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Claque

E poi ci sono quelli che con Ahmadinejad ci fanno affari

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Quegli applausi alle parole di Ahmadinejad che tuonavano contro l’America e contro Israele erano proprio così necessari per continuare a concludere buoni affari con l’Iran? Il giorno dopo il convegno “Possibilità di sviluppo delle relazioni economiche tra Italia e Iran” che si è tenuto all’Hilton proprio mentre in mezza Roma si svolgevano manifestazioni contro il tiranno di Teheran, qualcuno, anche tra i presenti, a patto dell’anonimato, questa domanda se l’è posta. E non solo per i servizi televisivi nei Tg serali, dove i 300 e passa rappresentanti della piccola, media ma anche grande industria italiana sono passati quasi per estimatori politici di Roberto Fiore, il leader di “Forza Nuova” che si è avvicinato trepidante a Mahmoud ringraziandolo “per quello che ha fatto”. Il problema è, come al solito, l’immagine.

“Se è vero – dice la nostra fonte – che ci siamo messi in fila per fare affari con il regime iraniano, e d’altronde c’erano anche i rappresentanti del ministero per lo sviluppo economico, è altrettanto certo che rischiamo di perdere altre fette di mercato in tanti altri paesi che hanno visto quelle immagini e quegli applausi e che potranno equivocarne il significato”.

Non a caso i grandi nomi all’Hilton non si sono fatti vedere: i soci di peso della iperattiva camera di commercio italo-iraniana se ne sono rimasti prudentemente defilati. Troppo carichi di nuvole polemiche si preannunciavano gli incontri, peraltro quasi tutti finiti in altrettante nulla  di fatto, del presidente iraniano per non capire che dopo il cielo nero potevano venire anche gli acquazzoni. Quindi gli uomini di Banca Intesa e quelli di Finmeccanica hanno preferito mandare le seconde file o magari le terze e le quarte piuttosto che apparire di persona.

Peraltro tutti gli addetti ai lavori sanno benissimo quale sia la centralità degli affari con l’Iran per le imprese italiane da quindici anni a questa parte. Basti pensare, oltre alla cifra di 6 miliardi di euro annui di interscambio, che i programmi Sace di assicurazione all’export dell’Italia verso l'Iran ammontano a circa 4,5 miliardi di euro e tra i Paesi dell’Unione Europea, l’Italia è seconda solo alla Germania. La SACE, principale agenzia di credito all’esportazione in Italia, che a tutt’oggi è al 100% di proprietà del Ministero del Tesoro, assicura le imprese che realizzano progetti e investimenti in Iran contro il rischio politico e commerciale di insolvenza.

Da diversi anni l’Iran figura ai primi posti nell’elenco dei Paesi verso cui la SACE fornisce garanzie. Una strategia che si può fare risalire almeno al 2000, quando anche in sede G8 si riteneva opportuno cercare di aumentare gli scambi commerciali con il Paese asiatico.

I nomi visti ieri all’Hilton coincidono con quelli che ciascuno può consultare, divisi nei settori di operatività delle rispettive industrie sul sito della camera di commercio italo iraniana. Alla quale si aderisce pagando quote annue che variano dagli 800 ai 5 mila euro.  Nelle brochure distribuite all’Hilton comparivano i nomi di Banca Ubae, Assocarni, TecnoEffe, Fedrlegno -Arredo, Gruppo Fata, Sacmi, Pedrini, Landi Renzo, ma anche Mediobanca, Enel, Snam progetti e Assolombarda hanno mandato i propri uomini. Sia pure non di prima fila. Altri nomi, finiti nei giorni scorsi anche sui giornali, sono quelli di Selex communication, Afrimeds, Morando srl, Packing srl, Pert srl, Safe srl, Keller elettrodomestici. Quasi tutte piccole e medie imprese che con le commesse, strappate anche a suon di applausi diplomatici agli aberranti discorsi di Ahmadinejad, magari ci campano per anni.

 Certo c’è il rischio di finire nelle liste nere delle tante associazioni “pro jewish” nel mondo, e anche quelle possono fare saltare affari e commesse. Ma quando si fa affari e si pensa solo al profitto  bisogna scegliere chi ti può garantire di più.

E in questo momento, nonostante la crisi interna, il petrolio iraniano è un buon viatico per tutti e gli appalti vengono pagati a pronta cassa.

Resta da vedere se nel tempo l’imbarazzo per questo episodio avvenuto in uno dei più lussuosi alberghi di Roma potrà portare non desiderati e soprattutto non previsti effetti collaterali. Alla camera di commercio italo iraniana nessuno vuole sentire parlare di queste cose e l’impressione che si ricava scambiando qualche parola con le segretarie del presidente Rosario Alessandrello (per parlare direttamente con lui occorre fare anticamera per giorni anche ai giornalisti, ndr) è che non si veda l’ora di tornare sotto traccia a fare affari. Una volta spente le luci della ribalta su questo ambiguo evento tenutosi all’Hilton in un giorno in cui tutta l’Italia gridava “vattene” ad Ahmadinejad, contribuendo infatti non poco alla sua precipitosa partenza dalla capitale con un giorno di anticipo sul programma.

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