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E’ scontro in Turchia: Erdogan fuori legge?

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La Corte Costituzionale turca ha dato luogo a procedere, e sarà essa stessa a farlo, alla richiesta di un procuratore della Corte di Cassazione in merito alla chiusura dell’AKP, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo al potere dal 2001 guidato dal premier Recep Tayyip Erdogan e dal presidente della Repubblica Abdullah Gul.

L’accusa è quella di aver attentato alla laicità dello stato e di voler trasformare la Turchia in una sorta di repubblica islamica, e questo a seguito di una serie di vicende la cui ultima, e forse più nota, è aver concesso alle studentesse di portare il velo nelle università. Il futuro processo indubbiamente spaventa l’AKP, dato che in passato ben 26 partiti sono stati sciolti e la grande maggioranza di essi proprio per quella stessa accusa.

Ad essere giudicati saranno 71 dirigenti del partito (che in parlamento, dopo le elezioni dello scorso luglio, detiene 340 seggi su 550) e tra essi vi sono i nomi di Erdogan e Gul, anche se la posizione di quest’ultimo non è ancora del tutto chiara e al suo riguardo la Corte è ancora divisa. Se verranno giudicati colpevoli potrebbero decadere dalle loro cariche, essere interdetti dall’attività politica per cinque anni e il partito verrebbe chiuso. In tal modo si andrebbe a nuove elezioni senza l’AKP, anche se questo si potrebbe ripresentare, come già è successo in passato, con nome e simbolo diversi.

La vicenda segna un ulteriore passaggio, forse uno dei più drammatici dato l’attuale consenso dell’AKP, dell’eterna lotta tra la Turchia secolarizzata e gli esponenti più o meno moderati dell’Islam. Il principale tutore dello stato laico, instaurato dopo la prima guerra mondiale da Mustafa Kemal Ataturk, è sempre stato l’esercito, il quale è spesso intervenuto, anche nel recente passato, quando ha ravvisato una qualche interferenza a sfondo religioso.

Questa volta il gioco è condotto dall’altro bastione della laicità, la Corte Costituzionale, tanto da far parlare alcuni commentatori di una sorta di possibile colpo di stato “bianco” proprio operato dall’alta corte. I contorni della partita però non sono ancora ben definiti e non è chiaro quale sia oggi il ruolo dell’esercito, e se esso abbia indirettamente operato qualche intervento a favore della decisione della corte.

Quello che è certo è che la partita è ancora tutta da giocare. La Corte Costituzionale ha analizzato le 162 pagine di requisitoria scritte dal Procuratore della Corte di Cassazione Abdurrahman Yalcinkaya, e sulla base di esse avvierà il processo ai 71 parlamentari. Quando saranno chiariti i capi d’accusa l’AKP avrà un mese di tempo per preparare la sua difesa, e a quel punto si aprirà il processo vero e proprio che si annuncia complicato e i cui tempi probabilmente non saranno molto brevi. A ciò si deve aggiungere che il partito di Erdogan ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di riforme costituzionali che renderebbero assai più complicata la chiusura di un partito politico. Una riforma di questo tipo potrebbe naturalmente complicare la situazione sotto il profilo giuridico e rischierebbe di accendere ulteriormente gli animi.

Ora si tratta di capire quali siano le reali intenzioni dei differenti attori e che ruolo essi vogliano giocare. Il processo potrebbe rivelarsi semplicemente un monito della Corte Costituzionale (e forse dell’esercito) affinché l’AKP non travalichi ulteriormente i confini dello stato laico, ossia potrebbe essere una prova di forza i cui esiti e le cui conseguenze sono ancora tutte da scoprire. In questi anni l’AKP ha rafforzato il suo consenso grazie alla una crescita economica e ai passi avanti fatti in direzione dell’ingresso dell’UE. Ma negli ultimi tempi l’economia, soprattutto a causa della congiuntura internazionale, sta rallentando e anche con l’UE, si pensi alle recenti dichiarazioni di Sarkozi contro l’ingresso della Turchia, i rapporti si vanno raffreddando. Forse è anche giunto il momento di capire quanto il consenso per l’AKP sia anche un consenso ideologico, e quando il tentativo di Erdogan di costruire una repubblica islamica moderata e su basi saldamente democratiche, diventando così un modello per il resto del mondo islamico, sia qualcosa di effettivamente realizzabile.

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2 COMMENTS

  1. Erdogan è solo più furbo
    Erdogan è solo più furbo degli altri.Ma gli obbiettivi sono gli stessi.E sta erodendo tutto quello che di ataturkiano c’era in Turchia.Si pensi poi alle reazioni al discorso del Papa a Ratisbona e al recente invito ai turchi tedeschi a non integrarsi.La disgrazia della Turchia è di avere i “laici”,così divisi,incapaci e senza leader di prestigio.In ogni caso spero che la Turchia in europa non entri mai.Laica o non laica che sia.

  2. TURCHIA: LE FORZE LAICHE AL
    TURCHIA: LE FORZE LAICHE AL CONTRATTACCO
    Di Claudio Maggiolini

    Puntuale e devastante, la controffensiva alla liberalizzazione del velo nelle università turche non si è fatta attendere troppo. Tutti l’aspettavano ma è riuscita ugualmente a cogliere di sorpresa l’intero governo islamico moderato in carica. Probabilmente né il Premier Erdogan né i suoi ministri, né tanto meno i parlamentati dell’AKp, partito di maggioranza vittorioso alle politiche dello scorso 22 luglio, avevano pronosticato una risposta tanto sottile quanto dirompente da parte dei poteri forti a difesa della tradizione kemalista del Paese.
    Lo scontro tra laici e islamici torna così nel vivo. La crisi politico-istituzionale, dopo mesi di apparente stabilità, si riapre e la questione continua ad essere di carattere semantico, oltre che socio-culturale.
    Raccontare la realtà politica turca in termini di scontro tra filoislamici e laici non ha più senso. In discussione non è il ruolo della religione rispetto a istituzioni e organi di governo. Oggi lo scontro politico verte su due concezioni differenti di laicità. Quella dell’opposizione, legata alla tradizione kemalista e dunque intransigente verso le minoranze, illiberale e poco garantista verso la libertà di religione degli stessi turchi, e quella della maggioranza islamica moderata, più democratica e possibile collante e punto d’incontro con l’Europa e con l’Occidente. Le due differenti laicità si traducono di conseguenza in una maggioranza riformista e progressista, intenzionata a portare la Turchia in Europa, e in un’opposizione, insieme allo Stato Maggiore, conservatrice, nazionalista e reazionaria che non vede di buon occhio l’ingresso nella Ue. Dopo l’elezione di Gul a Presidente della Repubblica lo scorso agosto, tale scontro di laicità ha raggiunto, oltre che il Parlamento, anche il Consiglio di Sicurezza Nazionale nel quale, fino alla presidenza di Sezer, la laicità nazionalista e kemalista era l’unico valore ispiratore. Ora, con Gul a presiedere il Consiglio di Sicurezza Nazionale in veste di Capo di Stato (oltre che a nominare il Capo di Stato Maggiore), generali ed ufficiali non avranno vita facile.
    Da sempre a sostegno e a difesa dei principi sui quali Kemal Ataturk fondò la Repubblica turca nel 1923, come del resto anche le Forze Armate, la Magistratura sta tentando di delegittimare quella via islamica alla modernità scelta dagli stessi turchi e rappresentata dalle riforme costituzionali dell’AKp, cambiamenti che stanno svecchiando l’attuale carta costituzionale, figlia del golpe militare dei primi anni Ottanta, dai retaggi di un’ideologia oramai anacronistica e stanno introducendo un nuovo paradigma di laicità filo-europeo, finalmente garante delle libertà individuali, come quella di espressione e di religione, e più attento al riconoscimento delle minoranze etnico-linguistiche presenti sul territorio.
    La richiesta di scioglimento dell’AKp è giunta, non a caso, mentre gli stessi giudici costituzionali, dopo il ricorso presentato dai partiti dell’opposizione, stanno esaminando gli emendamenti agli articoli 10 e 42 riguardanti l’abolizione del divieto del velo negli atenei. Se pensiamo che i giudici costituzionali in carica sono ancora quelli nominati dall’ex Capo di Stato Sezer, inflessibile kemalista e ultra-laico, non è da escludere che per il governo Erdogan e per il suo partito sarà una primavera tutt’altro che serena.
    La vittoria delle forze islamiche moderate sulla “questione velo” è certamente la più importante tra quelle ottenute fino a questo momento. Non si è trattato di una conquista esclusivamente politica. Il valore simbolico dell’aver modificato la Costituzione in uno dei cardini dell’ideologia kemalista, ovvero la laicità, è dirompente. Così com’è dirompente nella sua forza innovativa il proporre un modello di laicità che ricalca quello delle democrazie europee e occidentali. L’abolizione del divieto d’indossare il velo durante esami e lezioni rappresenta la sintesi perfetta della ricetta vincente del partito di Erdogan, una miscela di tradizione, anti-statalismo e laicità all’occidentale. Rispetto alla tradizione kemalista, il valore simbolico della riforma è di totale rottura: lo Stato allenta il controllo sulla religione per garantirne la separazione dalla vita pubblica e preferisce relegarla alla sfera privata del singolo cittadino e alla sua libertà individuale.
    Quella del velo è solo la prima delle tappe di un rinnovamento sociale e culturale per una Turchia che sembra aver scelto una via islamica alla modernità. In cantiere, infatti, altre proposte sono in lavorazione. Maggioranza e governo dell’Akp cercheranno di ridurre l’ingerenza politica del Consiglio di Sicurezza Nazionale, organo di controllo in mano all’Esercito e nato con l’ultimo golpe militare del 1980. Renderanno sempre più difficile lo scioglimento dei partiti, la cui pluralità è sinonimo di democrazia. Nelle scuole pubbliche elimineranno le lezioni obbligatorie di morale e religione, di fatto imposte per insegnare a tutti quanti l’islam sunnita senza rispetto alcuno per la libertà di religione. Elimineranno dalla Costituzione la dicitura giacobina “una e indivisibile” riferita alla nazione e indicheranno il turco come lingua ufficiale lasciando intendere che altre lingue, come il curdo, sono una realtà. Con il decentramento amministrativo, con il superamento dell’ideologia di Stato kemalista, con la rinuncia al controllo della religione e con l’ingente piano di privatizzazioni in corso sul piano economico, il riconoscimento delle minoranze etnico-linguistiche presenti nel paese completa l’assetto futuro della Sublime Porta.
    Ma l’effetto più forte di questa modifica alla Costituzione è il definitivo tracollo dell’equilibrio tra forze laiche in senso kemalista e forze islamiche moderate sul quale si è retto il primo governo di Erdogan.
    La prima legislatura guidata dall’Akp si è retta su una precisa spartizione dei poteri tra i tradizionali difensori dell’ideologia kemalista e il nuovo orientamento liberale e filoeuropeo del Premier Erdogan. Da una parte, Esercito, Consiglio di Sicurezza nazionale, magistratura e la Presidenza della Repubblica dell’inflessibile kemalista Sezer. Dall’altra, una maggioranza e un governo sotto la bandiera degli islamici moderati.
    Dalle elezioni dello scorso luglio, il quadro politico del Paese è cambiato e la seconda legislatura di Erdogan sta già sancendo la fine dell’equilibrio ereditato dalla prima. Il 22 luglio 2007 l’Akp ri-vince le elezioni. A fine agosto, il braccio destro di Erdogan, l’ex ministro degli Esteri Gul, diviene Presidente della Repubblica e sottrae ai membri militari del Consiglio di Sicurezza uno strategico alleato istituzionale quale era Sezer. Ai primi di ottobre il referendum sulla riforma presidenzialista vince. La maggioranza inizia i lavori per una Costituzione più liberale e moderna di quella attuale e il Presidente Gul ne parla al Consiglio d’Europa di Strasburgo sostenendo che Islam e Stato di Diritto possono coesistere. Infine, dopo mesi di deriva ultra-nazionalista e di campagna kemalista contro una maggioranza accusata d’islamizzazione, l’Mhp di Bacheli si allea con Erdogan e lo scorso 9 febbraio il Parlamento approva in via definitiva le modifiche agli articoli n° 10 e n° 42 della Costituzione introducendo la liberalizzazione del velo nelle aule universitarie.
    A dividere oggi le piazze turche, due differenti modelli di laicità e modernità: il primo è quello kemalista, fortemente nazionalista e statalista; il secondo è quello liberale, capitalista, anti-statalista e orientato verso un secolarismo filo-europeo. Le manifestazioni pro e contro il divieto del velo riflettono la doppia anima dell’attuale Turchia e lo scontro per una nuova dimensione politica, sociale e culturale del Paese. Con ogni probabilità, allo stato dei fatti, si può già parlare di squilibrio a favore delle forze islamico moderate. La via islamica anti-statalista, liberale e laica in senso europeo, alla modernità, segnerà la morte dell’ideologia kemalista? Oppure la politica riformista di Erdogan ne determinerà un’evoluzione in senso liberale? Staremo a vedere.

    Nel frattempo l’unica reale e concreta minaccia alla libertà dei turchi è quella rappresentata dal nazionalismo kemalista. Strumento nelle mani dei partiti dell’opposizione, dei militari e della magistratura, il nazionalismo e la figura di Ataturk sono utilizzati per indebolire il governo filo-islamico e colpire le minoranze etnico-linguistiche. Negli ultimi mesi i gruppi ultra-nazionalisti d’estrema destra hanno intensificato attentati e azioni dimostrative. Nell’inchiesta su un piano per l’uccisione del Nobel Orhan Pamuk, ad Ankara sono finiti in manette il leader di un partito nazionalista, un noto giornalista e l’ex rettore dell’Università di Istanbul.
    Altro che minaccia d’islamizzazione. Il Processo di democratizzazione che il Paese sta vivendo è merito dell’attuale governo islamico e moderato di Erdogan.
    Piuttosto, è la deriva nazionalista che vede coinvolti i maggiori partiti dell’opposizione, CHp per primo, con militari e magistrati, a determinare il vero male della Turchia.

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