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E’ permesso immaginare qualcosa di più liberale della democrazia?

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Il professor Dino Cofrancesco coglie l’occasione della recente pubblicazione di una mia conferenza tenuta qualche mese fa a Torino per il Cidas (e ora pubblicata su “Nuova Storia Contemporanea”) per aprire una riflessione sul rapporto tra liberalismo e democrazia, che in quel testo io vedo come altamente conflittuale ed egli pone, invece, in termini di reciproca integrazione. Credo che la questione meriti di essere ripresa, ben al di là delle tesi da me difese in quella circostanza, perché è del tutto chiaro che la relazione tra libertà e governo popolare è al cuore del dibattito teorico contemporaneo.

Sul piano storico, e fattuale, le cose sono assai complesse: e quindi – in un certo senso – si può legittimamente dire tutto e il contrario. La tradizione liberale e libertaria americana, ad esempio, ha sempre intrecciato libertà e democrazia: da Thomas Jefferson all’età jacksoniana, i più radicali fautori dell’individualismo liberale sono stati anche i più accesi sostenitori della democrazia politica. È anche vero, però, che in Europa le cose sono andate molto diversamente, e che da noi le due tradizioni (quella liberale e quella democratica) si sono lungamente opposte e contrastate.

Il caso di Benjamin Constant evocato da Cofrancesco stesso è al riguardo assai interessante e nell’occasione mi piace riconoscere come in Italia una nuova attenzione a questo grandissimo studioso di fine Settecento e inizio Ottocento si debba proprio ad un gruppo di studiosi e ad una “scuola” all’interno della quale il professor Cofrancesco copre una posizione di rilievo.

Ma è esattamente in Constant, studioso nel quale liberalismo e costituzionalismo hanno tra loro un rapporto assai stretto, che emerge con evidenza la netta tensione tra liberalismo e democrazia.

Nei Principi di politica del 1806 (l’opus magnum inedito da cui egli per anni attinse molte delle successive pubblicazioni) Constant parla di una “divisione naturale degli abitanti di uno stesso territorio in due categorie”, i proprietari e i non proprietari, e afferma che “soltanto la proprietà rende gli uomini capaci di esercitare i diritti politici. Soltanto i proprietari, dunque, possono essere cittadini”.

Come numerosi autori democratici, egli non si limita quindi a riconoscere una serie di vincoli costituzionali alla volontà generale e anche alla volontà dei più (e qui Cofrancesco ha certo ragione quando rileva che, nei fatti, i fautori della democrazia sono spesso poco disposti ad attribuire al popolo una piena sovranità: la democrazia, insomma, vive solo in forme ipocrite, definisce i propri stessi limiti e denuncia da sé i propri paradossi). Constant però fa ben altro, dal momento che delinea uno spazio politico riservato “ai ricchi” – uso qui il linguaggio dei suoi critici – e finisce per offrire una legittimazione dottrinale a quel voto censitario che nel corso dell’Ottocento sarò spesso appoggiato dai liberali e avversato, appunto, dai democratici.

D’altra parte, Constant era persuaso che se si fosse introdotto il suffragio universale i non proprietari avrebbero espropriato i proprietari. Quella del suffragio ristretto fu una buona scelta? Forse quell’opzione – che in qualche modo ritorna nell’ultimo Hayek, che in Law, Legislation and Liberty immaginava di togliere il voto a dipendenti pubblici, disoccupati e pensionati  – apparve saggia a breve termine, ma certo consegnò ai teorici della democrazia un’arma potentissima, dato che in quel modo il liberalismo finì per sostenere istituzioni a cui tutti dovevano obbedire e da cui però alcuni erano esclusi. Constant aveva sicuramente ragione quando affermava che la formula “un uomo, un voto” offre l’opportunità per una redistribuzione da chi ha a chi non ha, ma la risposta che egli diede – insieme a larga parte del liberalismo del tempo – non fu all’altezza dei problemi.

È però importante comprendere che quel modello di rappresentanza senza suffragio universale non era (non soltanto) il massimo di democrazia che quel tempo in cui l’analfabetismo era ancora assai elevato poteva concedersi, ma esso intese anche rappresentare un ben più ambizioso, ancorché fallito, tentativo di “privatizzare” le istituzioni, sforzandosi di far coincidere quanti prendono le decisioni politiche e quanti ne sopportano il costo pagando le imposte.

Il nodo teorico cruciale, ad ogni modo, sta altrove.

Per una parte della tradizione liberale (talora detta “libertaria”, altre volte “liberale classica”, e non di rado etichettata in modo ancora diverso) la questione decisiva è infatti da riconoscere nel tipo di legame che lega il singolo e le istituzioni. Per liberali classici e libertari, la democrazia può essere un ottimo modo per affrontare il problema delle scelte collettive all’interno di istituzioni articolate, ma a condizione che il rapporto tra persona e istituzioni sia di tipo volontario. In John Locke una formula ricorrente, e altamente indicativa del suo modo di intendere la questione, è la seguente: by consent (per consenso).

Per liberali classici e libertari, allora, a porre problemi non è tanto la democrazia, ma lo Stato (e quindi anche lo Stato democratico).

Nel suo articolo Cofrancesco non pare condividere l’idea secondo cui il totalitarismo novecentesco sarebbe addirittura impensabile senza l’avvento della democrazia moderna. Si tratta di una tesi a difesa della quale molti autori hanno dato contributi di rilievo fin dai tempi del fondamentale volume del 1952 su The Origins of Totalitarian Democracy, scritto dallo storico israeliano Jacob Talmon.

Ma in realtà, nel prendere nettamente le distanze dalla democrazia à la Rousseau e dal giacobinismo, Cofrancesco mostra di essere in qualche modo consonante con le tesi di chi ha visto proprio nel pensatore ginevrino, vero fondatore della teoria democratica moderna, l’origine di tante delle mostruosità che hanno dominato l’età contemporanea. D’altro canto, se Jean-Jacques Rousseau è il padre della democrazia e il nonno del socialismo (si veda, al riguardo, il celebre discorso sull’origine delle disuguaglianze, che contiene uno dei più duri attacchi al diritto di proprietà), è anche difficile non riconoscere in lui uno dei maggiori antecedenti intellettuali della violenza che si è scatenata in Europa nel corso del ventesimo secolo.

Ma non è solo una questione di alberi geneaologici e filiazioni dottrinali. Dando vita ad un sovrano collettivo e impersonale, la democrazia moderna ha di fatto permesso e favorito quell’espansione dei poteri pubblici che tutti i liberali classici e i libertari avversano, e che è un tratto caratteristico dei sistemi sociali dell’ultimo secolo.

Non mi pare, d’altra parte, che la sottolineatura di questa tensione tra liberalismo e democrazia stia a cuore solo ai libertari. Un noto giornalista americano, Fareed Zakaria, prima in un lungo e fortunato articolo apparso su “Foreign Affairs” nel 1997 e poi in un volume intitolato The Future of Freedom: Illiberal Democracy At Home and Abroad, ha proprio voluto evidenziare come l’Occidente sia stato portato alla civiltà non tanto dal suffragio universale, ma da una diffusa cultura dei diritti. Qualcosa di simile afferma anche l’economista Deepak Lal, anch’egli certamente non libertario, secondo il quale la crescita economica è connessa alle istituzioni, ma soprattutto dipende da un ordine giuridico che protegga proprietà e diritti fondamentali molto più che dalla semplice esistenza di un Parlamento eletto dal popolo. (E forse non è casuale che sia Zakaria che Lal provengano dal sub-continente indiano, dove la democrazia è assai più consolidata del liberalismo: e le conseguenze si vedono.)

Ovviamente, la storia del ventesimo secolo ha visto scontrarsi prima i fascismi e le democrazie anglosassoni, e poi – durante la Guerra fredda – il blocco socialista e quello capitalista, al cui interno la quasi totalità dei paesi era retta da istituzioni democratiche. Non c’è dubbio che siamo stati quindi abituati ad identificare liberalismo e democrazia. È egualmente vero che, per ragioni storiche evidenti, un liberale si trova in genere più a suo agio nelle democrazie nordamericane ed europee che altrove. Ma questo non ha nulla a che fare con la presente discussione.

Perché la controversia su “libertà e democrazia” verte in fondo sul fatto se si debbano tenere distinti – come faceva lo stesso Constant – la tutela dei diritti e il problema delle “garanzie”, che la democrazia affronta attraverso la “collettivizzazione della sovranità” (nella linea che conduce da Jean Bodin a Thomas Hobbes, e da quest’ultimo a Rousseau) mentre altri autori – specie all’interno del pensiero liberale classico – ritengono di risolvere diversamente.

Non si tratta quindi di opporre libertà individuale e impegno civico, perché certamente esiste una forma di “militanza” liberale che è del tutto estranea alle questioni della democrazia rappresentativa. Si tratta invece di chiedersi se hanno davvero ragione quanti ritengono che la democrazia occidentale rappresenti la fine della Storia (e con essa il compimento della sovranità), oppure se il futuro rimanga aperto e se altre soluzioni – più %0Aliberali, rispettose dei diritti dei singoli, disposte ad accettare concorrenza e libera scelta – possano essere immaginate.

 

 


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1 COMMENT

  1. Scrive Reinold Niebuhr:
    Scrive Reinold Niebuhr: “E’la capacità dell’uomo per la giustizia che rende la democrazia possibile, mentre è la sua tendenza all’ingiustizia che la rende necessaria”. Intelligenti pauca.

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