La Giunta e la transizione democratica

E’ solo questione di tempo: Aung San Suu Kyi presto guiderà la Birmania

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La figura della celeberrima politica birmana Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace 1991 finalmente rilasciata il 13 novembre 2010 dopo molti anni agli arresti domiciliari, sta diventando un culto nel suo Paese. Sugli scaffali delle librerie di Rangoon le biografie su di lei affiancano i libri su Barack Obama e David Beckham. Fuori, le bancarelle vendono calendari con la foto della leader de facto dell’opposizione birmana e di suo padre, l’eroe Aung San.

La Birmania, nonostante lo scetticismo di molti, ha promesso riforme politiche ed economiche e se ciò è vero, il culto di Aung San Suu Kyi diventerà sempre più visibile. Le guide turistiche che offrono giri per la città dall’aeroporto di Rangoon per il prezzo di 10 dollari, ti fanno lo sconto, se dici che la tua destinazione è la casa della candidata alle parlamentari di aprile (Aung San Suu Kyi spera di aggiudicarsi uno dei 440 seggi della Camera bassa del Parlamento birmano).

Solo 14 mesi fa, un autista aveva paura di pronunciare il suo nome ad alta voce, per non parlare di portare gente a casa sua. Negli ultimi mesi invece un flusso di illustri visitatori, come il Segretario di Stato americano Hillary Rodham Clinton, e George Soros, investitore miliardario, sono accorsi per una foto con Aung San Suu Kyi in Viale dell’Università 54, dove lei vive.

Comunque da quando la nota politica birmana ha annunciato la sua prima candidatura per una carica politica, molti potenziali visitatori si sono educatamente allontanati. “Probabilmente è più facile entrare per vedere Madonna”, dice un diplomatico. Naturalmente per i suoi sostenitori sarebbe un ottimo trampolino di lancio per una futura guida del Paese, se Aung San Suu Kyi vincesse le elezioni. Potrebbe influenzare i legislatori in un Parlamento che ha già dimostrato di possedere credenziali riformiste.

“Il Presidente Thein Sein e il suo governo hanno chiaramente dimostrato di preferire averla con loro, piuttosto che il contrario”, afferma un diplomatico occidentale. Da agosto, il governo dell’ex generale Thein Sein ha attuato diverse riforme. Ha abolito la censura dei media, rinnovato le leggi sul lavoro, tenuto colloqui  con gruppi etnici ribelli e la settimana scorsa ha raggiunto uno storico cessate il fuoco con il movimento armato Karen National Union. Quest’ultimo passo del governo militare dovrebbe riportare la pace nello Stato di Karen nell’est del Paese.

La mossa che però ha più attratto l’attenzione internazionale è stato il rilascio venerdì scorso di centinaia di importanti prigionieri politici (ben 651), tanto che gli USA hanno pensato di normalizzare i legami diplomatici con il regime. Forse si arriverà anche all’abolizione delle sanzioni imposte alla Birmania da parte del blocco occidentale (USA ed Unione europea).

“Per la prima volta da decenni, la gente crede che il cambiamento sia in arrivo”, dichiara Susanne Kempel, consulente di organizzazioni internazionali che opera in Burma (o Myanmar, com’è conosciuta la Birmania). “Naturalmente, c’è il timore che tale cambiamento possa essere portato via di nuovo, ma c’è la sensazione che, questa volta, esso sia reale”, aggiunge la Kempel.

Non tutti però ritengono che la corsa della Birmania verso la democrazia sia irreversibile. C’è chi rimane diffidente. Come Ashin Gambira, un monaco attivista rilasciato venerdì, il quale lamenta: “Il governo ancora caratteristiche dittatoriali. Che tipo di democrazia è questa?”. Infatti numerosi oppositori politici rimangono in carcere e le accuse devono essere ancora sollevate da quelli liberati.

Più ottimisti sono attivisti come Khin Zaw Win, che in passato è stato detenuto per ben 11 anni: “Prima, se parlavo, dovevo guardarmi alle spalle. Il governo mantiene la linea dura, ma sento che il punto di svolta è stato raggiunto”, afferma. Del resto, qualche mese fa la stessa candidatura alle elezioni di Aung San Suu Kyi sembrava impossibile.

 

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