E chi lavora… faccio il giornalista!

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E chi lavora… faccio il giornalista!

20 Aprile 2008

«Il mestiere del giornalista è
difficile, carico di responsabilità, con orari lunghi, anche notturni e
festivi». Certo, «ma è sempre meglio che lavorare»: a parlare così è uno dei
più grandi giornalisti italiani di tutti i tempi, Luigi Barzini Jr. Ma Sempre
meglio che lavorare
(Piemme, 2008) è anche il titolo dell’ultimo libro di
Michele Brambilla, “corrierista” di lungo corso e attualmente vicedirettore de
“Il Giornale”.

Sempre meglio che lavorare – forte di una scrittura limpida e vivace,
della giusta miscela tra informazione e aneddotica – si presta a diversi tipi
di lettura. Per i giornalisti affermati, è un modo per ripercorrere celebri
aneddoti della categoria di cui fanno parte. Per coloro che giornalisti
vorrebbero diventare, è una guida illuminante su quello che li aspetta. Per chi
infine i giornali si limita a leggerli, è un interessante viaggio dietro le
quinte di grandi quotidiani e grandi giornalisti.

Partiamo da un concetto fondamentale. Fare il giornalista è «sempre meglio che
lavorare», ma non si pensi che il bravo giornalista passi tutto il giorno a
rigirarsi i pollici. Anzi: fare il giornalista può essere un mestiere
massacrante. Ed è proprio per questo che Brambilla lancia un importante
avvertimento: «Sempre meglio che lavorare? Sì, ma non perché si abbia tempo
libero e non si fatichi, al contrario. Sempre meglio che lavorare solo perché
questo mestiere è talmente bello che quasi quasi ti stupisci che ti paghino
perfino, per farlo».

 Un lavoro stupendo, ma pur sempre un lavoro. Il saggio del vicedirettore de “Il
Giornale” prende il via con una disamina – a tratti esilarante – delle diverse
posizioni che il giornalista potrà ricoprire nel corso della sua carriera.
Partendo da un presupposto fondamentale, che viene dalla bocca di Vittorio
Feltri: «Ricordati che nei giornali o fai il direttore o fai l’inviato. Tutto
il resto è una galera». Un modo diretto per distruggere molti dei miti che
circondano il mestiere, su tutti quello secondo cui fare il giornalista
permette di girare il mondo quando «la maggior parte dei giornalisti fa una
vita tutt’altro che avventurosa e tutt’altro che affascinante: passa ore e ore
in redazione, alla luce artificiale, di fronte a un computer».
 
C’è però una categoria di giornalisti la cui vita è effettivamente piena di
sorprese: si tratta degli inviati. Ma gli inviati, attenzione, non sono tutti
uguali: ci sono quelli semplici – che conducono una vita massacrante, sempre
dietro alla notizia – e poi i grandi inviati, figuri dal grande potere
contrattuale. Essere grandi inviati, molto spesso, significa sfruttare il
lavoro dei semplici (e anonimi) corrispondenti per poi scrivere il pezzo nella
camera di un hotel a cinque stelle. In questo caso, il “lavoro” sta tutto da
un’altra parte…
 
All’interno della redazione, invece, si trovano veri e propri “casi umani”.
Brambilla ci presenta il “mago della cresta”, perennemente impegnato nello
scaricare sul giornale (vedi alla voce: “rimborso spese”) i pranzi di famiglia.
Il “mobbizzato”, ovvero il giornalista affetto da psicotiche manie di
persecuzione. Lo “scarabeo”, capace di intrufolarsi nello studio dei superiori
e di ottenere (per sfinimento) quello che vuole. L’“indignato speciale” (vi
ricorda qualcuno?), inflessibile fustigatore dei costumi altrui ma incapace di incassare
critiche. E infine l’“innominabile” che, a torto o a ragione, è additato a
responsabile delle sciagure che si abbattono sui poveri redattori.
 
Un discorso a sé merita poi la figura del direttore, che secondo Montanelli «è
sempre meglio che non vada in ferie. Se ci va, corre due rischi. Il primo è
che, senza di lui, il giornale perda copie. Il secondo è ben più grave: e cioè
che, senza di lui, il giornale guadagni copie». Ironia a parte, quello che a
Brambilla preme sottolineare è come il suo ruolo sia sensibilmente diverso da
quello degli altri: giornalista, certo, ma non di rado impegnato più nelle
public relations che nella creazione del giornale vero e proprio.
 
Fin qui il vademecum – nel quale rientrano anche le differenze tra quotidiano
nazionale e giornale di provincia, l’importanza della gavetta, il reale peso
delle raccomandazioni, il ruolo del comitato di redazione. Ma la parte più
interessante di Sempre meglio che lavorare sta forse nell’aneddotica,
nelle esperienze e nei personaggi incontrati direttamente dall’autore nella sua
lunga carriera. Ecco allora che nel capitolo “Via Solferino” veniamo a
conoscenza delle trasformazioni del più grande quotidiano italiano, dai tempi
in cui si scriveva con la Lettera 22. Incontriamo il “fantasma” di Buzzati, che
tanto ha dato al quotidiano milanese, e altri giornalisti che hanno fatto la
storia del mestiere.
 
Su tutti, Indro Montanelli. A dispetto della folta bibliografia già esistente,
Brambilla riesce ancora a emozionare raccontando una delle più celebri “bugie”
di Indro: quella dell’intervista a Hiltler. Mentre si trovava in Polonia,
raccontava Montanelli, Hitler scese da un carro armato e incominciò a parlargli
delle motivazioni per cui aveva deciso dare il via alla guerra. L’articolo di
Indro non vide mai la luce: il Minculpop, secondo l’allora direttore del
“Corriere” Borelli, mise il veto. «Siccome ti sembrava impossibile che ti
prendesse in giro» ricorda Brambilla «ti veniva il sospetto che, dopo tanti
anni, di aver realizzato quell’intervista avesse finito per crederci anche
lui».
 
Se Montanelli è il maestro, buone parole l’autore riserva poi a Enzo Biagi –
intervistato più volte nel corso della carriera –, a Guareschi – il «Giovannino
schiena dritta» sempre contro il potere, di destra o di sinistra che fosse – e
ovviamente alla Fallaci, uno dei rarissimi casi in cui «scrittura sopraffina»,
«coraggio» e «passione» si sono uniti nel plasmare una delle più grandi
giornaliste dei tutte i tempi.
 
È un bel viaggio, quello di Brambilla: un viaggio chiarificatore. Fare il
giornalista è un mestiere stupendo, ma è importante sapere a cosa si va
incontro: Sempre meglio che lavorare offre uno spaccato di questo
universo complesso e affascinante, tra i suoi vizi e le sue virtù. Con
un’ultima nota, per gli aspiranti giornalisti innamorati: «È un mestiere
meraviglioso. Ma c’è un unico modo per farlo senza restare scapolo come
comandava Afeltra: ed è quello di trovare una donna ancor più meravigliosa».
Prego, regolarsi di conseguenza.
 
Michele Brambilla, Sempre meglio che lavorare, Milano, Piemme 2008
€ 14.50