece sfumare il tutto nel vago. Oggi si può affermare che l’importanza di quello sforzo, cosí come per altri versi è stata la dichiarazione di Berlino, fu un atto simbolico. Ma l’Europa se vuole difendersi dalle possibili minacce nucleari di Paesi quali l’Iran deve andare oltre le gesta simboliche.

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