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Dune, tra dolore e religione

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Proprio in questi giorni sono apparse online le prime immagini della nuova trasposizione cinematografica del capolavoro di Frank Herbert – Dune – che dovrebbe giungere nelle sale (Covid permettendo) il prossimo 17 dicembre 2020. Il film è diretto da Denis Villeneuve, con Timothée Chalamet e Rebecca Ferguson. Nel cast altre star di Hollywood del calibro di Javier Bardem, Stellan Skarsgård, Jason Momoa, Josh Brolin e Oscar Isaac

Pare che per Villeneuve, che ha sempre amato il romanzo di Herbert, realizzare questo film sia un sogno che si avvera, infatti era da molti anni che il regista provava ad accaparrarsene i diritti.

Siamo di fronte a un universo visionario che ha nutrito l’immaginario di grandi artisti come Hans Ruedi Giger, Moebius e Alejandro Jodorowsky e che ha già portato a due tentativi di trasposizione cinematografica: quello di David Lynch (nel 1984) e la miniserie del 2000 diretta da John Harrison. Inoltre la sua forza narrativa ha invaso anche altri medium come la musica, il fumetto, i board e videogame, i giochi di ruolo.

Tutto ha avuto inizio nel 1965, 55 anni fa Frank P. Herbert (1920-1986) dava alle stampe il primo volume della saga di Dune (edito da noi dalla Fanucci). Si tratta di un ciclo di romanzi in cui l’autore ha l’ambizione di confrontarsi con l’evoluzione, l’etologia, la sopravvivenza della razza umana, l’intreccio tra religioni organizzate, spiritualità e potere.

In particolare Dune è un romanzo (il primo di sei) che raccoglie in sé ecologia, filosofia, politica, romanticismo, religione e tutta una serie di elementi correlati che si intersecano su più livelli, mescolati in una visione futuribile così reale da sembrare storia già accaduta. «Tutto cominciò con un concetto: scrivere un romanzo circa le convulsioni messianiche che periodicamente si impongono sulle società umane. Io avevo quest’idea, cioè che i supereroi fossero disastrosi per l’umanità». Per anni Herbert (che di professione faceva il giornalista) si era concentrato sul tema dell’origine e della storia delle religioni, cercando di decifrare la psicologia degli individui che si sottomettono volontariamente alla forza di un mito messianico.

La trama di questo romanzo – vincitore del Premio Hugo e del Premio Nebula – viene riassunta nella scena d’esordio della trasposizione cinematografica di Lynch: «Anno 10191. La galassia è retta da un sistema feudale, con a capo l’imperatore Padishà Shaddam IV. Arrakis, detto anche Dune, pianeta delle sabbie, spazzato da tempeste e popolato da creature gigantesche, è il luogo più importante dell’Universo, in quanto unica fonte della sostanza più preziosa conosciuta, il melange, la Spezia, che consente di distorcere lo Spazio e di viaggiare tra le stelle».

Secondo Herbert, proprio il feudalesimo sarebbe la condizione naturale nella quale gli uomini tenderebbero a scivolare: alcuni guidano, mentre altri – che non possono o non vogliono prendersi responsabilità – si lasciano condurre. Le forze che si contendono il potere nell’Imperium, in questa struttura feudale e guerriera sono chiaramente diverse. Al vertice della precaria piramide siede l’Imperatore della famiglia Corrino che – grazie alle sue legioni di Sardaukar e alla burocrazia imperiale – cerca di mantenere il sistema in equilibrio, giocando sulla conflittualità delle altre forze in campo, in primis le Grandi Case della sua Corte raccolte nel Landsraad (tra queste, gli Atreides e gli Harkonnen dilaniate da una faida secolare), la CHOAM e la Gilda che sono non solo i principali soggetti economici, ma, in quanto forza di coesione fra i mondi, anche importantissimi soggetti politici. L’Imperium è il palcoscenico di una lotta senza esclusione di colpi condotta con veleno e pugnale per evitare di spezzare i già fragili assetti politici ed economici. In questa architettura viene introdotto un’ulteriore variabile: l’inconscio e il potenziale che può recitare e questo elemento è rappresentato dal Bene Gesserit, una sorellanza, un’organizzazione esoterica di donne votate a programmi di manipolazione genetica e politica. Da questo turbine di cospirazioni, intrighi e tradimenti, emergerà Paul Atreides che – dismessi i panni del rampollo di una nobile casata – assurge al rango di leader messianico dei fremen – popolazione indigena di Dune – che sotto la sua guida lanceranno una crociata, una “guerra santa” per la libertà del loro pianeta e poi dell’intero Universo conosciuto.

La storia dell’eroe di Dune, in un certo senso, è simile a quella di Lawrence d’Arabia: uno straniero che va in una terra straniera e, alimentando e manipolando alcune credenze religiose, riesce a raggiungere i propri obiettivi personali. Herbert dimostra di avere idee precise sulla psicologia e sulle dinamiche dei movimenti di massa.

La figura di Paul Atreides – Muad’dib – viene modellata su quella di un messia di stampo islamico, non ebraico o cristiano (Anakin Skywalker, al contrario, nella saga di Star Wars è un messia di natura cristiana, e lo si vede nei rimandi all’“immacolata concezione” e alla profezia del “Salvatore, il Figlio dei Soli”).

Paul è il Mahdi, perché porterà il suo popolo alla vittoria non solo tramite la pace e l’insegnamento, ma tramite il jihad: «Era guerriero e mistico, feroce e santo, astuto come una volpe e innocente, cavalleresco e spietato, meno di un dio e più di un uomo».

Il gioco di citazioni e di rimandi presente nelle pagine di Herbert porta a identificare i fremen proprio con quei popoli arabi che negli anni ’60 si battevano contro le multinazionali petrolifere per il controllo e lo sfruttamento dei giacimenti; il melange è infatti un liquido prezioso celato tra le sabbie, indispensabile per viaggiare: un riferimento neppure troppo velato al petrolio.

L’immagine degli enormi vermi che emergono dalle sabbie di Dune è un richiamo all’immagine degli immensi oleodotti che percorrono i deserti, a volte ricoperti dalle dune, altre volte affioranti; le “tute da sabbia” dei fremen sono una citazione degli abiti dei tuareg, studiati per ridurre al minimo le perdite dell’umidità corporea e proteggere dal calore; i termini e i nomi usati da Herbert sono evidenti distorsioni di vocaboli arabi: muad’dib (“topo canguro”, che diventa il nome di battaglia di Paul), jihad (“crociata religiosa”, “ribellione di fanatici”), shaj’ulud (“vecchio del deserto”, ovvero il Verme della sabbia), feddaynkin (“commandos della morte”, chiaro riferimento ai fedayn palestinesi), Sayaddhina (accolito femminile nella gerarchia religiosa dei fremen).

Il fatalismo, la religiosità, l’attesa messianica da parte dei fremen sono allo stesso modo caratteri tipici della cultura araba. Così come le tribù del deserto, sotto la guida del profeta Maometto, furono capaci di unirsi, di sconfiggere ogni altro popolo e di creare un impero, così i fremen attendono il Qwisatz Aderach, un leader politico e spirituale che li guidi, dotato tra l’altro della sovrumana capacità di attingere alla memoria genetica dell’intera umanità, scaricabile come da un cloud.

Ma forse il tema vero che attraversa questo grande affresco narrativo è quello – attualissimo – del dolore, certamente individuale, ma ancor più collettivo. Il rapporto tra deserto, ambiente ostile e religione, centrale nel Giudaismo e nell’Islam, ce ne dà una conferma. E proprio questa delicata equazione permette a Herbert di innestare nel suo originario tema ecologico le problematiche messianiche, fino al punto di affermare che: «Dovrebbe esistere una scienza dell’infelicità. La gente ha bisogno di tempi difficili e di oppressione per sviluppare i propri muscoli psichici». Come a dire che ogni volta che scegliamo di confrontarci con la paura e il dolore, il nostro carattere si evolve e diventiamo più coraggiosi. Ogni volta che scegliamo di confrontarci con la sofferenza invece di fuggirla, diventiamo più saggi e più forti. Con il tempo, grazie a queste scelte, i popoli scoprono di aver accumulato forza, saggezza e coraggio…

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