Dubai nega il visto alla tennista Shahar Peer. E’ israeliana.
18 Febbraio 2009
Mai visto, anzi no. Non è certo la prima volta per uno dei sette Emirati Arabi Uniti. E non sarà l’ultima neanche per il Dubai, nuovo polo d’attrazione d’affari e di eventi internazionali. Compresi nel programma delle manifestazioni, appuntamenti sportivi tra i meglio organizzati e frequentati al mondo (strutture all’avanguardia, cachet d’invito alti, montepremi altissimi). Tra tutti questi appuntamenti, uno dei più consolidati è poi il Dubai Tennis Championships di metà febbraio: fino a sabato 21 è in corso la nona edizione del torneo femminile Wta. Quindi dal 23 al 28 in campo i maschi, nel tabellone per il diciassettesimo Open “sotto il patrocinio di sua altezza lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktum”. Ma guarda caso l’open, questa volta quello donne, non risulta esattamente aperto a tutte, a quasi tutte le tenniste che contano, dalla numero 148 del mondo in su. La 45esima della classifica Wta no, non rientra nella lista. Shahar Peer si è vista negare dall’emirato il visto d’ingresso. Chiamata fuori solo perché lei è israeliana.
Shahar Peer, ventun’anni, è un ex numero 15 professionista dal 2004. Da cinque anni a questa parte, di suo, così giovane e già malabituata a subire sporadiche contestazioni da parte del pubblico. Beccata in quanto semplice e diretto – e indifeso – rappresentante dello stato d’Isreale, sportivamente parlando: mica per colpa di un atteggiamento caratteriale, chissà per una cattiva condotta in campo o al limite un brutto stile di gioco, esibiti in maniera tale da innervosire gli spettatori più esigenti. Macché. Su Shahar Peer piovono rari insulti perché israeliana, punto e basta. Su di lei grandinano frequenti provocazioni perché isrealiana, gioco e partita. Come è accaduto all’Asb Classic di Auckland, Nuova Zelanda, ancora recentemente. Quando nei giorni caldi dell’operazione militare nella striscia di Gaza, dalle tribune di un tennis centre all’altro capo della terra, gridavano in tanti, e tanto scomposti: “Ritirati! Dai l’esempio al tuo paese, ritirati! Ritirati e vergognati”.
E un mese dopo l’intimidazione verbale, più o meno spontanea, ecco la ritorsione diplomatica anti-Peer, in funzione anti-israeliana. Un atto politico ufficiale. Ufficialmente non commentato dall’interessata. Una vera signora a dispetto dell’età, da questo punto di vista. Mentre la Wta (l’associazione internazionale del tennis femminile) se da una parte “esprime disappunto per la decisione assunta dall’emirato”, dall’altra annuncia in tutta fretta “il regolare avvio e svolgimento del torneo”. Dati i tempi comunque troppo ristretti per fare pressione sugli organizzatori e in seconda battuta sullo sceicco patrocinatore, monarca assoluto del Dubai. Facendo un timido tentativo, vabbé, per la neutralizzazione dello scontro. In compenso si registra per una volta pronta, pragmatica e potente, la risposta univoca di tre colleghe di Shahar Peer, all’attacco a tradimento da lei subito. Elena Dementieva, ieri in conferenza stampa: “Tutto questo non è ammissibile”. Amélie Mauresmo: “Tutto questo è inaccettabile”. Ana Ivanovic: “È una vergogna, serviranno ritorsioni e ricompense adeguate”. Mai visto e sentito, per quel che vale. Che sia cominciata la rimonta, ai danni della polisportiva anti-israeliana? L’esempio viene dalle tenniste. Si spera, seguito in doppio dalla Wta e da altri che possono.
