E’ l’indebolimento dell’identità ebraica a minacciare l’esistenza d’Israele
22 Giugno 2008
di Ira Stoll
All’orecchio dei giovani americani cresciuti nei campus universitari, dove gli afroamericani, gli asiatici, gli ispanici, le donne, gli ebrei e gli omosessuali hanno propri programmi di studio, alloggi, centri studenteschi e gruppi di pressione, l’idea che il concetto di “identità” vada difeso può apparire quanto mai peculiare – un retaggio dell’era del melting pot. Le politiche d’identità non hanno bisogno di essere difese, recita questa teoria, ma fatte rientrare in un quadro più ampio, il che è convalidato non solo dai campus universitari “balcanizzati”, ma anche dalle violenze tra sunniti e sciiti iracheni.
Diversa è l’opinione di Natan Sharansky, l’uomo ha trascorso nove anni della sua vita in una prigione sovietica come attivista per i diritti umani degli ebrei, per poi trasferirsi in Israele e intraprendere una carriera politica che al suo culmine lo ha portato a rivestire il ruolo di vice premier del governo israeliano. Nel suo ultimo libro, “Difendere l’Identità”, Sharansky afferma che la propria esperienza e lo studio della storia americana lo hanno persuaso di come, per dirla con le sue parole, “l’identità, piuttosto che la più acerrima nemica della democrazia, è sostanzialmente necessaria a sostenerla”.
Sharansky procede argomentando come, nonostante il concetto di identità possa venire “utilizzato in maniera distruttiva”, esso rappresenta anche “una forza cruciale per il bene”. Le identità forti, dice l’autore, “sono un valore per una società che funziona, così come lo sono per gli individui stabili, capaci ed affidabili. Coltivare identità radicate è fondamentale per garantire la stabilità e la pace internazionale, proprio come lo è la promozione della democrazia”.
L’argomento più convincente utilizzato da Sharansky è proprio la narrazione della propria esperienza. “L’identità mi ha dato la forza di essere libero”, scrive. “Quando gli ebrei hanno abbandonato la propria identità per la ricerca della libertà universale, non hanno ottenuto nessuna delle due. Quando invece hanno seguito il cammino dell’identità nel nome della libertà, così come gli ebrei sovietici negli anni Settanta, si sono assicurati entrambe”.
La testimonianza di Sharansky è a suo modo innegabile. Chi meglio di lui sa cosa gli ha permesso di sopportare il peso degli interrogatori del KGB e le miserabili condizioni di vita del gulag? Ma allo stesso tempo simile testimonianza dà tutta la misura delle difficoltà cui Sharansky va incontro per spiegare la sua visione: non è stata infatti un’“identità” astratta, racconta l’autore, ad averlo aiutato a sostenere l’immensa pressione a confessare o ritrattare; bensì una particolare identità: l’appartenenza al popolo d’Israele e alla sua terra, il libro dei Salmi, ed il timore di Dio. Tuttavia, il suo libro si intitola “Difendere l’Identità”, non “Difendere il Giudaismo”; dunque, in modo abbastanza curioso per una “difesa dell’identità”, Sharansky fa del suo meglio per universalizzare le proprie riflessioni. Narra la sua amicizia in prigione con un cristiano pentecostale, la cui fede giocò un ruolo simile al giudaismo per Sharansky nel dargli coraggio per affrontare le autorità sovietiche; ricorda il ruolo dei gruppi di identità in Unione Sovietica mentre lavoravano per l’Helsinki Watch (l’organizzazione non governativa statunitense che poi è divenuta Human Rights Watch) per contrastare il regime comunista: “I primi a partecipare furono gli ucraini, poi i lituani e i georgiani; poi vennero i cattolici, i pentecostali, gli abitanti della Crimea e i tartari”.
Per quanto riguarda il movimento di liberazione degli ebrei russi, Sharansky lo identifica come “l’elemento che infierì il colpo finale al regime sovietico”. Sharansky accenna inoltre brevemente a come la rivoluzione americana “nacque dalla tradizione religiosa statunitense e dall’identità così come dalla tradizione democratica e dall’illuminismo”.
Sharansky si dimostra particolarmente acuto nell’analisi dei gruppi pacifisti e di quelli che chiama movimenti “post-identità”, il cui credo riassume in questo modo: “L’identità causa la guerra; la guerra è il male e dunque l’identità è causa del male”. Sharansky rifiuta questo tipo di logica, ed è nel complesso scettico verso i movimenti contro la guerra. “Sin dal principio, i gruppi per la pace furono un’arma importante nelle mani dell’Unione Sovietica”, scrive, aggiungendo che “una conseguenza negativa dei buoni standard di vita in una società democratica è che essi spesso finiscono per pregiudicare quegli stessi fondamenti importanti per cui essa si batte”.
Tra le parti più argute e illuminanti del libro rientrano gli aneddoti tratti dagli incontri ufficiali a cui Sharansky ha partecipato. L’autore racconta di un episodio verificatosi a Parigi nel 2003, dove gli intellettuali ebrei francesi gli dissero “la guerra non è tra l’islam e l’Occidente: è tra l’Europa civilizzata e gli Stati Uniti d’America”. Sharansky si oppone all’idea che tali sentimenti abbiano origine dal comportamento del Presidente Bush o dalla guerra in Iraq, sottolineando come pareri simili fossero diffusi già negli anni Ottanta e Novanta.
Sharansky riferisce anche dell’incontro con l’arcivescovo di New York, il Cardinale Edward Egan, durante il quale l’autore chiese aiuto di quest’ultimo nella forma di un appoggio ufficiale alla decisione di Israele di contrastare la costruzione della più grande e imponente moschea di tutto il Medio Oriente, che avrebbe oscurato la chiesa dell’Annunciazione a Nazareth. Sharansky narra come il cardinale avrebbe risposto che proteggere la chiesa era indubbiamente compito di Israele; negò tuttavia il proprio sostegno pubblico alla decisione israeliana, spiegando che “sento in ambito cattolico voci che reputano come si sia trattato sin dall’inizio di una provocazione da parte degli ebrei”. La replica dell’attonito Sharansky fu che “le voci che sostengono che il problema sono gli ebrei sono qualcosa con cui abbiamo dovuto fare i conti per gli ultimi duemila anni”. Il senso dell’umorismo dimostrato da Sharansky è certamente apprezzabile. Circa le tensioni tra gli ebrei e i cristiani evangelici che appoggiano Israele, conclude che si tratta di una disputa che si risolverà con la venuta del Messia, quando gli si potrà domandare “se è già stato prima da queste parti”.
Nel complesso, il contributo più rilevante che questo valido libro porta all’interno del dibattito pubblico è dato dalla valutazione dei rischi per Israele di un’identità ebraica in forte indebolimento. Cita un terrorista arabo-palestinese, che avrebbe dichiarato ad un giornalista israeliano di come avesse avuto la certezza di una futura sconfitta di Israele nel momento in cui, detenuto in prigione, vide una guardia carceraria israeliana mangiare del pane in occasione della Pasqua ebraica (preceduta tradizionalmente da un periodo di digiuno). La guardia avrebbe detto ai prigionieri: “Non mi sento in obbligo verso eventi accaduti più di duemila anni fa”. Da questo, la risoluzione del terrorista palestinese “a combattere senza sosta […] perché contro di noi è schierata una nazione che non ha alcun legame con le sue radici”.
Sharansky cita un uomo politico israeliano, l’ex ministro per l’istruzione Shulamit Aloni, che si era opposto alle gite d’istruzione dei bambini israeliani al campi di sterminio di Auschwitz sulla base del fatto che “tali gite potrebbero portare i giovani a nutrire sentimenti nazionalisti”. Parla dell’odierno ministro della difesa israeliano, Ehud Barak, il quale da primo ministro (secondo la narrazione di Sharansky) aveva proposto di dividere Gerusalemme ed “era pronto ad offrire ad Arafat tutto quello che voleva: il quartiere mussulmano, il quartiere cristiano e il Monte del Tempio, e speciali regole affinché gli ebrei venissero trasportati in autobus al muro occidentale”.
In occasione dello scandalo che ha coinvolto Ehud Olmert con l’accusa di corruzione, il nome di Barak è tornato a circolare come possibile primo ministro. Anche l’America sta per eleggere un nuovo presidente. L’ultimo libro di Nathan Sharansky, "In Difesa della Democrazia", fu pubblicamente appoggiato dal Presidente Bush che conferì al suo autore la notissima Medal of Freedom. Se il prossimo presidente degli Stati Uniti leggerà l’ultimo libro di Sharansky sui legami tra identità, democrazia e libertà, potrebbe rivelarsi più importante di qualsiasi incontro con la CIA o con il Dipartimento di Stato per comprendere i nuovi orizzonti della politica estera.
© New York Sun
Traduzione di Alia K. Nardini
Natan Sharansky, "Defending Identity: Its Indispensable Role in Protecting Democracy", Perseus, 288 pp., $26.95.
