E se, dopo Marx, mettessimo in soffitta pure Carlo Cattaneo?

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E se, dopo Marx, mettessimo in soffitta pure Carlo Cattaneo?

E se, dopo Marx, mettessimo in soffitta pure Carlo Cattaneo?

14 Dicembre 2007

C’è un abbaglio che da molti anni  acceca la political
culture
del nostro paese ed è l’idea che pluralismo e autonomie siano,
rispettivamente, il volto sociale e quello istituzionale del liberalismo. In
realtà, lungi dall’essere sue manifestazioni ‘naturali’, pluralismo e autonomie,
come vado da tempo sostenendo su queste colonne, sono due strumenti del tutto
privi di valore e di ‘dignità intrinseca’. Era pluralista la società descritta
da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi:
< in que' tempi, portata al massimo punto la tendenza degl'individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arruolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l'individuo trovava il vantaggio d'impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti>. Erano fondati sulle ‘autonomie’ gli antichi imperi  che lasciavano i satrapi liberi di maneggiare
gli affari locali secondo le loro convenienze e gli interessi dei ceti agiati e
potenti che nelle remote province facevano il bello e il cattivo tempo. E lo
erano, altresì, gli stati premoderni in cui la vita di borghi e campagne era
talmente rinchiusa su se stessa che, oltre il campanile e le dimore baronali ,del
mondo esterno si conoscevano a malapena i nomi.. Non a caso il pensiero
reazionario, cattolico tradizionalista e conservatore dell’Ottocento ha avuto sempre,
pur nelle divergenze ideologiche di fondo, come comun denominatore , la
nostalgia della ‘società chiusa’, del tempo in cui leggi confezionate da
governanti lontani e ignari dei veri bisogni e dei costumi del popoli—e, oltre
tutto, scritte in lingue incomprensibili–non ne avevano ancora guastato
l’indole e corrotto la morale.

 Forse, è venuto il momento di fare i conti con
quella cattiva retorica che mette sotto accusa lo stato unitario,
l’accentramento burocratico, le ambizioni dinastiche sabaude non in nome della
concreta libertà degli individui ma del presunto ‘diritto dei popoli’ ad essere
padroni in casa propria, per riprendere un’espressione cara a Carlo Cattaneo. A
quel Cattaneo che sarebbe anche lui, una buona volta, da ripensare giacché,
eccelso pensatore –e, anzi, tra i maggiori del’Ottocento– nelle Interdizioni israelitiche e nelle Notizie naturali e civili su la Lombardia, fu poi
talmente condizionato dal suo antipiemontesismo, nell’Archivio Triennale delle cose d’Italia, da non accorgersi della statura
europea di Cavour, uno statista che tutti ci invidiavano, un liberale degno di
stare alla pari di Mill e di Tocqueville. Beninteso, lo stato giacobino, specie
nella sua versione italiana, resta una brutta cosa ma non perché non
rispetta le comunità ma perché non tutela efficacemente i diritti  dei cittadini.
Se ne può auspicare lo
smantellamento ma non per sostituire al corrotto e fiscale impero romano i
regni dei Franchi, dei Burgundi, dei Longobardi, …dei Padani. E’ giusto
togliere  poteri e privilegi  ai governi e ai parlamenti delle capitali—colpevoli
non solo di usarli male ma anche di non usarli affatto, come mostra la pessima
gestione del patrimonio ambientale e culturale italiano durante la Prima Repubblica rivelatasi, in
questo campo%2C peggiore del fascismo– ma non per affidarli, tali e quali, a
comuni, province, regioni.

 Quando i liberali classici, Tocqueville in primis, lamentavano l’accentramento
amministrativo non auspicavano certo la nascita di tanti Richelieu e di tanti
Luigi XIV   in sedicesimo da insediare nelle regioni
storiche della Francia. Per loro significava
sostanzialmente : il livello locale di governo rappresentava
il modo efficace e diretto per legare le mani degli amministratori i quali,
essendo sotto gli occhi degli amministrati grazie alle ridotte dimensioni della
comunità, non avrebbero potuto impunemente accrescere a dismisura pretese e
competenze. E’ difficile credere che questa sia la filosofia dei ‘federalisti’
nostrani che minacciano,a giorni alterni, la secessione proprio al fine di
sottrarre a Roma quote di sovranità. Se dipendesse da loro, le regioni
dovrebbero avere ministeri degli esteri, dell’istruzione, carte costituzionali,
forze dell’ordine, diritti civili e penali specifici.

 Queste considerazioni mi sono venute in mente
leggendo sui giornali il contenzioso che oppone prefetti ‘romani’ e sindaci
leghisti del Veneto. Ai secondi che non intendono unire in  matrimonio  un’italiana (o un italiano) e un
extracomunitario (o extracomunitaria) in regime di clandestinità, i primi
ventilano la minaccia del commissariamento. Un braccio di ferro assurdo e
umiliante e reso ancor più tale dal silenzio del ministro degli Interni,
Giuliano Amato, che avrebbe ispirato al Manzoni, storico del dominio spagnolo sulla
Lombardia, una delle sue pagine più dolenti..

 Ma è mai possibile, ci si chiede, che non
esistano diritti individuali indiscutibili che nessun governo centrale e nessun
potere locale possono manomettere, perché iscritti, con inchiostro indelebile,
nella carta costituzionale? Se la clandestinità fosse un reato tale da
sospendere i diritti civili delle persone, il  prefetto sarebbe tenuto a far rispettare il
codice e ad opporsi al sindaco ‘buonista’ disposto, invece, a celebrare il   matrimonio in questione; se la clandestinità,
al contrario, non avesse alcun rilievo penale, il sindaco, che rifiutasse un
atto dovuto al clandestino, si renderebbe colpevole di un grave abuso
d’autorità: in entrambi i casi,
però, non ci sarebbe alcun conflitto tra ‘organi dello Stato’ come non ce n’è
tra il poliziotto che fa il proprio dovere, arrestandolo, e il criminale che
viene messo in manette.

 Il matrimonio con uno straniero, va ricordato,
conferisce a quest’ultimo la cittadinanza italiana non quella padana o quella
siciliana: siamo tutti d’accordo nel
ritenere che la sua registrazione sia un atto dovuto a tutti gli stranieri, senza
distinzioni, anche se clandestini o, al limite, anche se terroristi islamici rifugiatisi
nel nostro paese? Non sono questioni che riguardano le ‘autonomie’ ma i diritti
fondamentali dell’uomo e del cittadino, la loro estensione e i loro limiti, e
che, come tali, debbono essere oggetto di una discussione pubblica che si
traduca in solenni e aggiornati ‘statuti delle libertà’.

 Il prefetto ,che reputa irrilevante, ai fini
matrimoniali, il fatto che un coniuge sia ‘clandestino’, parla a nome della Legge
o per conto di un governo ‘aperto e progressista’ che deve pur concedere
qualcosa ai propri partner della sinistra radicale e terzomondista? E il
sindaco veneto è un amministratore integerrimo che ha in mente solo il Diritto
con la ‘d’ maiuscola o è un revanscista padano che pensa: ?Un prefetto, un magistrato, un questore che non siano legati alla
‘classe politica’—di destra o di sinistra—ma si sentano responsabili solo nei
confronti della res publica—dello
Stato—sono un pericolo per le ‘libertà e i diritti dei cittadini’ o ne sono una
risorsa imprescindibile, con buona pace dei profeti delle ‘autonomie’?

 , diceva la buonanima di Leo Longanesi .