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E’ l’Iran il maggior nemico del nuovo Iraq

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Il lavoro che sta portando avanti il generale Petraeus in Iraq è reso costantemente più difficile dalle ingerenze della Repubblica Islamica dell’Iran, con modalità che vengono spesso rese note - per quanto di mia conoscenza - dai media iracheni e da quelli degli altri paesi della regione. Prendiamo ad esempio quanto è accaduto la scorsa settimana, quando un importante vertice tra i leader politici iracheni è stato improvvisamente cancellato. Dall’incontro ci si attendeva che i curdi, gli sciiti e i sunniti superassero le diffidenze reciproche, così da raggiungere un accordo per emendare la Costituzione, distribuire le ricchezze petrolifere e così via. All’incontro erano convocati tutti, da Moqtadah al Sadr all’ex premier Iyad Allawi. Maliki, il premier attuale, era sotto la forte pressione di Washington e di Petraeus che spingevano per il raggiungimento di un qualche progresso nella situazione politica che convergesse con i successi militari degli ultimi mesi; grandi quindi erano le speranze riposte nei colloqui affinché producessero risultati positivi.

Tuttavia, come riportato dal quotidiano Az-Zaman, “la rottura è avvenuta quando il governo iraniano ha ‘ufficialmente’ preteso l’esclusione dai colloqui dell’ex primo ministro Iyad Allawi, richiesta respinta dai sunniti dello Iaf”. La conseguenza, aggiunge il giornale, è stata che “il leader curdo Mas'ud al Barazani non si è più potuto recare a Baghdad per prendere parte all’incontro come previsto”. Ora, Az-Zaman è solo un quotidiano locale, e anche la migliore carta stampata può incappare in delle sviste, perciò questa notizia può benissimo essere sbagliata per un motivo o per un altro. Ma il punto centrale è indubbiamente vero: l’Iran gioca in prima persona nella partita politica irachena; sia Maliki che Barzani rispondono a Teheran, al pari della gran parte dei leader sciiti e curdi. Anche quelli poco propensi a seguire le direttive dei mullah sono spesso costretti a farlo, nella consapevolezza che i terroristi sponsorizzati dall’Iran possono ucciderli in qualsiasi momento, e il più delle volte il desiderio di sopravvivere ha la meglio sulla coerenza ideologica.   

E’ anche indubbiamente vero che Maliki è comunemente considerato dagli iracheni delle varie appartenenze settarie come un alleato spesso oltremodo entusiasta dell’Iran. Questa non è una sorpresa, dal momento che il suo partito, il Dawa, non è altro che l’evoluzione di un infame gruppo terrorista dallo stesso nome supportato dall’Iran. I noti e frequenti contrasti tra Maliki e Petraeus hanno quindi un significato preciso. Gli iraniani sono certamente furiosi per la probabile sconfitta dei suoi sodali di al Qaeda nella provincia di Anbar ad opera della coalizione composta dalle forze americane, gli sceicchi sunniti e gli abitanti delle città. Teheran ha messo in chiaro a Maliki che ai sunniti nel nuovo Iraq deve essere impedito di ottenere una legittimazione politica, e che a un personaggio come Allawi, che non deve nulla all’Iran ed è sempre stato apertamente critico nei confronti dei mullah, non deve essere attribuita grande rilevanza.  

Barzani e il resto dei curdi fanno un gioco ancor più complicato, ma la loro “patria” è situata appena al di qua dal confine con l’Iran, e sia la paura sia l’opportunismo - i curdi ricavano ingenti somme di denaro dal contrabbando attraverso la frontiera e hanno a lungo ricevuto finanziamenti da Teheran in cambio di diversi favori politici - li pone sotto l’influenza della Repubblica Islamica.    

Così, paradossalmente, i successi americani ottenuti sul campo di battaglia rendono più difficile per i leader iracheni il raggiungimento di un compromesso sul piano politico, poiché il “gorilla” iraniano riesce sempre ad assicurare la sua presenza nella sala delle conferenze sebbene non compaia nei resoconti ufficiali. Ed è disposto a distruggere tutto se non si fa come vuole lui. Oggi per il “gorilla” e per i suoi amici terroristi le cose stanno andando male, e il “gorilla” le sta provando tutte per impedire che le sue sconfitte possano trasferirsi sul piano istituzionale.

Sembra che il “modello Anbar” si stia diffondendo anche nelle altre regioni, e stia coinvolgendo sia gli sciiti che i sunniti. Va osservato che il processo di stabilizzazione in corso ad Anbar vede i sunniti combattere con altri sunniti, e in altre aree abbiamo sciiti che combattono contro altri sciiti. Tale dinamica sorprenderà solo gli “esperti” del dipartimento di Stato, delle accademie e della Cia che a gran voce hanno insistito nel sostenere che il conflitto in Iraq è invariabilmente di natura etnica. Non sorprenderà, invece, quanti hanno un’esperienza diretta della situazione nel paese e che hanno potuto rilevare l’alto tasso di matrimoni misti tra questi due gruppi di nemici teoreticamente inconciliabili. Né sorprenderà quelli come Canon Andrew White, il coraggioso anglicano che per anni ha predicato l’ecumenismo tra musulmani, cristiani ed ebrei in Iraq.  

Senzaon ingerenze esterne, gli iracheni avrebbero già effettuato considerevoli passi in avanti verso l’unità nazionale e verso la formazione di un governo rappresentativo degno di questo nome. Ma gli iracheni non stati lasciati in pace, perché la battaglia che attualmente infuria nel loro paese è parte di una guerra più ampia, in cui la forza più pericolosa è la Repubblica Islamica dell’Iran. Finché l’Iran non sarà sconfitto, i leader iracheni saranno sempre soggetti agli editti provenienti da Teheran.   

Dunque, quando profondi pensatori come i senatori Lugar, Biden, Reid, Domenici e Clinton criticano duramente la classe politica irachena, adducendone il fallimento a motivo principale di un ritiro americano, qualcuno dovrebbe chiedergli come intendono comportarsi con l’Iran, che è il principale guastatore in Iraq ed il nostro maggior nemico. Sembra che gli iraniani abbiano già potere di veto sulle attività del parlamento iracheno. Se noi ci ritiriamo, il loro potere crescerà in maniera drammatica. E le conseguenze da pagare saranno letteralmente terribili.

© National Review Online


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