E’ assurdo associare i Tea Party alla strage di Tucson
13 Gennaio 2011
"Se allo scontro loro portano un coltello, noi portiamo una pistola".
"Se volete uscire a parlare con i vostri vicini […] voglio che litighiate con loro, che gli saltiate in testa".
"Non voglio affatto smorzare la collera. Credo che la gente abbia ragione a essere arrabbiata. Io sono arrabbiato".
Nessun dubbio. La politica statunitense ha esagerato i toni e ispira violenza a facinorosi incontrollabili che poi scendono per le strade e compiono sfaceli come è successo a Tucson, Arizona, sabato 8 gennaio. Lo dimostrano incontrovertibilmente le parole qui sopra. Che sono state pronunciate da Barack Hussein Obama, sia da senatore dell’Illinois sia da presidente federale degli Stati Uniti d’America, rispettivamente nel giugno 2008, nel settembre dello stesso anno e nel marzo 2009.
Lascia esterrefatti, quindi, il linciaggio morale del popolo dei “Tea Party” in cui si sono prodotti, con una rapidità che ha del temerario, media e uomini politici di sinistra appena si sono diffuse notizie e immagini dell’agguato teso da Jared Laughner contro il deputato Democratico dell’Arizona Gabrielle Giffords, costato la vita a sei persone (e il ferimento di 19), fra le quali membri del suo staff, una bimba di nove anni e il giudice (conservatore, filo-Repubblicano) John Roll.
I “Tea Party” infatti non c’entrano. Fortunatamente, come qualcuno nota, almeno il presidente Obama non si è lasciato andare a una odiosa riedizione della già odiosa e risibile accusa scagliato dall’allora presidente Democratico Bill Clinton contro Rush Limbaugh, famoso conduttore radiofonico conservatore (uno che aveva fatto dei Clinton un target politico preciso), per la “responsabilità morale” nell’attentato condotto il 19 aprile 1995 contro l’edificio federale Alfred P. Murray di Oklahoma City e per il quale venne comminata la pena di morte al terrorista neonazista Timothy James McVeigh (1968-2001).
I “Tea Party” non c’entrano perché nulla, ma proprio nulla, lega l’omicida di Tucson (lettore sia de Il manifesto del partito comunista di Friedrich Engels e Karl Marx, sia del Mein Kampf di Adolf Hitler) alla scena politica statunitense attuale. L’omicida di Tucson è un folle, un isolato, un lunatico, probabilmente, a certe condizioni, un malato di mente, con precedenti inquietanti, non fermato per tempo, autore di un gesto assurdo e ingiustificato.. Uno come purtroppo ne esistono tanti, e che però fortunatamente solo di rado riescono a portare a termine i propri disegni criminali. Uno come, purtroppo ce ne sono tanti negli Stati Uniti d’America di ieri e di oggi, uno come purtroppo ce ne sono tanti in ogni Paese del mondo. I “Tea Party” con lui non c’entrano.
Non c’entra Sarah Palin, non c’entra Glenn Back, non c’entra Rush Limbaugh, non c’entra Bill O’Reilly, non c’entra (qualcuno ha persino accusato quell’emittente televisiva per intero) Fox News.
Anzi, sulla vicenda Laughner proprio Fox News ha dato una lezione di grande giornalismo, persino di giornalismo investigativo, di professionalità e di specchiata moralità (nonostante sia scopertamente di parte). Giusto il tempo per organizzare la redazione e Fox News si è lanciata, nel pomeriggio (ora locale) di domenica 9 gennaio, in una carrellata serena, asciutta e ricchissima, di servizi, interviste, expertise e contributi filmati da non credere, ben snocciolati a ritmo incalzante da conduttori mai ammicanti, belle facce amerikane un po’ “Big Jim” (o “Barbie”), sempre sul pezzo, capaci di tenere assieme, cioè anche a freno, ospiti tra loro diversissimi senza mai, nemmeno un secondo, finire in quelle risse da bar che sono invece i talk show italiani. Buongiorno, buonasera, grazie, arrivederci, sorriso, tre minuti per dire la loro, ognuno degli ospiti, pro o contro, Destra o Sinistra che fosse ha rispettato le regole della casa a cui i conduttori li hanno tenuti con grande eleganza.
La Fox è così riuscita a trovare testimoni diretti, a dare per prima nomi a sopravvissuti, feriti ed eroi (quelli che hanno impedito una carneficina ancora maggiore) e a stanare, sì stanare, lo sceriffo della conte di Pima, Arizona, Clarence W. Dupnik, incaricato delle indagini.
È stata infatti da antologia l’intervista in collegamento video che Megyn Kelly ha realizzato con Dupnik, interrogato, stuzzicato e alla fine messo all’angolo nel corso della bella trasmissione America Live, che la bionda giornalista con un passato di pratica legale conduce su Fox News. Pacata, decisa, right-to-the-point, la Kelly ha distinto gli ambiti, ha posto domande vere, le ha ripetute quando lo sceriffo cercava di bypassarle e ha chiesto conto di una serie di cose. Fra le quali quelle affermazioni di Dupnik da cui è partito tutto l’ambaradan accusatorio, ovvero 1) oggi l’Arizona è la mecca del fanatismo e 2) negli USA c’è un partito che cerca di fermare un altro partito impegnato a fare il bene al Paese… Come, come signor sceriffo? Lei sta conducendo una indagine su un omicidio multiplo, compiuto a detta sua e dei suoi colleghi anche dell’FBI, da un matto isolato, psicologicamente instabile e senza complotti alle spalle, e ci ammannisce un bigino di riflessioni politiche tutte sue, probabilmente (come appunto la Fox ha subito rilevato) in flagrante contraddizione con il riserbo dovuto in casi così?
Lei, sceriffo Dupnik, cercava insomma di dire che quei 37.057.491 di americani che hanno votato Repubblicano alla Camera federale il 2 novembre, che quei 45.088.676 di americani che hanno votato Repubblicano al Senato federale il 2 novembre, che quei milioni e milioni di americani che nella stessa data hanno scelto governatori Repubblicani e maggioranze Repubblicane in un numero enorme di assemblee legislative di Stato, in una moltitudine di casi premiando i candidati legati, espressione o amici dei “Tea Party”, in lizza elettorale perché precedentemente vittoriosi nelle elezioni primarie, sono una banda di pericolosi fanatici ammazzatutto, ispirati da ideologi senza sccupoli e con molti danari?
Cercava di dire che la cifra grande di uomini e di donne del Partito Repubblicano eletti in quella data, spessissimo legati, espressione o amici dei “Tea Party”, in lizza elettorale perché precedentemente vittoriosi nelle elezioni primarie, sono una banda di pericolosi fanatici ammazzatutto, ispirati da ideologi senza scrupoli e con molti danari? Insomma cercava di dire che il voto libero e democratico espresso da milioni e milioni di americani non conta, anzi, di più, che segna l’avvento della notte oscura della democrazia americana? E tutto solo perché quel voto libero e democratico non coincide con le sue idee politiche, con le idee politiche di un uomo come lei notoriamente legato e attivo nel Partito Democratico? Alla faccia dello Stato di diritto e delle indagini a cadaveri ancora caldi.
Ma la Kelly di Fox News è arrivata dove voleva, e lo sceriffo Dupnilk ha dovuto alla fine ammettere apertamente in diretta televisiva che ogni illazioni è solo frutto di opinione personale senza alcun elemento fattuale di riscontro nelle indagini.
La frittata però era già fata e scodellata, e ha fatto subito il giro delle prime pagine dei giornali del mondo. Tutta colpa di Sarah Palin. Piove, governo ladro. Ma la gente non è mica stupida. La Palin era già l’origine di ogni male da tempo, era una invasata che si fece esorcizzare, è una nazi che manderebbe in campo di concentramento e all’inferno gay, lesbiche e abortisti, è una zoccola fanatica tipo quella Christine O’Donnell che era una strega e Glenn Beck che è un millenarista che nemmeno il calendario maya.
La gente in America la sa da tempo questa tiritera, e infatti il 2 novembre ha risposto per le rime. Ha votato come ha votato. E in Arizona ha fatto cappotto con i Repubblicani, lasciando solo la Democratica Gabrielle Giffords. Quella gentile signora di cui il disegno di un pazzo ha cercato di cancellare per sempre l’occhiolino schiacciato alla Destra, da buona Blue Dog qual era (i più conservatori dentro il partito dell’asino), per esempio su immigrazione clandestina e, guarda un po’, libera circolazione di armi da fuoco.
Marco Respinti è presidente del Columbia Institute [www.columbiainstitute.it] e direttore del Centro Studi Russell Kirk [www.russellkirk.eu]
