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L'analisi

E la Lega aprì a Draghi

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Atmosfera surreale, dibattito deprimente. Questa l’impressione di chi ha osservato a distanza di sicurezza, attraverso la web tv, l’audizione del premier Conte in Senato. Immaginiamo lo sconforto degli astanti, almeno di quelli in possesso di un minimo di raziocinio.

Assenza assoluta di consapevolezza istituzionale. Su un punto, a parole, tutti d’accordo: ci sarebbe bisogno di unità nazionale perché siamo in guerra. Si finge, però, di non sapere che questo è un esecutivo di parte figlio di un ribaltone: un salto mortale carpiato come mai si è visto nella storia del Paese. E’ un dato di fatto, non una critica.

Se ne dovrebbe trarre una conclusione obbligata. O cambia il governo e, come nell’immediato dopoguerra, vi entrano tutti ma proprio tutti. O si costruisce una sorta di camera di compensazione, un binario parallelo, dove si sviluppano le politiche di emergenza che abbisognano di sostegno unanime, mentre per tutto il resto (in questa fase, il resto di niente) rimane in vigore l’ordinaria dialettica maggioranza/opposizione. Così ha ragionato la classe politica negli anni della ricostruzione post-bellica, una volta scoppiata la Guerra Fredda; così ha ragionato la classe politica negli anni color piombo del terrorismo.

Il lettore dirà: siamo all’abc della politica. Invece, di tutto ciò non s’è trovata neppure una labile traccia nella giornata senatoriale di ieri se non nei toni di questo o quell’oratore, iniziando proprio dall’intervento del premier Conte. Ma ai toni, appunto, ci si è fermati; alla sovrastruttura, mentre la struttura non è stata neppure sfiorata.

A meno di non dar credito a un siparietto andato in onda a fine trasmissione. E’ stato Salvini che, in coda a un intervento fondamentalmente di metodo e molto schiacciato sul contingente, ha lanciato la bomba: la Lega è assolutamente d’accordo con l’analisi di Draghi. Quell’intervento è stato un monito all’Europa ma se l’Europa risponde picche, l’Italia (e non solo la Lega) dovrà prenderne atto.

Con ogni evidenza, l’apertura a Draghi è stata anche, indirettamente, l’apertura a un governo differente. Magari per il tempo della ricostruzione, quando le macerie si saranno posate e sarà necessario uno sforzo titanico, la lega potrebbe starci a varare un esecutivo di salvezza nazionale che, a quel punto, non potrà certo essere guidato da Giuseppe Conte. Ripetita iuvant ma alla guida di tre maggioranze differenti, apparirebbe troppo persino a un “opportunista” della III Repubblica francese…

Non vorremmo aver preso lucciole per lanterne ma ci è parso che, a stretto giro di posta, la risposta gli sia giunta dal Senatore Perilli che solitamente veste i panni del compassato capogruppo 5 stelle. Il suo intervento ha chiuso il dibattito: in tutti i sensi. Si è scagliato, infatti, con foga inusuale e del tutto fuori contesto contro il leader leghista e capo delle opposizioni, arrivando a definirlo “un monumento d’incoerenza”. In un attimo, il clima di appeasement fin lì faticosamente costruito è andato in fumo, al punto tale che la presidente Casellati è dovuta irritualmente intervenire per riprendere l’oratore, a quel punto imbarazzato: “non è il momento delle polemiche”. E nessuno ha potuto o voluto ribattere.

Delle due l’una: o l’intervento di Perilli è stato un consapevole attacco all’ipotesi implicitamente avanzata dal leader leghista oppure è stata, come si dice a Oxford, “una pisciata fuori dal vaso”, il riflesso condizionato di un pianista che sa battere su un tasto solo. Nell’un caso o nell’altro, l’accaduto avvalora il fatto che l’ipotesi di un vero governo di unità nazionale guidato da una personalità all’altezza sarebbe una buona cosa. Perché ricostruire il Paese con la classe politica grillina al comando è come provare a fare una lunga traversata a nuoto con una palla di piombo al piede.

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