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E tra le materie insegnate ai giovani inglesi spunta anche Jovanotti

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Alle menti inglesi applicate all’istruzione al momento pare la soluzione ottimale per i diversi problemi che affliggono i giovani, le famiglie e tutto il sistema educativo: un bel corso curricolare di Psicologia Positiva. Impariamo ad analizzare i nostri disagi e a darci la carica per superarli, valorizziamo le nostre risorse, e sapremo affrontare da leoni un mondo tutto colorato di rosa! La scienza della “psicologia positiva” che ha in questi pensierini da settimanale femminile i suoi pilastri è piuttosto recente, il falso presupposto che si possano insegnare le virtù e la morale con programmi specifici affonda le radici nel più puro psicologismo educativo.  Così in Inghilterra sono già partite delle sessioni sperimentali triennali nelle scuole pubbliche, dopo che la materia ha prosperato in alcuni collegi molto ben frequentati, e per fortuna qualche voce si è levata a criticarne non solo l’inutilità ma pure la potenziale dannosità.

La moderna psicologia positiva è una creatura dell’accademico americano Martin Seligman, che con la sua teoria negli ultimi vent’anni ha costruito una discreta fortuna e venduto preziosi bestseller. Partito dall’osservazione delle qualità di resistenza alle avversità e di forza interiore in dote a certi uomini e a molte specie animali, Seligman ha costruito intorno al principio del learned optimism, un ottimismo sviluppato consapevolmente, la ricetta per l’acquisizione degli strumenti utili all’individuo per vivere serenamente. Ha quindi frullato il tutto con alcune dosi di filosofia classica, qualche pizzico di buddismo e di stoicismo, e ne ha fatto una ricetta di self-help decisamente popolare, se a quanto pare a Harvard il “corso di felicità” di recente ha superato persino quello di Economia per numero di iscritti (quasi mille a semestre).

Intanto si potrebbe pensare di diffidare di uno che dichiara che l’attuale entusiasmo britannico per le sue teorie gli evoca il Rinascimento fiorentino di Cosimo dei Medici. Senza dilungarci troppo sui capisaldi della sua creatura, per i quali si rimanda alla illuminante home page della Società Italiana di Psicologia Positiva (dove brillano perle del tipo “gli aspetti bio-psico-sociali delle cognizioni, delle emozioni e delle esperienze positive”, “studi volti prevalentemente ad analizzare la dimensione del piacere, inteso come benessere prettamente personale e legato a sensazioni ed emozioni positive”), la notizia preoccupante - non solo per la salute futura degli studenti inglesi, ma possibilmente anche per quella degli italiani cui qualche mente illuminata vorrà presto o tardi fare questo dono, magari iniziando dalla fertile scuola dell’infanzia -  è che si vuol affidare l’equilibrio e l’orientamento psicologico della propria gioventù ad un programma standardizzato, auto-referenziale e prescrittivo. E prevedibilmente, invece di darle la chiave per il benessere, ammesso che Seligman riesca a convincerci che esista, creare una generazione di ipocondriaci dello spirito, o di insicuri, o di depressi. Oppure di gente che si convinca di essere depressa, il peggior danno possibile. Non è impensabile che i ragazzi, più che a padroneggiare gli strumenti per gestire lo stress, oppure a fortificarsi in previsione della guerra di strategia e d’azione che li attende nella vita e nel lavoro, imparino solo a far proprio il bla-bla psicologico che già regna sovrano nei media e nella televisione “verità”.

In Inghilterra non siamo al primo esperimento, peraltro. Nel tentativo di esportare le tecniche formative dalle scuole d’èlite agli istituti pubblici, e di cercare di sostenere una generazione che non è proprio in gran forma, se i dati sull’aumento vertiginoso dei disturbi del comportamento e dei suicidi giovanili diffusi dall’Istituto di Psichiatria dicono il vero. Così lo scorso anno alle superiori è già apparsa una disciplina facoltativa che possiamo tradurre come “Aspetti emozionali e sociali dell’apprendimento”, di cui sarebbe interessante conoscere i prodi insegnanti.

La triste ironia di tutto questo è che se ai docenti tradizionali fosse dato modo e tempo di concentrarsi sulle loro materie di insegnamento, forse un po’ di quella felicità di cui si va tanto alla ricerca scaturirebbe dal piacere della conoscenza, dal conseguimento degli obiettivi, da quel riconoscersi nelle cose dette e fatte da altri nel passato. Ma poi, invece di dare lavoro ai proseliti di Seligman, di cui meglio non immaginare i seguaci meno preparati e quindi più pericolosi, una bella rispolverata di filosofia fatta con cura non basterebbe già a trasmettere agli studenti qualche strumento valido per conoscere sé stessi e gli altri?



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