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E’ la democrazia il peggior nemico di Al Qaeda

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Nello stesso giorno in cui Al Qaeda nel Maghreb colpiva sia la sede del consiglio costituzionale algerino - danneggiando anche il limitrofo Alto consiglio islamico - sia l’edificio che ospita l’organizzazione per i rifugiati (Unhcr), a Roma aveva luogo il convegno “Battaglia della democrazia nel mondo islamico”. La tragica ironia, che ha temporalmente legato i due eventi, è solo apparente. In effetti i due episodi appaiono sempre più tappe distinte di un medesimo processo storico, se si ascoltano con attenzione le parole – intelligentemente riportate su “Il Foglio” da Meotti – di Bernard Lewis, arabista e professore a Princeton, partecipante a quel simposio romano.

Dagli attentati algerini vengono confermate tre lezioni. Innanzitutto è sempre più chiaro che  Al Qaeda  più che una complessa organizzazione internazionale del terrorismo islamico di matrice sunnita (sempre che lo sia mai stata) è - dopo l’11 settembre  ed il successivo smantellamento dello stato talebano in Afghanistan -  un brand, un marchio di “qualità”, che identifica uno specifico prodotto, che viene utilizzato, nei modi e nei mezzi, in franchising dalle più disparate cellule terroristiche  del mondo sunnita, che hanno solo lontani legami con Osama bin Laden ed i suoi più stretti collaboratori. E’ notorio, infatti, che Al Qaeda nel Maghreb, dall’aprile 2006 aveva riunito i militanti del gruppo storico fondamentalista algerino, i Gspc, anche mediante l’apporto di militanti di origine algerina che avevano maturato esperienza in altri teatri della lotta fondamentalista.

La seconda lezione viene dalla tipologia di bersagli delle esplosioni. A differenza delle strategie utilizzate dal tradizionale fondamentalismo locale che, dopo il 1998, finita la guerra civile tra i movimenti integralisti ed il governo laico, limitava il confronto ad azioni contro le forze di sicurezza nelle periferie algerine, la struttura diretta dall’emiro Abdelmalek Deroukdal preferisce obiettivi altamente simbolici che dimostrino l’intenzione di osteggiare la politica di conciliazione nazionale (più supposta che reale) del regime del presidente Bouteflika. La scelta degli obiettivi non è caduta su dei simboli della presenza “crociata” od occidentale in un paese islamico, ma sulle istituzioni di uno stato che – da sempre – aveva fatto del laicismo e di un certo “socialismo” il simbolo stesso dell’identità nazionale. Questo modello, nato da una guerra di liberazione e dai compromessi che ne sono seguiti, in altri periodi storici, non veniva solo studiato ed auspicato da una certa intellighenzia araba, ma anche in Occidente.  Non è certo un caso che nelle sezioni del PSI dei primi anni Sessanta si discutesse se il modello da perseguire fosse quello titino o quello di  Boumedienne. La stessa strategia delle centrali del terrore che si rifanno alla figura del miliardario saudita colpisce,  così - come  “fuoco amico” - le pretese di quelle frange intellettuali e politiche occidentali che, da anni, additano proprio le potenze del Nord del mondo come prime responsabili del terrorismo islamico, che sarebbe solo una esasperata resistenza del mondo arabo e musulmano verso il terrorismo politico dell’Occidente.  D'altronde basta il solo ragionieristico conto della tipologia dei bersagli degli attentati del terrorismo di matrice Al Qaida per capire che il vero obiettivo di bin Laden non è l’Occidente, ma quella parte del mondo arabo che cerca di darsi un assetto laico e moderno. Anche se negli occhi di tutti sono ancora dolorosamente vive le immagini di New York, Madrid e Londra è necessario comprendere - al fine di capire il fenomeno - che quegli attentati erano, solo in modo secondario, un segnale al mondo occidentale. I veri interlocutori erano i “moderati” del mondo islamico, che cercavano un positivo confronto con i “crociati”.

Il  combinato disposto delle prime due “lezioni” porta alla terza. Nonostante i richiami ad un passato glorioso, il linguaggio anacronistico ed un progetto teso alla ricostruzione di un improbabile califfato (l’unità politica degli arabi è sempre stata un mito, già un secolo dopo la morte del Profeta) le radici del fondamentalismo islamico hanno radici molto fragili e tenere nel terreno della storia. Ancora negli anni Sessanta e Settanta  del Novecento la componente fondamentalista era minoritaria nel mondo islamico. Come ricorda Panella le scuole islamiche di quegli anni poco o nulla studiavano i pensatori del fondamentalismo, trattandoli come semplici curiosità. Lo stesso movimento wahabita era conosciuto come fenomeno specifico dell’Arabia Saudita e strumento politico della casa regnante.

Il fondamentalismo è figlio del modernismo e del fallimento di molte ideologie di riscatto del mondo laico. Negli anni Cinquanta Nasser, laico e portatore di valori e strategie politiche prossime a quelle nazionalsocialiste, aveva infiammato il mondo arabo creando innumerevoli emuli (tra cui il Gheddafi e Saddam Hussein). La fine dell’utopia baathista ed il vuoto conseguente non venne opportunamente occupato dalle classi dirigenti arabe “moderate” che lasciarono crescere una insoddisfazione sia tra il ceto diseredato, sia tra parte degli intellettuali. Questa frattura nel mondo arabo è diventato un brodo di cultura del fondamentalismo. Se l’Occidente ha una colpa, questa è di avere cercato di esportare  modelli ed idee propri che, però, non appartengono al modo arabo. All’interno del convegno tenuto a Roma, nelle stesse ore degli attentati di Algeri, il citato Lewis ha affermato che sia la democrazia, sia la dittatura sono idee occidentali, sostenendo che la dittatura nel Medio Oriente è un’invenzione, seguita alla modernizzazione ispirata dall’Occidente. Basandosi su queste convinzioni lo studioso non vide negativamente l’occupazione di Baghdad da parte americana, perché nel mondo islamico vi erano tradizioni non di governo democratico, ma di governo sottoposto alla legge, esercitato sulla base del consenso. Sulla scorta di queste considerazioni si potrebbe, quindi, avere fiducia che la democrazia riesca ad albergare nell’islam delle moschee e delle scuole coraniche.

Il modernismo arabo, che ha portato sia alla nascita di regimi laici, sia del fondamentalismo islamico, trova la sua fonte nella guerra fredda e nel processo di polarizzazione, con il quale le due superpotenze “giocavano” a risiko nel teatro planetario fuori dal nord del mondo. Per esse sembrava facile assecondare ideologie “tradizionaliste” o “socialiste” se queste potevano mettere in difficoltà l’avversario. Purtroppo, svegliato il mostro del riscatto nazionale, questo non si è assopito dopo la fine della guerra fredda, ma ha continuato a crescere. Se è vero che la guerra fredda – nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale – è stato il terzo e più grande conflitto planetario (in parte nei modi, sicuramente negli effetti), è altrettanto vero che ha provocato questa “guerra” contro il fondamentalismo che accompagnerà per molti anni le relazioni internazionali del pianeta. Questo è e sarà il quarto conflitto mondiale. La cosa importante da capire è che se i primi tre conflitti si possono leggere come una guerra civile all’interno del mondo politico e culturale occidentale, nel quale il resto del pianeta era solo un campo di battaglia, quest’ultima guerra è un conflitto interno ad una diversa comunità politica e culturale, quella araba ed islamica. In questo contesto l’Occidente, pur con tutta la sua potenza economica e politica è ridotto a campo di battaglia (con buona pace della nostra ubris intellettuale).

Cosa può quindi fare questo “campo di battaglia” per non vedere soccombere la possibilità di un Medio Oriente “democratico” e pacificato? Lewis indica la strada nel riconoscimento e nel sostegno a quelle “diversità” così radicate nel mondo arabo che meglio possono accordarsi con il mondo occidentale.

Per ironia gli item fissati dal fine intellettuale “orientalista” sono declinati, nella realtà da chi intellettuale non è: un militare, il generale David H. Petraeus, comandante americano in Iraq. Egli, decidendo di collaborare con la società civile irachena, indipendentemente dal passato politico dei nuovi amici (ex baathisti, ex terroristi ecc.), facendo uscire le truppe dalle grosse basi per farle vivere in mezzo alla popolazione, accettando le diversità intrinseche di quel mondo potenzialmente ostile e, soprattutto, occupandosi dei problemi minuti della popolazione sta lentamente isolando sia le milizie sciite del “Mahdi”, sia le organizzazioni che si ispirano ad Al Qaeda. Egli sta riuscendo a fare quello che non era riuscito a decine di ONG che armate solo del loro innocente pacifismo non riuscivano a fare ciò che è l’essenza della politica:  mediare gli interessi degli attori in gioco.     

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