E’ intollerabile che in uno Stato democratico esista un Archivio Genchi

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E’ intollerabile che in uno Stato democratico esista un Archivio Genchi

28 Gennaio 2009

A sentirlo parlare (e non parlare) del nuovo caso del giorno, si capisce che freme. Non solo perché le implicazioni del cosiddetto "archivio Genchi"  secondo Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del PdL al Senato e membro del Comitato di controllo sui Servizi segreti,  a suo dire "vanno ben oltre quelli che sono i compiti istituzionali del Copasir, e richiedono una profonda assunzione di responsabilità da parte del Parlamento". Ma anche, e soprattutto, per mettere riparo a quella che definisce "una situazione di profondo squilibrio".

Senatore Quagliariello, perché parla di squilibrio?

"Perché ogni giorno siamo inondati dalle dichiarazioni del dottor Genchi e dei suoi ‘difensori’ che parlano, accreditano ricostruzioni, lanciano messaggi obliqui e forse velate minacce. E noi che al Copasir abbiamo avuto cognizione di ciò di cui si sta parlando, ma siamo vincolati al segreto, non possiamo replicare. Con la conseguenza che l’opinione pubblica potrebbe ricavare da tutto ciò una ricostruzione dei fatti quantomeno parziale".

La soluzione quale potrebbe essere?

"Mi sembra che i vertici del Copasir abbiano tenuto una condotta esemplare. Correttamente il comitato sta portando avanti il suo lavoro, e nei prossimi giorni procederà alle audizioni del caso. Nel frattempo i presidenti di Camera e Senato sono stati informati, e nella loro piena autonomia potranno valutare la situazione e assumere le determinazioni che riterranno più opportune".

Fermo restando il vincolo di riservatezza, può dirci cosa avete visto nell’archivio del Copasir al punto da suscitare tanto allarme?

"Tecnicamente, abbiamo potuto leggere le relazioni dei carabinieri del Ros relative all’attività del dottor Gioacchino Genchi in qualità di consulente della Procura della Repubblica di Catanzaro. E qui mi fermo. Nella sostanza, ci siamo trovati di fronte ad un materiale che pone seri interrogativi sulla libertà dei cittadini, sulla sicurezza dello Stato, e sulla guerra per bande all’interno della magistratura".

C’è chi sostiene che il contenuto dell’archivio Genchi era noto da tempo, ma sia stato tirato in ballo solo adesso da Berlusconi per agevolare una legge restrittiva sulle intercettazioni telefoniche…

"Quando i membri del Copasir, dal presidente Rutelli ai rappresentanti di maggioranza e opposizione, saranno liberi di ricostruire come sono andate le cose e come si è giunti alla situazione attuale, i complottisti che in questi giorni si agitano tanto dovranno chiedere scusa al Parlamento e al presidente del Consiglio".

Prima Telecom, ora Genchi. I "complottisti", come li chiama lei, potrebbero parlare di una "sottile linea rossa"… Ma c’è chi, come Giuseppe D’Avanzo su Repubblica, accusa Berlusconi d’aver taciuto in un caso e di parlare molto nell’altro.

"Anche in questo caso la foga di gettare discredito sul premier induce alcuni solerti censori a produrre analisi quantomeno superficiali. Nel caso Telecom, infatti, si è trattato di investigazioni, certamente illegali, effettuate da un gruppo privato. E’ vero che anche a causa del grande dispiegamento di mezzi economici messi in campo si è determinata la "penetrabilità" dei Servizi segreti. Ma in quel caso vi è stata la probabile violazione del codice penale da parte di determinate persone, private, a carico delle quali pende un procedimento giudiziario. Dunque, Berlusconi fa bene a lasciare che a pronunciarsi siano i magistrati che conducono l’inchiesta, ai quali va dato atto di aver evitato fughe di notizie che danneggiassero le persone coinvolte".

Nel caso dell’archivio Genchi, invece?

"La situazione è profondamente diversa. Ci troviamo di fronte a una vicenda maturata interamente dalla parte dello Stato, attraverso il rapporto tra una Procura della Repubblica e un suo consulente. Non sappiamo ancora se il materiale che ci troviamo di fronte sia frutto di azioni lecite. In tal caso, credo che la situazione sarebbe ancora più inquietante".

Per quale ragione?

"Per parlar chiaro, se fosse vero, come sostiene ad esempio Antonio Di Pietro, che tutto è stato fatto nel rispetto della procedura vigente e previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria, dovremmo chiederci se è tollerabile che in uno Stato che si presume libero e democratico vengano controllati "legalmente" i contatti telefonici dei vertici delle istituzioni, della sicurezza nazionale, della magistratura; e se una riforma che sia davvero di sistema non sia ancora più urgente".