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Dopo ‘Ultimo’ e Mori, ora tocca a Contrada

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Martedì 15 gennaio, il Tribunale di sorveglianza di Napoli, come già aveva fatto quello di Santa Maria Capua Vetere, rigetta la richiesta di scarcerazione di Bruno Contrada, l’ex funzionario di polizia e Sisde, condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. L’ex capo della squadra mobile di Palermo è ritenuto sufficientemente in salute per rimanere nel carcere militare e scontare la sua pena, accusato, secondo una sentenza passata in giudicato, da molti pentiti che lui stesso aveva perseguito, di essere ‘a disposizione’ di Cosa Nostra, in spregio a decine di testimonianze a lui favorevoli di capi della polizia, prefetti e questori.

Per ironia della sorte il pronunciamento dei giudici napoletani viene emesso il giorno in cui ricorreva il quindicesimo anniversario della cattura di Salvatore Riina. Quel 15 gennaio 1993 l’inafferrabile capo dei capi andava a messa indisturbato, nonostante la caccia che lo Stato gli dava da più di trent'anni.  La sua latitanza finì quando due macchine si materializzarono dall'ombra, lo affiancarono al semaforo e un uomo lo tirò fuori dalla sua Citroen ZX bianca dichiarandolo in arresto. Di quell'uomo nessuno conosce il volto, pochissimi il nome, tutti il nome di battaglia: Ultimo. Ma come si è sdebitato lo Stato con questo ufficiale dei carabinieri, associato dalla gente al viso di Raoul Bova, che aveva messo in ginocchio uno dei boss più  inafferrabili e sanguinari, servendosi di pochi uomini invisibili, considerati scarti dall'Arma? Rinviandolo a giudizio (e poi assolvendolo da ogni accusa nel febbraio 2006) per il sospetto, pesante come un macigno, di aver favorito i picciotti che, poco dopo l’arresto di Riina, ripulirono il covo di via Bernini a Palermo  per conto del loro capo appena catturato. Tutto questo dopo che Crimor, l’unità speciale del R.O.S, era stata sciolta e Ultimo era stato promosso a salvaguardare le virtù dell’ambiente al Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma.

Non è andata meglio al prefetto Mario Mori, ex capo del Servizio segreto civile, che ai tempi della cattura di Riina era il generale del R.O.S che coordinava l’operazione. Mori, oltre ad essere coimputato con Ultimo nello stesso processo per la mancata perquisizione del rifugio di via Bernini, è attualmente coinvolto in un’altra indagine della Procura di Palermo che, concludendo le indagini su di lui lo scorso 4 gennaio, si appresta a chiederne nuovamente il rinvio a giudizio, con l’accusa di aver agevolato Bernardo Provenzano ed altri mafiosi che ne gestivano la latitanza, tra i quali Nicolò La Barbera e Giovanni Napoli, a sottrarsi alle ricerche e ad eludere le investigazioni dell'autorità.

In Italia non c’è pace per chi ha combattuto la mafia.

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