E se l’Onu usasse i veterani occidentali per il “peacekeeping”?
29 Luglio 2009
di Max Boot
"Un sano conservatore americano guarda con orrore all’idea di un forza permanente delle Nazioni Unite". Così ha scritto Gideon Rachman sul Financial Times, proponendo di creare una forza dell’Onu che possa risolvere i problemi in luoghi come la Somalia. A costo di correre il rischio di mandare all’aria la sua percezione dei conservatori americani, vorrei dire che io non vedo la cosa proprio con orrore.
In realtà, da tempo mi sono convinto che l’attuale modo di fare peacekeeping – ovvero con soldati poco addestrati, scarsi mezzi e scarsa possibilità di imporre la loro volontà – ha portato solamente a un disastro dopo l’altro in posti come il Congo e il Ruanda, dove i principali eserciti (per esempio quello degli Stati Uniti e dei suoi alleati) non hanno alcuna intenzione di intervenire direttamente. Abbiamo sotto gli occhi i risultati di questo approccio in Somalia, dove il movimento islamista Shahab è al potere e ha iniziato a destabilizzare i paesi vicini come il Kenya.
Mi sembra che sia nel nostro stesso interesse riuscire a creare una corpo di peacekeeping più solido possibile – sempre ammesso che si possa infondere maggiore responsabilità in quei caschi blu che hanno una particolare propensione a commettere crimini a sfondo sessuale e altri reati per i quali non vengono puniti. Questo è il motivo per cui credo l’approccio di Gideon non sia quello giusto. Nel suo articolo afferma:
C’è la necessità di creare una vero e proprio esercito delle Nazioni Unite in stand-by permanente. Tale forza non ha bisogno di essere un esercito convenzionale tout court, con le proprie caserme e il proprio personale. Basterebbe che i paesi membri concedessero alle Nazioni Unite la possibilità di comandare una certa parte delle loro truppe, per un determinato periodo di tempo. Allo stesso modo, la sovranità nazionale verrebbe rispettata permettendo ai paesi membri, qualora lo volessero, di chiamarsi fuori dalle singole missioni.
Ma alla luce di questa proposta, i paesi che contribuiscono truppe sarebbero gli stessi di oggi – Bangladesh, Pakistan, Indonesia, ecc. In altre parole, gli ultimi in termini di capacità militare. E, fintanto che le forze delle Nazioni Unite sono composte da contingenti nazionali, l’idea di imporre loro unità di azione o responsabilità rimarrà soltanto un sogno lontano.
Penso che si possa fare di meglio: affrontare il problema nello stesso modo in cui lo fanno le compagnie militari private come la DynCorp o la Xe (ex Blackwater), ovvero assumendo veterani occidentali. Se costoro sono disposti a lavorare per privati, sicuramente sarebbero disposti a lavorare anche per le Nazioni Unite. Prima di tutto fornire loro i mezzi fondamentali, come aeroplani ed elicotteri e poi permettergli anche di assumere forze locali per aiutarli.
In questo modo, non bisognerebbe assumere molti veterani della SAS o delle forze speciali americane per mettere ordine nel caos africano, poiché di certo lì non mancano i mercenari e nemmeno la possibilità di addestrare e comandare truppe locali. La compagnia militare privata Sandline ha già dimostrato che tutto questo è possibile. Per riuscire in questo compito, bisogna però creare un centro di comando e di controllo all’interno Nazioni Unite. Inoltre, far firmare a questi veterani dei contratti in cui si dichiarano responsabili delle loro azioni e che per questo possano perseguibili davanti al tribunale penale internazionale o davanti a qualsiasi altro tribunale.
Tutto questo con buon probabilità costerebbe molto meno di quanto costano ora le forze di peacekeeping e con risultati sicuramente migliori. Ricordo, per coloro che sono sospettosi di natura nei confronti delle Nazioni Unite, (e non vi colpevolizzo per questo, le Nazioni Unite hanno fatto molto per guadagnarsi tali sospetti) che gli Stati Uniti continueranno a mantenere il loro diritto di veto su come verranno poi utilizzate queste forze. Quindi non vi è alcuna seria prospettiva che il futuro esercito delle Nazioni Unite possa essere inviato a Gerusalemme Est per smobilitare gli israeliani.
Max Boot è un autore e storico militare americano. Una volta ha detto "Sono cresciuto negli anni Ottanta, quando essere conservatori era cool".
Tratto da “Commentary”
Traduzione di Jacopo Mogicato
