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La crisi di Governo

E alla fine arriva Draghi, ma la strada è in salita

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Alla fine si è arrivati all’approdo meno probabile, ma a conti fatti forse il meno insicuro per l’Italia. Il punto ora è capire se Mario Draghi riuscirà ad avere la maggioranza in Parlamento e – dati i numeri – la strada appare già in salita.

Ma, all’indomani del fallimento del mandato esplorativo a Fico, una breve analisi di quanto è accaduto negli ultimi giorni è doverosa. Il tentativo di formare un Conte ter è naufragato, nonostante vi fossero tutte le condizioni per un risultato diverso, davanti allo scoglio rappresentato dai limiti politici di una classe dirigente che non ha saputo sfruttare l’occasione concessa da Sergio Mattarella. Il Capo dello Stato ha infatti sterilizzato una parte politica concedendo una seconda chance, ma questa parte politica ha condotto la trattativa come si trattasse di un dibattito da Consiglio comunale, con le armi della mera contrattazione e delle poltrone, incapace di fronte alla mossa (questa sì politica, piaccia o no) di Renzi, di attuare una contromossa dello stesso livello. Il Conte ter, insomma, è affondato sui nomi di qualche ministro, sulla rigidità non solo sul nome del premier (e questo poteva essere comprensibile), ma anche rispetto a un Bonafede o a una Catalfo. E’ affondato per la totale inettitudine di M5S e Pd, i quali a un colpo d’ala in grado di dare scacco a Renzi, a una prospettiva di largo respiro, hanno preferito giocare nel fango delle nomine e delle pedine da piazzare. E il risultato è stato questo: un fallimento politico.

E adesso la palla passa dalle mani della politica a quelle di Draghi e dei tecnici, ma come detto in premessa, la strada non è affatto agevole. I numeri oggi sono impietosi. Il governo Draghi deve vincere la resistenza di un blocco di 174 senatori ‘filo-sovranisti’ (19 Fdi, 63 Lega, 92 M5s) e 355 deputati (33 Fdi, 131 Lega, 191 M5s). Con queste cifre non si governa e quindi l’unica possibilità per l’ex presidente Bce è giocare, soprattutto al Senato, sulle divisioni interne alla Lega e al Movimento 5 Stelle. Il grimaldello per i grillini è rappresentato dal puro istinto di sopravvivenza dettato dalla consapevolezza che un ritorno alle urne significherebbe per molti di loro la certezza di non essere rieletti. Discorso diverso per la Lega dove si affrontano due esigenze politiche contrapposte: da un lato la necessità di coprirsi a destra e non lasciare solo alla Meloni la bandiera della opposizione, dall’altro la consapevolezza di dover dare garanzie di stabilità alle categorie produttive del nord del Paese. Senza sottovalutare la autorevolezza sullo scacchiere europeo che una adesione al governo Draghi comporterebbe, e di tale placet dell’Europa la cosiddetta Lega di governo (presente o futuro) ha bisogno. Per sapere da che parte si inclinerà l’ago della bilancia molto dipenderà da che tipo di Esecutivo Mario Draghi andrà a comporre: ovvio che un Governo dal profilo politico avrebbe maggiori possibilità di essere accettato dai 5 Stelle rispetto a una squadra puramente tecnica.

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