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E’ ora di rivedere la politica dei costi dei combustibili

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Che l’energia stesse strozzando l’Italia, lo si sapeva da tempo. Ma i più confidavano nello stellone nostrano. Ora i nodi cominciano a venire seriamente al pettine. L’inflazione a più del 3%, con un euro gestito in termini duramente anti-inflazionistici, dimostra che il Paese si avvia a grandi passi verso la stagnazione, se non la recessione.

Molte sono le cause  e in questi giorni vengono  elencate, con nenie liturgiche e spesso vuote di significato. Ma è indubbio che il caro energia ,  a questi livelli, si traduce in maggiore povertà (diminuzione del potere di acquisto) generalizzata. In Italia più che altrove,  per la semplice ragione che il Paese è tra i più “petrolio e gas dipendenti” del mondo: e che l’effetto inflattivo del caro energia si spalma su tutto il sistema economico-sociale italiano.

Che fare? Grosso modo, sono due le politiche di intervento.

Per prima cosa, diversificare le fonti di approvvigionamento e razionalizzare i consumi. Di questo si è molto parlato. Sulla diversificazione delle fonti, spesso si  è sognato attorno all’importanza delle cosiddette energie alternative. Nell’immediato, forse converrebbe ribaltare il problema, guardandolo dal punto di vista dei consumi finali di energia e non delle produzioni o dei combustibili. Troveremmo gli usi elettrici obbligati, civili e industriali; i combustibili per autotrasporti,  privati e pubblici, di persone e di merci; gli usi di acqua termica ; e così via. Per ognuno di questi usi  potrebbero essere adottate politiche speciali  contro il caro petrolio. Per esempio tariffe speciali per il trasporto merci in autostrada, o per la pesca: diffusione su larga scala di pannelli solari per la produzione di acqua calda ,  che,  non dimentichiamo, costituisce più del 20% del consumo energetico complessivo; tentare di fare tariffe particolari per utenti localizzati vicino a centrali elettriche ( risparmio sul trasporto dell’elettricità , che incide sul costo del KWh in  media per il 10%). E così via. Quindi si tratta di tante misure , alcune congiunturali , altre strutturali, da realizzare con urgenza, a costi nulli o abbastanza limitati.

E poi, rivedere in profondità la struttura e la politica dei costi dei combustibili. In molte parti del mondo lo stato addirittura sostiene l’uso dei combustibili per lo sviluppo. Basta pensare che a fronte dei due dollari a litro per la benzina in Italia, si trovano  mezzo dollaro in Cina o un dollaro in India (Quando si parla di competitività delle imprese, come panacea di tutti i nostri mali, si sa veramente  di cosa stiamo parlando ?).

Sui nostri costi energetici gravano al contrario pesanti  tasse, nate soprattutto per scoraggiare l’uso di combustibili inquinanti. La struttura dei costi dei carburanti, per esempio, secondo Omniaauto, è in Italia siffatta: su 100 euro di carburante: 68 sono per tasse (IVA e accise che vanno da prelievi per la guerra di Abissinia ,1935!, a terremoti, contratti collettivi di lavoro, ad alluvioni ecc.; prelievi immaginati “una tantum”, che invece sembrano tutti rimasti , con la beffa dell’IVA che ci grava sopra ); 17,80 per produzione ed estrazione; 4,00 per il trasporto; 3,10, per raffinazione e stoccaggio; 6,80 , per l’autotrasporto ; 3,30 per la distribuzione. Come è agevole constatare i margini di intervento sono enormi. Sul sistema di tasse; sulle strutture industriali di produzione, trasporto e distribuzione e ancora una volta sulle loro rispettive  tasse: sulle inefficienze dei nostri sistemi dei prezzi industriali, che in rapporto all’Europa, sono più cari di circa 0,05 euro per litro di combustibile.

Gli aumenti del barile di petrolio o del metro cubo di gas o della tonnellata di carbone hanno effetto solo sul 18% del prezzo dei combustibili. Poi se sulla scia dell’ambulanza che porta questi aumenti, tendono ad infilarsi altre auto, come quelle della Agenzia delle Entrate (nel 2007 ha racimolato dal consumo dei combustibili ben 37 miliardi di euro: per ogni centesimo di aumento del prezzo del combustibile, lo Stato incassa 20 milioni di euro al mese), quelle  dei petrolieri e raffinatori nostrani, quelle che si occupano di noli e di logistica o di distribuzione e altre ancora allora si forma un trenino di aumenti energetici, incontrollato e perciò ingovernabile.

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