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Una campagna d'odio ingiustificata

Dopo tante critiche, alla Fornero spettano anche qualche merito e simpatia

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Chi ha avuto la pazienza e la cortesia di seguire (e magari anche commentare) le mie rubriche del lunedì non può non riconoscermi onestamente di non avere mai risparmiato severi giudizi per le riforme che il ministro Elsa Fornero ha voluto intestarsi.

Del riordino delle pensioni ho criticato l’eccessiva severità nell’inasprimento dei requisiti, quando sarebbe bastato far evolvere il sistema delle quote (età anagrafica + requisito contributivo) a cui il governo precedente aveva aggiunto la c.d. finestra mobile e l’aggancio automatico all’attesa di vita.  Quell’impianto aveva un solo aspetto da rivedere: la possibilità di andare in quiescenza con 40 anni di versamenti a prescindere dall’età anagrafica. Sarebbe stato sufficiente aggiungere un vincolo  di età per risolvere il problema ed impedire che decine di migliaia di persone potessero accedere al trattamento pensionistico prima di aver raggiunto i sessant’anni.

Il guaio dei c.d. salvaguardati  non ha una motivazione diversa dalla seguente: l’accelerazione dell’età di pensionamento, nella riforma,  non si è fatta carico di assicurare una ragionevole fase di transizione. E non si verrà mai a capo del problema  degli <esodati> (i media insistono nell’usare questa definizione di carattere parziale per rappresentare l’intera platea di coloro che rischiano di trovarsi, per diversi motivi, senza lavoro, senza protezione sociale e senza pensione nei prossimi anni) se non si troverà il coraggio di rivedere l’impianto della riforma rendendo i requisiti dell’innalzamento dell’età pensionabile più flessibili e graduali. In caso contrario, si continuerà a mantenere in piedi solo la facciata del sistema pensionistico, tanto arcigna da spaventare persino i tedeschi, mentre tutti i governi dei prossimi anni saranno assillati dalla richiesta di deroghe per decine di migliaia di persone all’anno che accamperanno qualche buona ragione per rivendicare il diritto di andare in pensione con i requisiti vigenti prima della riforma Fornero. Così avremo ancora una volta la prova che da noi la regola rimane quella del ‘‘summum ius, summa iniuria’’. L’operaio edile dovrà arrampicarsi sulle impalcature fino a 66 anni e più, mentre il postino, che ha accettato la proposta di esodo, magari intorno  ai 57-58 anni,  finirà per ottenere l’accesso alla pensione con le vecchie regole, in base alle quali aveva concordato l’incentivo. 

Quanto, poi, al disegno di legge sul lavoro (ormai in procinto di essere licenziato in via definitiva dalla Camera senza modifiche al testo del Senato per consentire a Monti di esibirlo al vertice europeo del 28 giugno)  è mia opinione che quel complesso di norme produrrà meno occupazione e più licenziamenti e creerà non pochi problemi alle imprese, in una fase di grande difficoltà come l’attuale, perché il mercato del lavoro diventerà più rigido.

Tutto ciò premesso, potrà sembrare strano, ma non riesco a non provare simpatia e solidarietà per Elsa Fornero, la donna che sta contendendo l’intensità delle campagne d’odio persino al Cavaliere.  Mi impressiona il disarmante coraggio con cui difende le sue scelte. Un coraggio che l’ha portata persino a dialogare con la Fiom e con i lavoratori ad essa iscritti. Domani e mercoledì, prima al Senato, poi alla Camera, si accorgerà che le tute blu hanno modi ben più signorili e garbati dei rappresentanti del popolo. Tanti senatori e deputati, se dovessero spiegare quali siano le differenze tra un esodato ed un soggetto in prosecuzione volontaria, non saprebbero che dire. Eppure pontificheranno rumorosamente, perché è proprio quando  mancano gli argomenti che il linguaggio dei politici diventa più violento. E il  superpresidente del SuperInps, Antonio Mastrapasqua, troverà nelle Aule del Parlamento tanti difensori, magari tra gli stessi che poco più di un mese fa lo criticavano, nel dibattito su di una specifica mozione a Montecitorio,  per essere lui <un solo uomo al comando> di un ente così importante per dimensioni e risorse da gestire.

Di Fornero ci convince il suo prendere le distanze da un atteggiamento tutto italiano che ritiene normale smettere di lavorare prima di aver compiuto sessant’anni, ponendosi, in qualche modo, a carico della collettività; che confonde le aspettative di  fatto con i diritti delle persone. Non sappiamo che cosa dirà Elsa Fornero domani e mercoledì. Vi sono però talune circostanze  inconfutabili. Nessuno, oggi, a causa della sua riforma, è rimasto senza stipendio, protezione sociale o pensione. L’attuale quadro di garanzie (per un costo complessivo di 5miliardi) è operante per coloro che si troveranno in condizione di necessità fino a tutto il 2013 (per costoro il numero di 65mila è vicino alla realtà). Non ha senso, quindi, impegnare ora (in un Paese che riesce a destinare, a fatica, appena un miliardo allo sviluppo economico) un’ulteriore dozzina di miliardi per assicurare il pensionamento, secondo le previgenti regole, a favore di quanti si presenterà il problema a partire dal 2014.

Ma c’è un’altra considerazione parallela da svolgere: in un Paese, come l’Italia, a rischio di incorrere in quel default che renderebbe incerto anche il pagamento degli stipendi e delle pensioni, non sembra proprio giustificato agitarsi tanto per blindare, già adesso, le regole con cui gli esodati andranno in quiescenza tra qualche anno.

 

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3 COMMENTS

  1. La riforma possibile
    Egr.On. Cazzola, molto spesso non corcordo con le sue considerazioni , questa volta pero’ condivido pienamente il fatto che bisogna ‘razionalizzare’ una riforma delle pensioni che è stata configurata come una ‘punizione globale’ delle classi degli anni ’50. Moltissimi di questi lavoratori hanno versato parecchie centinaia di migliaia di euro e non pichi cifre intorno al milione e si sono trovati con un pugno di mosche (almeno per ora). Secondo me una via seria sarebbe sia quella di intervenire sulle pensioni in essere portando quelle di livello elevato (5-10 volte il minimo INPS) verso un sistema contributivo, sia quella di riconsiderare le pensioni erogate a fronte di pochi anni di contributi ( meno di trent’anni per esempio) e mantenerne/ ridurre l’erogazione con un meccanismo tipo ISEE per cui se il reddito familiare è adeguato evitiamo di regalare soldi ai ricchi (vedi baby pensione pagata alla moglie di Bossi).
    Per le pensioni ‘anni ’50’ si potrebbe dare a tutti (maschi compresi) l’opzione contributiva , garantendo in tal caso, l’adeguamento dell’assegno futuro alla crescita del PIL nominale e non solo all’inflazione. Da non esperto mi fermo a questi due semplici contributi , se ci si mettesse d’impegno in un clima di rispetto e serenità si troverebbero molti altri spunti di equità, ma anche di risparmio .
    Infine sulla Fornero non condivido la sua simpatia. Forse è la differenza tra Regno di Piemonte e Repubblica Veneta, ma dall’attuale ministra mi sono sentito trattato come suddito e non come cittadino consapevole; probabilmente , fatte le debite proporzioni, si dovevano sentire così i fanti sacrificati quasi 100 anni fa dai generali a Caporetto e sul Piave, e questi generali (Cadorna, Badoglio Capello) erano quasi tutti piemontesi….

  2. Poveri noi
    Amici de l’Occidentale, che almeno vi sforzate di avere una posizione sottilmente eretica in quel calderone conformistico che oggi è il Pdl… avevo inviato questa mia riflessione a commento di un pezzo che non vedo più in linea. La ripropongo qui con la speranza che possa essere letta da quei pochi conservatori rimasti nel centrodestra e che non sanno più a quale santo votarsi.

    Disse un tempo Winston Churchill: “Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio.” Viene in aiuto Flaiano: “La situazione è tragica, ma non è seria”. Quale migliore commento all’Italia di oggi, vista da destra?

    Negli ultimi anni, in Italia, è nata una “nuova destra”, uno zoccolo duro di fedelissimi del Cav. che si è consolidato grazie alla propaganda dei quotidiani di area-Pdl: il Giornale di Feltri e Sallusti, Libero di Belpietro e Bechis, Il Foglio di Ferrara, il Tempo di Sechi. E’ quel pubblico che oggi voterebbe Berlusconi anche se si mettesse a capo di “Forza Gnocca”. Quel partito che avendo già messo in conto una sconfitta con la sinistra si è intestato una partita tutta sua, che sa solo di livore, in campo internazionale, contro la Germania.

    Questa destra ridicolmente nazionalista, perché nel sottofondo leghista, questa destra baluba “no euro”, questa destra rozza, estremistica e padronale, espressione di un libertarismo non progressista, ma non per questo meno pericoloso, volto ad esaltare gli atteggiamenti più egoistici e meschini del suo elettorato. Questa destra che è riuscita a fare la caricatura della caricatura dell’Italia, ovvero a specchiarsi nell’Italietta di Alberto Sordi, quella per cui eravamo spesso mal considerati e talvolta persino spernacchiati in altre parti d’Europa.

    Altro che primarie, questa destra è tutta una iattura. Per il Paese, per la sinistra e per la destra (quella vera) che non c’è e che in simili condizioni mai potrà nascere. E’ necessario che la finta destra di Alfano e Santanchè sia sconfitta, perché al suo posto nasca una destra seria, supportata da giornali seri e una classe dirigente seria. Un partito cattolico ma non clericale, conservatore senza preclusioni verso il progresso, liberale senza accenti libertari o squallidamente libertini. Un partito democratico anziché carismatico, più elitario che bonapartista. Ma pensare ad un partito del genere, nell’Italia di oggi, con la destra di Marysthell Polanco che si traveste da D’Alema, è pura utopia. Viviamo in paese sfaldato, atomizzato, in cui a prevalere sono le posizioni più balzane, estreme, sguaiate, superficiali, inconcludenti… burlesque! Un partito di destra servirebbe appunto per invertire la rotta, non per assecondarla. Poveri noi.

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