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E’ la Lega il vero erede della partitocrazia

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L’articolo che Filippo Salone ha dedicato al brillante risultato ottenuto dalla Lega Nord alle elezioni amministrative parziali del 27 e 28 maggio merita alcune riflessioni aggiuntive. L’analisi di Salone, infatti, ha il merito di individuare alcuni aspetti significativi che non sempre sono stati colti dai commentatori. La Lega, questo il succo del ragionamento contenuto nell’articolo, non deve le proprie fortune elettorali a una generica vena protestataria, bensì alla capacità di individuare in anticipo sulle altre forze politiche temi cui l’opinione pubblica settentrionale moderata o conservatrice è particolarmente ricettiva. Tale capacità di ascolto non è diminuita con il tempo, ma si è anzi rafforzata.

Radicata sul territorio, animata da militanti socialmente e culturalmente omogenei alla propria base elettorale la Lega possiede antenne sensibili. Da qui la capacità di proporre con anticipo issues che si impongono poi con forza nell’agenda politica. A questa capacità di operare in quell’ambito che gli anglosassoni definiscono grassroots, fa da pendant una maturazione organizzativa che si rispecchia anche nei vertici del partito. Con il tempo accanto a Bossi, leader storico del leghismo, sono venuti emergendo altri dirigenti che sono divenuti punti di riferimento per l’elettore simpatizzante o almeno non antipatizzante; al tempo stesso i dirigenti leghisti sono riusciti a imporsi come accreditati interlocutori della classe politica nazionale. Insomma, il recente risultato elettorale sarebbe la conferma che la Lega non è un fenomeno folkloristico, ma un partito destinato a contare sempre più nel panorama politico italiano.

In tutt’uno, le considerazioni di Salone contengono molti elementi di verità. Tuttavia per valutarle obiettivamente esse vanno inserite in un contesto più ampio, quello appunto del sistema politico. Uno spunto in tal senso si ritrova nell’articolo, quando si osserva che la Lega ha mostrato ottime capacità di operare "con profitto il proprio ruolo strategico dentro il sistema politico-istituzionale e nella coalizione di centro destra". Qui, crediamo, sta il punto. La Lega gioca bene le proprie carte all’interno di questo sistema politico-istituzionale, ma non propone nulla per superarne gli assetti difettosi o incongrui. Da oltre dodici anni, il sistema politico italiano ha conosciuto una modifica sostanziale. Da un equilibrio centrista a dominanza democristiana si è passati a una democrazia competitiva basato sull’alternanza di governo. Si tratta di un processo confuso, largamente incoato, spesso contraddittorio, ma non equivocabile. Soprattutto si tratta di un processo che risponde a profondi mutamenti sociali e culturali. Detto in estrema sintesi, per rispondere adeguatamente alle sfide economiche e politiche che il nostro tempo, l’Italia dovrebbe dotarsi di un sistema politico basato su governi di legislatura legittimati direttamente dal voto popolare, capaci di operare scelte incisive lungo un arco di tempo stabilito.

Se ci mettiamo da questo angolo visuale (che a nostro modesto avviso è quello davvero importante) scopriamo che la Lega ha sempre lavorato con impegno contro la normalizzazione della democrazia dell’alternanza. Nel 1994 con il ribaltone e il sostegno al governo Dini, la Lega azzoppò il processo di rapida riscrittura della costituzione materiale che era in corso. Alle elezioni del 1996 presentandosi da sola incassò un cospicuo successo elettorale, facendo perdere alla CdL le elezioni politiche. All’epoca della bicamerale D’Alema, in una sorta di concordia discorde con i partiti della sinistra massimalista, il partito di Bossi lavorò per imbrogliare le carte e diede un contributo sostanziale al fallimento dell’unico tentativo finora esperito per trovare una via di uscita condivisa alla crisi italiana. Le cose non sono migliorate neanche dopo le elezioni del 2001. Nel corso della scorsa legislatura la Lega ha sempre esasperato a freddo i toni della polemica politica. Il bilancio non è migliore se si guarda al piano delle proposte concrete. Per quanto ritenuta espressione di una protesta fiscale, la Lega ha fatto di tutto per ostacolare le misure di liberalizzazione dell’economia o di risanamento del debito pubblico (a cominciare dalle pensioni) avanzate, sia pure timidamente, negli anni scorsi.

Il fatto è che la Lega si muove sempre in una logica di corto respiro. L’unica cosa che conta per i suoi dirigenti è l’interesse del partito, la necessità di rendersi visibili per poter incassare a breve un, sia pur minimo, miglioramento elettorale. In altri termini, la capacità di scrutare gli umori di una parte della società italiana, non è mai stata finalizzata alle ricerca di una sintesi politica generale, ma è stata sempre utilizzata per un tornaconto di partito. In questo senso il movimento di Bossi è il vero erede della partitocrazia italica. Ne rappresenta, per così dire, una versione degenerata e deforme.

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