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E’ Partito Democratico ma non è ancora arrivato

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La musica è finita, gli amici se ne vanno. Ma se quella di sabato alla Fiera di Milano sia stata un’inutile serata o l’inizio di una stagione nuova per la sinistra italiana sarà soltanto il tempo a stabilirlo. Quel che è certo è che la prima riunione dell’Assemblea costituente del Partito Democratico è stata segnata soprattutto da un desiderio: far risuonare all’interno e all’esterno un grande segnale di discontinuità rispetto al passato. Un’ansia di rinnovamento dettata dall’esigenza di consumare il battesimo della nuova creatura, divincolandosi dall’abbraccio mortale, dal legame indissolubile, dall’eredità perdente dell’esecutivo in carica.

«Mi fido di te» canta Jovanotti mentre Walter Veltroni e Romano Prodi si abbracciano, sorridenti. E’ questa la foto della giornata, l’immagine-simbolo di un sogno comune diventato realtà e celebrato di fronte a una platea di 2800 delegati. Peccato che il quadretto conciliante del vecchio e del nuovo che si stringono la mano, pronti a lavorare insieme in perfetta armonia confligga con quella sorta di contratto di divorzio pronunciato in pubblico che è il discorso del neo-segretario. Il sindaco di Roma non ci sta a fare da vittima sacrificale sull’altare dell’immagine da salvare di un governo boccheggiante e lo dimostra nella declinazione concreta del suo manifesto. Messo da parte l’abito buonista che da sempre lo contraddistingue, Veltroni decide di inviare una serie di messaggi ai suoi vecchi e nuovi compagni d’avventura. E così se Prodi parla di un partito degli iscritti. Veltroni risponde evocando, invece, un partito di “cittadini elettori” perché, dice, “l’iscrizione non potrà più essere una condizione per partecipare”. Se Prodi soffia parole d’ordine obbligate e cerca spazi, alleati, supporti, Veltroni gioca a fare il leader, disegnando un partito a vocazione maggioritaria, ossia un partito che al pari di molti altri in Europa, possa legittimamente aspirare a vincere le elezioni e, se possibile, governare da solo. Un partito che non può che basarsi su una forte leadership monocratica come, ca va sans dire, è quella rappresentata dal neo-segretario uscito “plebiscitato” dalle primarie.

Su questo terreno la capacità di Veltroni di smarcarsi dalle pressioni della vecchia classe dirigente e comandare davvero in prima e quasi unica persona potrà essere misurata in tempi ristretti. Saranno le soluzioni organizzative adottate nei prossimi mesi a emettere il verdetto e a dire con chiarezza di quanta libertà di movimento potrà godere il segretario.

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Il primo test dell’inevitabile braccio di ferro interno si è avuto già sabato quando, durante la sua replica finale, Veltroni ha annunciato la lettura di un dispositivo il cui testo sarebbe stato distribuito di lì a breve ai 2800 delegati dell’assemblea. Una road map costruita con Dario Franceschini e i segretari regionali in cui si indicano le prossime tappe del Pd. Il segretario scorre veloce: «Punto uno: propongo Dario Franceschini come vicesegretario del partito», e così via. La parola passa ad Anna Finocchiaro che legge i trecento nomi dei delegati chiamati a comporre le tre commissioni Statuto, Manifesto, Codice etico. A lettura eseguita, Finocchiaro chiede alla platea di alzare la delega per voto. «Dispositivo e commissioni sono approvate». Parte la musica, l’assemblea è finita. Peccato che questo metodo vada decisamente di traverso a una parte dei delegati, in testa gli ulivisti doc capeggiati da Arturo Parisi, che considerano alla stregua di  un blitz quello messo in atto da Veltroni. «Stamane – attacca Parisi – avevo voluto illudermi che il Partito democratico di Veltroni potesse rappresentare una nuova stagione dell’Ulivo. Son bastate poche ore perchè a quella che mi era sembrata una fioritura seguisse una gelata. Il tempo esatto intercorso tra le belle parole e le prime decisioni del partito, prese a conclusione della Assemblea». Un affondo subito fatto proprio dall’ex sfidante delle primarie Rosy Bindi che si dice “preoccupata, delusa, rammaricata per le conclusioni di Veltroni. Questi sono poteri speciali, Walter vuole decidere lui, punto e basta”. La chiosa è velenosa e riporta alla luce lo spettro e l’accusa più temuta: quella dell’eterno ritorno dei vecchi riti della politica. “Si è scelta di nuovo la modalità vecchia e centralistica di chiedere ai costituenti di ratificare decisioni prese altrove e da pochi dirigenti dei vecchi partiti» attacca il ministro della Famiglia. Un accusa che scardina, con un colpo netto, la pretesa discontinuità della nuova formazione, al suo primo vero test pubblicoo. E semina dubbi sullo stesso carattere democratico del Partito Democratico

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2 COMMENTS

  1. Veltroni, sotto il partito niente
    Sotto il partito niente. Si potrebbero commentare così, parafrasando il titolo di un noto film, i primi passi che il Pd sta muovendo sulla scena della politica italiana. Con il discorso all’assemblea costituente di Milano, Walter Veltroni ha dimostrato di aver voltato pagina in un solo senso: è passato dal proverbiale buonismo al “vuotismo” più spinto.
    Un esempio clamoroso giunge dalla spinosa questione della legge elettorale. Ci si attendeva finalmente una parola chiara o almeno un’indicazione meno vaga. E invece il segretario-sindaco-aspirante premier se n’è uscito con la più generica e deludente, aleatoria e sconcertante delle sortite. “A me piace – ha detto in sostanza – il modello francese, ma devono essere i poli a trovare la soluzione più adeguata”. Già, tre milioni di persone lo hanno eletto alla guida del Pd per consentirgli di esprimere i suoi gusti-umori-preferenze, mica per individuare linee programmatiche e compiere scelte di campo. Che fine ha fatto lo strenuo difensore del bipolarismo e del maggioritario? Sembra essersi dissolto, evaporato, svanito per cercare di non scontentare nessuna delle troppe anime aggrovigliate all’interno del nuovo (?) soggetto politico. Del resto, già sul referendum elettorale l’atteggiamento di Veltroni era stato pilatesco, ambiguo, ondivago: sono al fianco dei promotori – ipse dixit – ma non firmo. Ipocrisie, titubanze, contorsionismi da Prima Repubblica. Altro che svolta e cambiamento epocale. Altro che unità d’intenti, all’interno del partito.
    Alla vigilia dell’intervento di Veltroni a Milano, si era rifatto vivo nientepopodimenochè Massimo D’Alema. E aveva spezzato una lancia a favore del modello tedesco. Ventiquattr’ore dopo il Supewalter ci ha fatto sapere (così, tanto per gradire) che lui – almeno a titolo personale – preferisce il modello francese. C’è chi parla tedesco, dunque, e chi risponde in francese. E’ la conferma del fatto che l’ormai ex Unione andrebbe ribattezzata Babele 2007. Anche Fabris (Udeur) ha sottolineato oggi come non si possano proporre dialogo e consultazioni alla Cdl in materia di riforme, se il centrosinistra non ha ancora una sua base programmatica al riguardo.
    A proposito, anche in tema di alleanze, Veltroni ha formulato una “ricetta” che ha convinto solo certi laudatores e menestrelli in servizio permanente effettivo: “Saremo al fianco – ha detto – soltanto di chi condivide il nostro programma, altrimenti andremo avanti da soli”. Qualcuno saprebbe spiegare cosa significa questa parola d’ordine? In fase pre-elettorale, un vero o (più probabilmente) finto accordo su un programma si trova sempre. La paura del ritorno di Berlusconi, o comunque del centrodestra, fa – lo si è visto – 281 pagine di annunci fumosi e chiacchiere contraddittorie. Sulla base di quali autentiche novità dovrebbe giungere un’apertura di credito a Veltroni da parte degli elettori? Quell’apertura di credito che viene negata anche da un’ampia fetta dello stesso Pd: la Bindi parla di mancanza di regole democratiche, Parisi minaccia addirittura le dimissioni, la platea di Milano fischia quando la Finocchiaro pronuncia il nome di De Mita tra gli eletti.
    E allora? E’ questa la nuova stagione all’insegna di innovazione e coesione? O piuttosto siamo solo in presenza di sigle che si sovrappongono alle sigle precedenti come in un eterno gioco di scatole cinesi, di leader che provano a sostituire leader bocciati come fossero matrioske una nell’altra? E, soprattutto, c’è un rischio ormai concreto: che Veltroni finisca in fondo per perpetuare il prodismo, cambiando la forma ma non la sostanza dell’operato del suo predecessore. Di cui peraltro (non dimentichiamolo) il “nuovo” leader Veltroni è già stato braccio destro e ministro nel 1996.

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