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La corsa delle primarie repubblicane

Dopo l’uscita di Christie e della Palin, la strada è in discesa per Mitt Romney

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Sembrano essere tutti concordi: è il momento di Mitt Romney. Quando all’ex governatore del Massachusetts è giunta la notizia che Chris Christie, attuale governatore dello stato del New Jersey, non aveva intenzione di candidarsi per le presidenziali del 2012, il 64 enne Romney è riuscito a stento a trattenere un sorriso di gioia: “Christie è un eccellente servitore dello Stato”, si è limitato a commentare.

La realtà però è diversa: tolto di mezzo Christie la strada di Romney verso la nomination repubblicana sembra quasi del tutto spianata. L’informatissimo sito di gossip presidenziale, Politico.com, ha scritto che a poche ore dall’annuncio di Christie, lo staff di Mitt Romney è stato sommerso di telefonate. Volevano tutti parlare con il futuro candidato repubblicano, anche i più noti sostenitori dell’elefante a stelle e strisce, che fino al momento delle fatidiche parole di Christie avevano sperato che i repubblicani cavassero fuori un candidato diverso da Mitt Romney.

Sempre Politico rivela che Ken Langone, il fondatore del gigante americano, Home Depot, prima infervorato sostenitore di Christie, ha alzato la cornetta per confermare il suo sostegno (soprattutto finanziario) all’ex governatore del Massachusetts. In una conversazione con l’Occidentale, Gerald Rosenberg, politologo dell’Università di Chicago, confessa di “essere sicuro” che Romney vincerà la nomination presidenziale. “E’ il tipo di persona di cui nessuno è mai interamente convinto, è il male minore che alla fine molti si rassegneranno a scegliere. Romney è un repubblicano moderato e fa presa sui più pragmatici e quelli ancora indecisi che nella prima fase della campagna elettorale rimangono sempre più silenziosi, ma che alla fine sono quelli che fanno la differenza”.

I capricci e le temporanee isterie dei media americani degli ultimi mesi sono la dimostrazione dell’idea di Rosenberg. A intermittenza, infatti, i giornali si sono innamorati - non necessariamente per sostegno politico - di un candidato. Prima elogiandolo, spiattellando la sua foto sulle prime pagine e sulle aperture dei siti Internet. Poi, d’un tratto, ammonendo il pubblico delle incognite dello stesso candidato, così da farlo velocemente decadere dallo status di beniamino.

Tale è stata, per esempio, la fugace ossessione di inizio estate per la senatrice del Minessota, Michele Bachmann; poi ancora quella per il governatore del Texas, Rick Perry, che qualche giorno fa è stato portato alla ribalta per la scoperta che il suo ranch si chiama ancora “Niggerhead”, tradotto letteralmente “testa di negro”. La conseguenza è stata inevitabile: Perry si è trasformato, in poco più di un mese, da salvatore a mediocre oratore e razzista. Analogo discorso riguarda l’effimera frenesia della scorsa settimana che si è esaurita, tutto d’un fiato, intorno al personaggio Chris Christie.

“Il problema – continua Rosenberg - è che i repubblicani più attivi politicamente e che fanno più clamore sono quelli che appartengono alle frange repubblicane più conservatrici e da cui scaturiscono i candidati più a destra, quelli che ci fanno assistere a scene come la preghiera di Rick Perry allo stadio Reliant di Huston, in Texas, davanti a trentamila persone”.

Così, con l’uscita di scena di Christie e il rilancio di Romney, si è giunti all’inizio della vera campagna elettorale. Lo stato del New Hampshire, ha annunciato la scadenza ultima per presentare la propria candidatura per il prossimo 28 ottobre, mentre l’attesissimo e fondamentale “show-down” dell’Iowa – tradizionale inizio della vera campagna elettorale americana - è stato anticipato di qualche giorno: la data precisa non è ancora confermata, ma il quotassimo sito Redstate indica la prima settimana di gennaio come data più probabile.

A favore di Romney gioca anche l’anticipo delle tempistiche elettorali e il fatto che Sarah Palin, ex governatrice dell’Alaska, abbia annunciato di non voler correre per la nomination in campo Repubblicano. Come sempre cambiamenti repentini non possono essere esclusi, ma come ha scritto l’ottima rivista americana The Atlantic: è arrivata l’ora che inizi una campagna elettorale “vera”.

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