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Draghi fa fischiare le orecchie a Fassino (e a molti altri)

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“Un sistema finanziario moderno non tollera commistioni tra politica e banche. La separazione sia netta: entrambe ne verranno rafforzate”. E’ questa l’affermazione più significativa della 21 pagine delle Considerazioni finali lette oggi dal Governatore Mario Draghi. E a chi si chiedeva se “Abbiamo una banca?” devono essere fischiate le orecchie.

Ma questo è solo il gran finale di una girandola pirotecnica in cui il Governatore non ha lesinato richiami duri e impietosi alle carenze dell’assetto istituzionale del nostro sistema che continua a zavorrare l’attività produttiva nel nostro paese. Cercando di sintetizzare Draghi ha detto che la ripresa che abbiamo registrato lo scorso anno e che prosegue questo anno è dovuto al traino della domanda estera, proveniente soprattutto dalla Germania. Tuttavia, vi sono indizi che un processo di ristrutturazione del nostro sistema produttivo è stato avviato già da qualche anno. Resta comunque il divario di produttività con gli altri principali paesi industriali, nostri concorrenti. Per chiudere tale divario occorre completare con urgenza le riforme strutturali che rafforzino la meritocrazia  e aprano i mercati alla concorrenza.

Il sistema dell’istruzione è prioritario.  Nella scuola “la mobilità ha scarso legame con le esigenze educative con meriti e capacità”. Manca un efficace sistema di valutazione delle scuole.  Non difettano invece le risorse che in Italia sono più elevate che nella media dei paesi europei, rapportate al numero degli studenti. Insomma, si spende molto, ma male. Per l’Università la diagnosi non cambia:“importanti interventi degli anni passati, dall’autonomia finanziaria alla valutazione della qualità della ricerca, attendono di essere portati a termine”.

Il quadro della giustizia civile delineato da Draghi è disastroso: “I procedimenti di lavoro nel primo grado di giudizio durano da noi in media due anni, un anno in Francia, meno di sei mesi in Germania”. Come la scuola, le disfunzioni della giustizia non dipendono tanto da una carenza relativa di risorse, quanto da difetti nell’organizzazione e nel sistema degli incentivi. Nella Pubblica amministrazione in generale occorre un trattamento economico differenziato, in parte fondato sulla produttività. Nei servizi pubblici locali occorre proseguire nel processo di liberalizzazione avviato negli scorsi anni. Purtroppo, osserviamo noi, la recente conclusione della vicenda del contratto del pubblico impiego o le polemiche che travagliano questo governo sui servizi idrici che devono essere sottratti alla logica di mercato non vanno certo nella direzione auspicata dal Governatore. Infine, sul piano istituzionale, occorre rimettere mano al processo decisionale condiviso tra Stato e Regioni derivato dalla riforma del Tiolo V della Costituzione, un bel ricordo lasciato in eredità dal precedente Governo di centro sinistra.

Non sono mancati i richiami più “tradizionali” di politica economica. La pressione fiscale è la più alta in Europa, dopo la Francia. Livello eccessivo del prelievo, variabilità e complessità delle regole fiscali scoraggiano l’investimento in capitale fisico e umano; rendono più onerosa l’osservanza delle norme. Solo riducendo stabilmente la spesa corrente si può comprimere il disavanzo e abbattere il debito senza aggravare ancora il carico fiscale.

Merita infine di essere segnalato che tra le righe Draghi non sottovaluta il rischio di contrasti intergenerazionali che potranno derivare se non si riforma il sistema previdenziale. “Nel 2005 vi erano 42 ultrasessantenni per ogni cento abitanti in età di lavoro. Ve ne saranno 83 nel 2040. A noi la scelta se abbattere il peso del debito nei prossimi dieci anni, o aspettare: accettando però profondi cambiamenti nel sostegno che la società sarà in grado di assicurare ai più deboli”.  Un tema questo, su cui si misura la qualità della classe politica che ci dirige.

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1 COMMENT

  1. Indipendentemente dal
    Indipendentemente dal memorabile “Abbiamo una banca” è un dato di fatto che i maggiori esponenti delle maggiori banche italiane abbiamo partecipato alle primarie dell’Unione e abbiano più volte attestato la loro appartenenza politica in quel senso. D’altra parte si possono considerare realmente privatizzate banche che di fatto sono di proprietà delle Fondazioni bancarie cioè organi squisitamente politici ? E ancora, anche Draghi appartiene come tutti in quel settore allo stesso giro ovvero Goldman Sachs et similia, anche loro attestanti fedeltà Uliviste esattamente come molti del giro di Prodi. Tutto normale per gli standard liberisti, democratici ed occidentali ?

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