E’ la doppia morale della comunità internazionale a isolare Israele
29 Settembre 2010
di Dore Gold
Proprio in questo momento nei palazzi governativi di Israele si sta discutendo in merito alla crescente campagna di delegittimazione dello stato ebraico. Ma da dove proviene questo senso di “delegittimazione”? Relativamente al giudizio espresso dalla gente a livello mondiale, oggi Israele si trova a dover affrontare una doppia morale all’interno della comunità internazionale. L’ex segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, ha avuto modo di sottolinearlo già nel novembre 2006,
riferendosi al lavoro del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, da poco costituitosi: “Fin dall’inizio del loro lavoro hanno focalizzato l’attenzione quasi esclusivamente su Israele, mentre ci sono
altre situazioni di crisi, come il Sudan, dove non sono stati in grado di dire una sola parola”.
Ed è stato infatti lo stesso Consiglio per i diritti umani dell’Onu, con sede a Ginevra, a dare avvio alla Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, pubblicando l’infame rapporto Goldstone, che incolpava
Israele dei civili morti nella guerra a Gaza, mentre non trovava colpe ad Hamas, la cui campagna a suon di razzi contro le città e i paesi israeliani, durata otto anni (2001-2009), è stata la causa principale dello scoppio della guerra.
Più di recente, molti paesi europei hanno condannato Israele per il blocco navale di Gaza, controllata appunto da Hamas. Per esempio, il 2 luglio il Parlamento federale tedesco ha approvato una risoluzione
in cui si chiedeva l’immediata sospensione del blocco navale. Ma un blocco non rappresenta uno strumento di legittima difesa?
Israele non ha forse il diritto di impedire che in futuro i missili a lunga gittata iraniani giungano a Gaza via nave, considerando il fatto che in passato erano proprio di fabbricazione iraniana i missili lanciati sulle città israeliane? La stessa Nato, in realtà, impose un blocco alla Jugoslavia negli anni Novanta, quando le truppe volevano interrompere il rifornimento di armi alle milizie serbo-bosniache. Alcuni hanno sostenuto che il blocco israeliano stava causando una crisi umanitaria, ma esaminando le foto del mercato di Gaza scattate lo scorso anno, chiunque può vedere che vi era abbondanza di verdura e frutta fresca.
Il Washington Post ha riferito che le farmacie della città di Gaza erano ben rifornite, esattamente come quelle della capitale statunitense. Perché il blocco della Nato poteva essere considerato legittimo, mentre quello israeliano no? La questione è molto più profonda.
Stiamo parlando di una doppia morale che nasce dalla delegittimazione. Uno stato di cui viene messa in discussione la legittimità non può sperare nell’imparzialità di quel tribunale che è l’opinione pubblica internazionale. Sarà giudicato colpevole ancor prima di aver presentato la realtà dei fatti. Nel 2009, il Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha chiesto di indagare su “tutte le violazioni delle leggi internazionali sui diritti dell’uomo… commesse dallo stato occupante, Israele”.
Questa domanda era formulata in un modo tale da insinuare la colpevolezza di Israele prima ancora che Justice Richard Goldstone avviasse la sua indagine sulla guerra di Gaza. L’attacco a Israele suona perfino ironico se si pensa che il popolo ebraico, tra cui anche gli israeliani, è sempre stato in prima linea nella lotta per i diritti umani, fin dai tempi in cui vennero redatte la Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo e la Convenzione sul genocidio in seguito all’Olocausto. Ciononostante ci sono persone che, in tutta coscienza, sperano che l’offensiva diplomatica, non importa quanto ingiusta, continui anche in futuro e indebolisca Israele a tal punto da metterne in dubbio l’esistenza stessa.
Quello che sta accadendo non riguarda solo i cambiamenti della politica di Israele, ma è anche il risultato dei mutamenti che stanno avvenendo in Occidente. Novant’anni fa, nel 1920, terminata la Prima guerra mondiale, gli alleati vittoriosi si incontrarono nella città italiana di Sanremo e decisero che il popolo arabo degli ex territori dell’Impero ottomano in Asia sarebbe stato liberato e avrebbe potuto formare degli stati indipendenti, come la Siria e l’Iraq. Inoltre venne riconosciuto al popolo ebraico il diritto internazionale di “ricostituire la propria patria nazionale” in quello che sarebbe diventato il Mandato britannico della Palestina. Questi diritti vennero approvati dalla Società delle
Nazioni e definiti dalla Corte permanente di giustizia internazionale dell’Aia come “un atto legislativo internazionale”.
Quindi i diritti del popolo ebraico sono stati riconosciuti sia dalla Società delle Nazioni sia dalle Nazioni Unite, facendo di Israele, ironia della sorte, un paese la cui legittimità è maggiore rispetto a gran parte del mondo. Il motivo del cambiamento drastico nei loro valori internazionali è da ricercare in quegli stati che oggi sono contro Israele, ma i cui padri e le cui madri, non più tardi di una generazione fa, non mettevano nemmeno in discussione l’appoggio alla causa.
Israele ha sicuramente la sua parte di colpa per la situazione attuale: ha lasciato che le circostanze internazionali arrivassero fino a questo punto senza protestare con sufficiente forza. Forse pensava che se avesse fatto più concessioni ai palestinesi questo trattamento impari sarebbe scomparso. Ma non è successo, perché l’ostilità da parte della scena internazionale non ha nulla a che vedere con i territori occupati nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni: riguarda piuttosto il diritto stesso di esistere. Una cosa è certa: coloro che cercano di isolare Israele non stanno piegando la sua volontà. Al contrario, una
nuova generazione sta nascendo, convinta che quella israeliana sia una causa giusta, una generazione che vuole difendere il proprio paese senza tradire i valori dei diritti umani che caratterizzano l’etica di
Israele fin dai tempi della sua fondazione.
*Dore Gold è Consulente del premier d’Israele Benjamin Netanyahu, ex ambasciatore all’Onu e direttore del Jerusalem Center for Public Affairs
Tratto da "Il Foglio"©
Traduzione Studio Brindani
