Due voti, due misure: ecco la centralità del Parlamento futurista

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Due voti, due misure: ecco la centralità del Parlamento futurista

04 Febbraio 2011

A quanto pare ci sono due modi diversi di rispettare il Parlamento: il primo è assoluto e letterale, non lascia spazio a interpretazioni o letture flessibili; il secondo è relativo e sostanziale, si può adattare alle esigenze della lotta politica per motivi “superiori”.

Il primo modo si applica a tutte le decisioni del Parlamento che vanno contro, mettono in difficoltà o danneggiano Berlusconi e il suo governo; il secondo prevale in tutti i casi opposti, quando cioè le Camere favoriscono o sostengono il Premier.

I fatti di ieri sono in questo senso paradigmatici. Nel primo caso abbiamo una commissione Bicamerale  il cui voto sul Federalismo finisce alla pari. Secondo le opposizioni – stando alla lettura del regolamento della commissione –  questo equivale a una bocciatura e il governo non solo dovrebbe riconoscere il fallimento della sua riforma più importante ma trarre le estreme conseguenze e dimettersi. Il governo e la maggioranza replicano nell’ordine: 1) il pareggio sul parere equivale ad un parere non espresso; 2) In ogni caso il parere non è vincolante; 3) La legge delega prevede che si possa riportare il provvedimento in aula per un voto definitivo che sarebbe certamente favorevole; 4) il voto è finito alla pari perché non si è proceduto per tempo al riequilibrio della commissione bicamerale che – stando al regolamento – dovrebbe rispecchiare al suo interno il rapporto tra maggioranza e opposizione alteratosi con il passaggio di Fli all’opposizione. Considerati questi argomenti il governo ha deciso di procedere all’approvazione del decreto sul federalismo pur mettendo nel conto un secondo passaggio parlamentare. Bersani ha subito parlato di “inaudito colpo di mano”, Casini di “atto volgare, violento e illegale”, Fini (presidente della Camera) di “situazione senza precedenti”. Tutti pretendevano dal governo l’assoluto ossequio alla volontà del Parlamento (in questo caso un pareggio in commissione).

Secondo caso. L’aula di Montecitorio si pronuncia sulla richiesta della procura di Milano di consentire la perquisizione degli uffici di Giuseppe Spinelli, contabile di Berlusconi, nell’ambito dell’inchiesta sul caso “Ruby”. Già la commissione per le autorizzazione a procedere aveva votato a maggioranza il reinvio degli atti a Milano, valutando che la competenza dell’indagine spettasse al Tribunale dei ministri . Ieri l’aula della Camera ha confermato questo stesso orientamento con 315 voti a favore e 298 contrari. Non una commissione, non un pareggio, ma l’Aula nel suo plenum con un voto a maggioranza.  In questo caso però quello che conta per l’opposizione ( e per la Procura di Milano) non è il voto ma la sostanza. Così Bersani: “Il governo è alle tecniche di sopravvivenza, con un voto in più (in realtà 17 voti in più) la sostanza non cambia”. Stesso atteggiamento di sprezzo del voto parlamentare anche dalla Procura: “Dalla Camera un voto scontato, noi andiamo avanti”, ha detto subito Bruti Liberati, tra gli applausi e il sostegno di tutta l’opposizione.

Quindi ricapitoliamo: da un lato abbiamo un’opposizione che pretende l’assoluto rispetto formale di un voto finito alla pari in Commissione, a punto di chiedere le dimissioni del governo; dall’altro abbiamo un’opposizione che considera un voto a maggioranza dell’aula del tutto ininfluente, inutile, scontato, e plaude ai magistrati di Milano che lo tengono platealmente in non cale perché “la sostanza non cambia”.

Ma c’è di più e riguarda questa volta il contenuto dei due voti. Nel caso del voto sul caso “Ruby”, Pd e Terzo Polo ritengono che il Parlamento sia stato infangato perché il premier ha usato la sua forza parlamentare a fini politici, piegando l’istituzione ai suoi interessi di parte.

Ma diamo allora uno sguardo al voto sul Federalismo. Tutti i principali leader dell’opposizione, Bersani, Casini, Fini, in dichiarazioni pubbliche e in incontri privati hanno ripetuto a più non posso che il Federalismo potrebbe passare senza problemi se solo Berlusconi si dimettesse. Erano tutti pronti a compiacere Bossi se solo il leader leghista avesse decretato la fine della sua alleanza con il Cav. Il Pd aveva addirittura votato a favore della legge delega, non parliamo dei finiani all’epoca ancora in maggioranza e l’Udc si era astenuto. Ora i tempi sono cambiati e con la “spallata” a portata di mano il Federalismo è diventato un puro pretesto: buono o cattivo che sia deve essere sacrificato nella lotta all’ultimo sangue contro Berlusconi. “Il premier si dimetta e ne parliamo”, aveva detto ieri Bersani. Insomma, una partita tutta politica e molto poco “riformista”. Al punto che Sergio Chiamparino. sindaco di Torino e presidente dell’Anci, che con il governo aveva trattato sul serio e con successo su alcuni punti che stavano a cuore ai comuni, è rimasto piuttosto contrariato per il voto negativo della Commissione.

Su tutto questo si staglia la figura di un presidente della Camera che briga contro la maggioranza che lo ha eletto, che fa pressioni sui “suoi” deputati perché non accettino alcuna mediazione nel merito (anche quelle chieste e ottenute), che tratta con l’ex alleato Bossi la sorte del Presidente del Consiglio e alla fine festeggia un voto che mette a rischio una riforma importante e da lui stesso condivisa fino a qualche mese fa. E l’unico scopo è farla pagare a Berlusconi. E’ la versione futurista della centralità del Parlamento.