Ristabilita la buona fede dell’America

E’ Hillary Clinton la vera vincitrice della crisi politica in Honduras

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La tragicommedia honduregna che ha consumato per mesi i diplomatici dell’emisfero americano è al suo ultimo atto. Salvo imprevisti, che rappresentano sempre un elemento di incertezza nella vita politica dell’Honduras, il colpo di stato è finito, il volubile presidente eletto è tornato a casa (in attesa di un voto legittimato dal Congresso e dalla Corte Suprema che gli salvi la faccia), e la data dell’elezione per reinsediarlo è stata fissata per il prossimo 29 novembre. Alla luce di tutto questo, chi è stato il vincitore nella crisi honduregna?

Certamente non il presidente eletto, Mel Zelaya. E’ tornato al potere ma è significativamente indebolito. Non sarà in grado di spingere per quella riforma costituzionale che ha fatto precipitare il Paese nella crisi. Sarà costretto invece a guidare un “governo di unità nazionale” (nel gergo diplomatese “un governo controllato in modo adulto”), e probabilmente dovrà cercarsi un altro lavoro entro il prossimo gennaio. Certamente neppure l’uomo che l’ha deposto, Roberto Micheletti. Togliendo il potere a Zelaya, Micheletti ha perso in gran parte la sua reputazione e avrebbe potuto opporsi agli atteggiamenti di illegalità che sono emersi nelle strade dopo il golpe. Nonostante abbia fermato il referendum illegale di Zelaya, non è chiaro quale sarà il destino di Micheletti.  

Certamente non l’alleato chiave di Zelaya nella regione, il presidente venezuelano Hugo Chavez, che può dire addio (almeno per ora) al suo principale obiettivo: assicurarsi di far restare al potere Zelaya attraverso una indefinita rielezione così da poter aggiungere l’Honduras ai suoi Paesi alleati, come un virtuale vassallo. L’intervento di Chavez durante la crisi, che ha oscillato fra il ridicolizzare Micheletti e la minaccia di far scoppiare una guerra civile, è stato tanto iperbolico quanto inutile; ed è suonato all’incirca come quello di un clown. In ogni caso, contate pure su Chavez per ignorare la realtà e definirlo un eroico, storico, glorioso trionfo della Rivoluzione.  

Certamente non l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS). La crisi ha rafforzato la reputazione dell’organizzazione regionale come un Club di Presidenti più interessati a proteggere le prerogative del potere esecutivo che non a far nascere un governo democratico. Non sfugge a nessuno, per esempio, che l’oltraggio denunciato dai suoi membri dopo “l’usurpazione” del presidente dell’Honduras ‘democraticamente eletto veniva’ un paio di mesi dopo che la maggior parte di quei Paesi hanno richiesto che la dittatura dei Fratelli Castro fosse riammessa nei ranghi della organizzazione. In definitiva, i pezzi grossi della regione (per esempio il Brasile) hanno mostrato che, senza l’influenza degli Stati Uniti, essi hanno poca o nessuna influenza. 

No, il vero vincitore di questo dramma è stato il diplomatico più importante della potenza chiave implicata nella crisi, la donna che ha spinto con calma e pazientemente per tutto questo tempo in cerca di un accordo. E’ stato il segretario di Stato Hillary Clinton che fin dall’inizio ha fatto pressioni per un’intesa sulla falsariga di quella raggiunta negli ultimi giorni. E’ stato il Dipartimento di Stato che ha chiesto al presidente del Costa Rica Oscar Rias di mediare per un risultato del genere, ed è stato sempre il Dipartimento ad entrare in azione quando il compromesso sembrava essere stato messo da parte: hanno spedito in molteplici occasioni a Tegucigalpa Thomas Shannon, l’Assistant Secretary of State for the West Hemisphere, per dare una mano nella soluzione della controversia.

Ed è per questo che, in uno slancio dalla lontana Islamabad, Hillary Clinton ha annunciato che quello dell’Honduras è uno “storico accordo” tra le due parti, aggiungendo che “Non penso che ci sia un altro esempio di un Paese dell’America Latina in cui, dopo aver sofferto una rottura dell’ordine democratico e costituzionale, si riesca a superare la crisi attraverso il dialogo e i negoziati”.

Forse la cosa più importante, nell’aver aiutato a re-insediarsi un presidente anti-americano debitamente eletto, è che l’accordo sarà un primo passo significativo nel lungo e arduo compito di ristabilire la buona fede democratica dell’America nella regione. Il punto di vista radicato fra molti latino-americani – e non solo tra gli chavisti di sinistra – è che l’America favorisce la democrazia solo quando il popolo che vuole le elezioni fa strettamente gli interessi degli Stati Uniti. Far cadere questo stereotipo è un compito urgente per l’amministrazione Obama, e il Segretario Clinton ha compreso che un risultato del genere potrà essere raggiunto solo se gli Usa mostreranno la volontà di restare fedeli ai loro principi, anche quando – e specialmente quando – questi principi finiscono per favorire i loro avversari regionali.

In passato accordi del genere si sono spesso spezzati all’ultimo momento, sebbene l’impegno che abbiamo messo stavolta sembra essere molto più solido. Se questo accordo porterà l’Honduras lontano dalla crisi e verso una legittima elezione presidenziale, se condurrà Zelaya e Micheletti nella pattumiera della Storia, allora potremo mettere in conto alla Clinton il suo primo sostanziale successo nella regione.

Francisco Toro and Juan Nagel scrivono il blog venezuelano "Caracas Chronicles"

Tratto da The National Review

Traduzione di Roberto Santoro

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2 COMMENTS

  1. Se si parte dal
    Se si parte dal presupposto,del tutto errato,che ci sia stato un colpo di stato,si arrivano alle conclusioni della Clinton.Ha vinto la deformazione dei fatti dell’amministrazione Obama e,a seguire,del vasto mondo, e la capacità di pressione economica su di un paese molto povero.

  2. Personalmente, nella
    Personalmente, nella “pattumiera della storia”, oltre a Mel Zelaia e suo figlio Hector (narcotrafficante), ci butterei questo miserevole articolo…vediamo se il “successo” diplomatico della Clinton sarà un successo anche per il povero popolo honduregno.

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