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L'analisi

Draghi, l’uomo dei ponti

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Per un’architettura europea razionale e definita, luogo in cui il pensiero occidentale si è organizzato nei secoli e deve continuare ad organizzarsi, per la conservazione di valori imprescindibili e un rinascimento culturale e perché questa rinnovata cultura venga trasmessa agli eredi della socialdemocrazia, qui fin’ora prodotta, restano in dubbio non certo le fondamenta, quanto piuttosto una visione per un futuro restauro certamente necessario. Rinunciare totalmente ai nostri schemi o volerli distruggere sarebbe non solo ingiusto, ma disorientante. Servono però riforme e visioni chiare, in Italia e in Europa.

Pensiamo al discorso pronunciato da Mario Draghi in occasione del grande meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, che ha sollevato polemiche di parte, ma ampi apprezzamenti da molti più fronti.

Resta inequivocabilmente un affondo alla politica di incertezza generale, che noi oggi stiamo vivendo e alla sua totale destrutturazione, soprattutto quando rivolgiamo lo sguardo all’Italia.

Il cambio di passo che impone l’ex Presidente della BCE, per un’Italia in Europa e per un’Europa con l’Italia, parrebbe lasciar intendere una ferma convinzione sulla necessità, non più procrastinabile, di lasciar finalmente spazio ad una politica, -tempio del fine morale ed etico della società organizzata-, in cui conoscenza, coraggio ed umiltà siano le tre indispensabili qualità per esercitare il potere, ed aggiungerei realismo politico.

Certo, come ci fa anche notare Giuseppe Sacco, sempre su queste pagine, parrebbe che a vincere sia la narrazione da mainstream, in cui Draghi “ritorna il sé stesso di una volta”, l’allievo di Caffè, italiano, patriota, oppure, altra narrazione, un Draghi coerente col manuale del buon liberista in cui “ si privatizzano i profitti in tempo di pace e si socializzano le perdite in tempo di guerra”, l’unico LibLab rimasto in campo, come ne dice Sansonetti nel suo editoriale comparso sul Il Riformista, all’indomani della lettera di marzo dell’ex Presidente al Financial Times.

Ritengo che non siano credibili né le ovazioni in curva per un Draghi “salvatore della Patria”, né le critiche sul presunto novello Keynes.

Draghi si presenta a Rimini intriso di pragmatismo e realpolitik, si presenta con un monito e delle indicazioni, non con un programma, è e vuole essere riformista, da vero liberale, da profondo conoscitore della cosa europea e italiana e quindi, uscire fuori dagli schemi passati per un rinnovo che vada oltre le narrazioni estreme fin qui condivise o meno da euroscettici e non.

Resta insindacabilmente l’unico personaggio in grado di librarsi oltre la sinistra che oggi si è fatta pesante, imbragata nella confusione di zavorre posticce e una destra che, in parte ottusa, si dimostra riluttante ad essere pensante: lo scopo finale sarebbe quello di riposizionare la politica nel suo alveo elettivo, ovvero quella condizione etica e morale da cui prescindere per una politica, e per un’economia, di un Paese che si rispetti come l’Italia.

Draghi, ineccepibile in BCE, obiettivamente parlando, utilizzando gli strumenti a lui familiari e a sua disposizione, ovvero quelli finanziari e non istituzionali, ha dimostrato egregiamente di sapersi muovere in ambito finanziario compiendo il suo dovere per gli abiti che andava indossando e ottenendo grandi risultati in momenti altrettanto critici per l’economia mondiale. Aggiungo, da “gentil patriota” quale l’ho sempre ritenuto, – ovvero un gentleman molto italiano prestato a dirigere il cordone di banche in testa all’Europa-, che mai si è dimenticato del suo Paese, nonostante il suo ruolo super partes, in quelle stesse banche che hanno declassato, per mezzo della finanza, la politica del nostro continente, suscitando così diffuso malcontento.

Un personaggio che conosce bene “i segreti del Tesoro”, in cui è rimasto a capo per molti anni in Italia, un economista di lungo corso e dalla statura transnazionale.

Se Draghi “ha fatto cose buone” in Europa, lo sappiamo perché le misure da lui introdotte, hanno in qualche modo messo in salvo l’Europa dalle speculazioni, hanno reso forte il sistema bancario e finanziario, sovrastruttura certamente necessaria ad un continente unito della nostra portata.

Se proprio però alla politica spetta il fine etico e morale e non certo alla finanza, – che ricordiamo con vigore essere strumento dell’economia, la quale a sua volta dovrebbe essere regolata dalla politica-, ecco che Draghi esprime oggi attraverso le sue “nuove parole”, l’impegno etico che deve essere messo in campo per affrontare questa transizione, gettando lo sguardo oltre l’ostacolo, ma conservando un cuore, offrendo una strada in cui sia una sana politica a fare economia e non viceversa, e che questa convinzione abbia finalmente trovato supporto e si sia incarnata proprio nella persona dell’ex Presidente della BCE.

 

Vero che non sappiamo quali saranno i programmi al dettaglio sull’utilizzo degli ingenti fondi, ormai stanziati già da prima della pandemia, per la ripresa economica dell’Europa e soprattutto sulla sua riconversione tecnologica ed energetica, ma sarebbe chiedere troppo, dal momento che, ad oggi, ancora sul tavolo ci sono piatti caldi, se non fumanti, di questioni geopolitiche ancora tutte da risolvere, in un mondo che deve decidere la strada della multipolarità o il ritorno al bipolarismo. Ce lo diranno forse le prossime imminenti elezioni negli USA, poi quelle in Russia e infine quelle in Cina, oltre ai risvolti sulla tenuta della sicurezza europea nel Mediterraneo e ad est.

Non possiamo nemmeno fare previsioni poiché al momento restiamo stretti nella morsa di una politica incerta, boicottata, se pur elegantemente, proprio da Draghi stesso nel suo discorso, una politica che sappiamo essere inconcludente, preda dell’inazione, in ostaggio di ministri come quello all’Istruzione che non offrono alcuna visione di largo respiro. Proprio sull’educazione e la formazione va tutta l’attenzione del suo discorso, che ricoprirebbe il ruolo fondamentale per una ripartenza di un subito domani, e che se non  riesce in alcun modo a trovare quella spinta veloce e forte, adatta all’efficacia di una decisione che si dovrebbe trasformare in azione immediata, porterà inesorabilmente nei prossimi anni il Paese ad impoverirsi, economicamente, culturalmente e socialmente.

Non un caso che Draghi nel suo discorso a Rimini non solo si appelli alla buona politica ricordando padri fondatori democratici e cristiani come Alcide De Gasperi, ma reclami dai nostri policy makers una spiegazione sulla coerenza, sulla trasparenza del mandato ricevuto, e soprattutto su ragioni e motivi di ispirazione “dei loro principi”.

Draghi chiede dunque chiarezza, credibilità, coscienza e spiegazioni da parte della nostra classe dirigente, se veramente il fine ultimo è quello di costruire un futuro in patria e con l’Europa, attributi che in questo momento i nostri governanti paiono eludere, rendendo spesso difficile proprio quel processo di sviluppo europeo, non solo con lo scetticismo, ma anche a causa della mancanza di forza decisionale che non restituisce fiducia a livello internazionale e quindi nemmeno ai mercati, forza per la credibilità necessaria allo scopo di tirare avanti in un momento in cui soltanto i debiti si proiettano verso la crescita. Non manca la stoccata alla autoreferenzialità governante, se pensiamo proprio all’ostinazione che il nostro attuale Premier ha dimostrato per attingere dai fondi del Recovery Fund; non è dato sapere però, come verranno utilizzati e quali siano i piani e in che genere di politiche questo governo si identifichi o voglia identificarsi.

Al momento sappiamo soltanto che è stata sequestrata la scienza, ostaggio buono per ogni decisione politica al momento, ma se non è la finanza a cui spetta il fine etico e morale, non lo è nemmeno la scienza. Dove è la politica, vera detentrice del fine?

L’Europa tutto sommato ha dimostrato di restare salda, nonostante la virulenta tempesta, proprio per quell’architettura e le sue fondamenta, a guardia di valori democratici e liberali imprescindibili, con il welfare state che si è dimostrato essere il migliore al mondo.

Draghi è conscio del suo operato dunque e del fatto che l’Europa era perfettamente equipaggiata per affrontare uno shock economico di questa portata come quello generato dalla pandemia. L’Unione europea, scrisse nella sua lettera di marzo al quotidiano inglese, “è dotata di una struttura finanziaria granulare, capace di incanalare i fondi verso ogni sacca di economia che necessita di liquidità”. “Un coordinamento del settore pubblico ci offre l’opportunità di dare una risposta veloce”. Così è stato, il piano ha funzionato e l’elemento esogeno non previsto, quello del Covid-19, ha messo tutti di fronte ad un fatto compiuto.

È innegabile che il fronte europeo abbia innalzato in modo veloce e solido, a protezione della nostra comunità, proprio quello scudo economico per far fronte all’emergenza, scudo costituito durante questi anni di costruzione europea. Non basterà e anche questa consapevolezza non viene nascosta dall’ex Presidente.

Anche se gli aiuti sono stati immediati e le banche sono state disposte a concedere, e pur con tutte le difficoltà del caso, non forse attribuibili all’Europa nel suo insieme, -ma nel caso italiano ad esempio al suo attuale governo- la pandemia e in questo caso le sue conseguenze, sono state arginate e nessuno è rimasto totalmente indietro, ma solo per adesso.

Giuseppe Sacco, parla di “fatto non banale” in riferimento al pubblico interesse suscitato dalle parole che Draghi ha pronunciato a Rimini pochi giorni fa.

Non c’è molto da discutere infatti sulla non banalità del fatto, dal momento che in molti erano scettici su una sua eventuale scesa in campo e che la stessa era stata smentita proprio da Draghi a suo tempo. Resta comunque, il discorso di Rimini, il secondo segnale di avvicinamento alla politica, dopo la lettera al Financial Times.

 

Molti, quando sentono pronunciare la parola “Draghi”, fanno il paio di associazione con “austerità”. Anche su questo andrebbe fatta più chiarezza.

Ebbene, austerità significa, in parole povere, rigore, ma soprattutto richiede la consapevolezza collettiva dell’utilità di un sacrificio nell’interesse generale del Paese, che in Italia non c’è mai stato. Al contrario si sono sacrificate scuola e sanità, si sono spesi danari essenziali al rilancio economico con assistenzialismi inutili o poco efficaci, generando sprechi durante un momento in cui si richiedeva oculatezza nella spesa e investimenti capaci.

Al rigore non è dunque seguita giustizia, né serietà e nemmeno efficienza. Il risultato politico-economico e sociale italiano lo abbiamo sotto i nostri occhi, già da prima della pandemia. A questo quadro si è aggiunta negli anni la propaganda anti-europeista, nel tentativo di indicare un capro che espiasse ogni male e non solo in Italia, ma in tutto il resto d’Europa. La battaglia è ancora aperta.

Ugo la Malfa sosteneva che la spesa pubblica “è il cemento a presa rapida del consenso” e se qui fino ad oggi il nostro governo giallo-rosso, (ma soprattutto giallo se pensiamo al reddito di cittadinanza e agli ultimi due anni di governo caratterizzati dall’ingresso del Movimento Cinque Stelle con relative allegre intuizioni sensazionalistiche), ha versato ed elargito bonus senza nemmeno i dovuti controlli a monte, senza progettualità che seguisse e dall’altro lato non si sono tagliate le spese improduttive, ma eventualmente si vogliono tagliare via i parlamentari decollando così barbaramente  la stessa democrazia. Si è creato così soltanto ulteriore debito, economico, sociale e politico, che non restituirà certo forza per una buona ricostruzione, e in questa ormai consuetudine si verrà così soltanto a produrre cattiva austerità e non buon rigore, di cui poi vivacemente verranno imputati i fallimenti ad un nemico Europa o che sia.

Sarebbe più facile ricordare che la nostra classe dirigente negli ultimi anni è stata semplicemente incapace di progettare il futuro.

Cosa sarebbe successo durante la Grande Recessione se non ci fosse stata l’austerità? Nessuno può davvero rispondere, ma sappiamo che di fronte alla pandemia, che è peggio di una crisi finanziaria, l’Europa ha comunque oggi reagito, ricordando che nel 2008 quando siamo entrati in recessione e sono state imposte le politiche finanziarie a livello europeo, i Paesi non erano allineati ed ognuno di essi entrava con debiti ed economie, rapporti debito/PIL, molto distanti fra loro, stesso per la qualità della grana sociale, con Paesi con un invecchiamento della popolazione molto più alto di altri.

L’Italia rischiò il default in quel frangente, ma venne salvata. Ad oggi con la pandemia si è verificata una contrazione dell’economia pari a quella della seconda guerra mondiale, ma siamo in piedi e molti hanno anche fatto le loro sacrosante vacanze.

Resta però ancora, la grande incertezza politica per il domani.

 

Da uomo BCE, Draghi tentò comunque la strada perché l’Unione Europea non naufragasse e non fosse soprattutto oggetto di speculazione: fu lo stesso infatti che introdusse il Q.E. prima di lasciare la sua posizione per ridare ossigeno alle banche e all’economia. Ma sempre di strumenti finanziari e non politici stiamo trattando.

L’ultimo discorso da lui pronunciato a Rimini, va certamente valutato alla luce, anzi all’ombra, della pandemia in cui siamo immersi.

Tremonti, “il profeta”, dice che “le illusioni sono finite” e che sostanzialmente è finito il tempo degli attori e delle comparse in politica. Non manca poi di bacchettare coloro che da “globalité, marché, monnaie” sono passati improvvisamente a visioni politiche opposte, dove il debito improvvisamente diventa “buono”, invocando, anzi inveendo, contro coloro che di riforme non ne hanno mai voluto sentir parlare fino ad oggi, perché “tanto c’era la BCE”. Come dargli torto?

Non possiamo però scagliare tutte le pietre unicamente contro Draghi se l’Europa così ad oggi non soddisfa.

Da “pontefice” quale si presenta oggi a Rimini, nel senso di colui che “crea ponti”, Draghi si presenta come l’uomo che tenta di tenere insieme gli eventi, affinché non ci travolgano, ma abbiano una loro continuazione costruttiva verso il futuro, in un’ottica in cui contenere l’azzardo morale e quindi della minaccia “dell’oro al servizio del male”,  che sarà la chiave della sostenibilità per una seria coesione sociale di domani, in Italia e in Europa.

C’è prudenza, c’è spirito di longevità nelle vedute, nell’esortazione ad investire nel futuro dei giovani, partendo dalla formazione e l’educazione. Flessibilità e pragmatismo sono anche le parole chiave, dove una presa di coscienza rispetto a ciò che la politica economica deve essere, ovvero quello che ad oggi può solo sperare di essere: rigore e serietà, diritti non scissi dai doveri, e la politica prima per l’economia poi, del fine morale ed etico.

L’unico rischio che abbiamo di fronte è che i fondi che verranno stanziati e che presto saranno disponibili, non vengano spesi con saggezza dai nostri attuali politici, poiché se qualcosa andrà storto, l’Italia potrebbe anche collassare e con lei la tenuta europea.

L’Europa che avremo sarà un’Europa presto in difficoltà, che dovrà trovare un certa unione, anche fosse per una mera questione geopolitica imperante; la crisi economica la stiamo già cominciando ad affrontare e le politiche economiche dovranno essere messe in campo con veduta e chiarezza di idee.

Molti vorrebbero veder Draghi alla guida del governo italiano, ma possiamo anche restare dell’idea che le sue aspirazioni restino in Europa.

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