E’ Dmitri Medvdev il delfino di Putin

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E’ Dmitri Medvdev il delfino di Putin

E’ Dmitri Medvdev il delfino di Putin

10 Dicembre 2007

Colpo
di scena nella designazione del successore del presidente russo Vladimir Putin.
Il candidato designato per le elezioni del 2 marzo è il vicepremier Dmitri
Medvdev.

Colpo
di scena perché Medvdev è un tipo giovane, moderno, almeno all’apparenza
liberale e soprattutto non ha legami con i servizi segreti, differentemente da
Putin, ex leader del Kgb. Casualmente perfetta anche l’investitura del delfino.
Quattro partiti, il presidenziale Russia
unita e i “vassalli” di Russia
giusta, Agrari e Forza civica, sono andati dall’attuale presidente per proporre
il nome di Medvedev, che lì presente ha accettato l’investitura previe rapide
consultazioni.

“Conosco
Medvedev da più di 17 anni, ho lavorato in stretta collaborazione con lui in
tutto questo tempo”, ha detto Putin, affidando quindi la sua fiducia al
delfino. Sarà il congresso di Russia
unita a ufficializzare, il 17 dicembre, la candidatura, ma visti i tempi
stretti, è bene che il nome dell’erede cominci a circolare.

La scelta di Putin spiazza l’opposizione, con un nome in fin dei conti gradito
anche al di fuori della cerchia filopresidenziale e apprezzato nelle cancellerie
occidentali e rimescola poi le carte nell’eterna battaglia tra “falchi” e “colombe”
della cittadella russa, lasciando almeno per il momento al palo il candidato
dei primi, l’altro vicepremier Serghei Ivanov, come Putin un ex dei servizi.

Forse
il presidente non ha gradito l’intraprendenza dei “siloviki”, nomignolo per i
membri dell’intelligence e dei ministeri di forza, cioè Interni e Difesa nella
guerra coi moderati, che ha trascinato nel fango anche il viceministro delle
finanze Serghei Storciak, abile negoziatore del debito ex sovietico presso il
club di Parigi, accusato dai servizi di malversazione.

Secondo gli analisti, Medvedev è una creatura controllabile e malleabile, ma
soprattutto pronta (senza discutere) a lasciare il passo al mentore, garante
della continuità del potere ed esecutore del piano presidenziale per la
rinascita nazionale. Medvedev ha gestito il Welfare, la Sanità, l’ Istruzione,
la Politica demografica, con alterni successi ma impegno costante, incassando
qualche risultato, ma soprattutto è l’eminenza del Cremlino nel monopolista del
metano Gazprom.

Per l’opposizione si tratta di uno scandalo vero e proprio: non tanto per il
merito del candidato che nessuno discute ed anzi, secondo molti, ha buone
opportunità di passare al primo turno, quanto per le modalità della sua
designazione. Per l’ex campione mondiale di scacchi Garry Kasparov, leader
dell’antiputiniana “Altra Russia”,
il “metodo del delfinato” non è previsto dalla costituzione, e trasforma le presidenziali
“in un pro forma, in quanto la macchina amministrativa nel suo insieme sarà a
disposizione del cosiddetto delfino”.

Dello stesso parere è Boris Nemtsov, candidato per la formazione liberale “Unione
delle forze di destra”, che ha affermato: “Il nome non conta, è il fatto che a
nostro avviso viola le norme costituzionali. E’ umiliante per i cittadini che
il potere indichi loro chi devono sostenere”. Anche l’ultimo presidente sovietico,
Mikhail Gorbaciov, è scettico sulle possibilità di Medvedev: “Ci sono opzioni
più vaste di quelle che c’erano quattro anni fa. Sembra che Medvedev dovrà
competere sul serio, anche se ha il supporto di Putin”.

Stando agli istituti di sondaggio, l’attuale inquilino del Cremlino può tirare
al suo protetto una volata minima del 30% di consensi, mentre altri, Medvedev
se li è guadagnati per conto suo distinguendosi spesso dai colleghi di potere
sui temi del sociale e della qualità di vita dei cittadini. Proprio
quest’ultimo aspetto, secondo il leader di Russia unita Boris Grislov, sarà lo slogan della campagna
elettorale. Ci si potrebbe quindi attendere un quadriennato (a meno che Putin
non punti a un ritorno anticipato),  concentrato
sullo sviluppo interno e una migliore redistribuzione dei proventi del caro
petrolio.

E
sul piano internazionale? Non si prevedono grandi mutamenti di rotta: il ruolo
di Putin a livello internazionale è parte integrante del piano di rinascita e
la garanzia di stabilità che vuole attribuire al corso politico lascia pensare
che i falchi non voleranno via dal Cremlino.

Giornata
amara, ma forse non troppo per gli sconfitti. Infatti, il vicepremier Serghei
Ivanov, ha perso il duello per il delfinato ma resta in pista per altri posti
di prestigio. L’ex ministro della Difesa era indicato dalla stampa russa
indicava alla pari se non in vantaggio su Dmitri Medvedev nella conquista della
candidatura alle elezioni presidenziali russe del 2 marzo.

Ivanov, 54 anni, uno in meno di Putin, è un pò la fotocopia dell’attuale
presidente russo: come lui vanta una lunga carriera nei servizi segreti, nello
spionaggio estero, con il grado di generale. Parla perfettamente inglese e
svedese, il suo fraterno amico Vladimir è invece specializzato nel tedesco e
ricorda con più di una punta di ironia la sua “carriera diplomatica” prima
nell’Urss e poi nella Russia democratica.
E’ stato vice di Putin nell’Fsb, quando questi divenne capo dell’erede del Kgb
sovietico, nel 1998. Nel 1999 venne nominato segretario del Consiglio nazionale
di sicurezza, e l’anno dopo ministro della Difesa, incaricato di una radicale
riforma di un’ex Armata rossa allo sfascio.

Tuttora è il punto di riferimento dei cosiddetti “falchi” del Cremlino, grazie
ai suoi stretti rapporti con gli ex colleghi e alle nuove amicizie fra i
vertici militari. Sposato, con due figli grandi,  uno dei quali gli ha dato qualche grattacapo,
investendo con la macchina e uccidendo una anziana che attraversava la strada
sulle strisce, si proclama stretto osservante della fede ortodossa, e non perde
occasione per ostentarlo. Sue passioni sono la pesca, le gite nei boschi, la
lettura di gialli e romanzi di spionaggio, se possibile in lingua originale.

Il suo nome era circolato sui giornali come possibile premier dopo le dimissioni
di Mikhail Fradkov: ma è spuntato a sorpresa il “sovietico” Viktor Zubkov. Ivanov
non sembra crucciarsene più di tanto, anzi, a suo parere, come ebbe occasione
di dire a un ristretto gruppo di giornalisti alcuni mesi fa, “l’importante è la
stabilità del sistema”, che sicuramente non si scorderà di lui e ha già in
serbo una poltrona.