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Strategia assente

È uscito il “decreto rilancio”, alleluja!

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Finalmente ci siamo.

Avremmo voluto dirlo tutti, sinceramente e in maniera convinta, finanche a gran voce. E invece, prende corpo la delusione dell’aspettativa sincera ma tradita di fronte all’ennesimo provvedimento di svolta. È calato il sipario sull’attesa rituale dopo il trionfante annuncio serale, più o meno coincidente – ma è solo una casualità, ne siamo convinti – con gli orari di maggior share televisivo o sui social di maggior grido. È passato poco più di un mese dai primi annunci, quasi una settimana dell’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri. Ancora una volta ci è toccato fare i conti con i dilemmi del “salvo intese”, formula di crescente successo nelle stagioni di incertezze e passi falsi: del resto, cosa fa più bene al Paese, di fronte all’emergenza divenuta ordinarietà e alla crisi senza termine, se non una bella conferenza stampa con toni roboanti e, negli ultimi tempi, sempre più riecheggianti accenti guerreschi, quasi impressionista, per le sapienti pennellate a descrivere qualcosa che ancora giuridicamente non c’è, ma che sembra davvero comparire come d’incanto di lì a poco! Salvo che, nell’assenza del reale, tutto rimane avvolto nelle nebbie dell’incertezza.

Fino alla tanto attesa apparizione. Sofferta, specchio di lavorii infiniti per cesellare e rendere invincibile alla prova del tempo una così pregnante fatica.

O forse no.

I ritardi e le incertezze non riescono a nascondere qualcosa di più profondo.

L’orologio della crisi non segue le stesse cadenze di quello che sembra governare taluni decisori pubblici: urgenza significa impossibilità di accettare rinvii, dilazioni, incertezze; necessità implica indifferibilità; il rischio di tenuta sociale ed economica del sistema non è mero tema di discussione accademica o da terrazza romana, è qualcosa di ben tangibile e già da tempo insinuatosi nelle vite di milioni di persone reali, che incombe su imprese, lavoratori, famiglie che hanno diritto di confrontarsi con scelte e soluzioni concrete e funzionanti messe in campo con coraggio, competenza e decisione.

Ma la cifra della strategia di ingaggio a questa tremenda emergenza pare l’assenza di una strategia. Il dato non deve essere banalizzato, perché è talmente macroscopico che merita di essere valutato con obiettività e senza pregiudizi.

Evidentemente sbagliava chi già per tempo invocava una linea d’azione chiara e concludente, magari provando nell’immediatezza a suggerire possibili (e certamente parziali) interventi mirati.

Proviamo a riavvolgere il nastro degli ultimi mesi. La soluzione prescelta di fronte alla pandemia economica è stata, in estrema sintesi e nell’ordine:

i. attesa e rinvio di interventi risolutivi al complesso delle misure concordate in sede UE, che però hanno tempi e tassi di incertezza su contenuti e conseguenze incompatibili con le esigenze di immediatezza;

ii. nel frattempo, rifiuto di strumenti di ristoro economico automatici, preferendo invece meccanismi richiedenti un variabile tasso di intermediazione burocratica, pubblica e privata;

iii. in luogo della sterilizzazione degli obblighi fiscali, che avrebbe consentito di mantenere la liquidità corrispondente nelle tasche dei contribuenti, solo slittamenti di adempimenti, parziali e parcellizzati, con parallelo avvio di percorsi di erogazione dall’alto;

iv. proiezione sul mondo produttivo e delle imprese di criteri analoghi a quello al quale l’amministrazione statale ha dimostrato di sapere e volere fare ricorso: il debito.

Evidentemente si è ritenuto preferibile raffreddare l’afflusso di risorse economiche verso il sistema produttivo e le famiglie, magari contando sulla transitorietà della congiuntura. Misure pur positive e doverose, come quelle in tema di ammortizzatori sociali, non hanno raggiunto i destinatari nei tempi sperati. Con il risultato che la sensazione diffusa che ne è derivata è quella dell’immobilità da parte statale. Quindi, per placare lo sconcerto montante, la necessità di reintervenire e alzare il tiro.

È stata la volta della “mobilitazione del sistema bancario”. Ma anche in questo caso si sono materializzate subito farraginosità delle procedure, tempi imposti dalla circolazione burocratica, persino i rischi di applicazione strumentale in grado di volgere le generose garanzie dello Stato non per erogare nuova liquidità, ma per sostituire affidamenti in essere, lasciando sempre ai margini chi più in difficoltà.

A questo va aggiunta la poco saggia tecnica della amplificazione comunicativa: basti pensare, emblematicamente, al non inconsapevole equivoco tra risorse finanziarie fornite, a fronte degli enormi scostamenti di bilancio nel frattempo autorizzati dal Parlamento, e cifre “monstre” esibite, solo contando sulla leva finanziaria sperata (a volte con poco prudente capacità di amplificazione delle aspettative).

Sta di fatto che i risultati concretamente tangibili nei bilanci di tante imprese e famiglie non collimano ancora con annunci e aspettative. E intanto il contagio economico si diffonde sempre più a fondo.

Di qui, prima ancora della stabilizzazione di modifiche ed aggiustamenti al precedente presentato come poderoso e risolutivo, un nuovo intervento normativo, di dimensioni finanziarie ancora una volta crescenti in misura proporzionale alla quantità di regole, articoli, commi e disposizioni che lo compongono.

E qui si manifesta visibilmente quella assenza di strategia di cui si diceva. Si affastellano misure e interventi del tipo più vario e disparato: dall’incremento (evidentemente fondamentale in questo momento per fermare la crisi) dei componenti del consiglio di amministrazione dell’Ente nazionale per il turismo, alla creazione di una nuova commissione di esperti di politica industriale (probabilmente per studiare il fenomeno in corso, elaborare una analisi di livello qualificato, proporre possibili terapie, si spera prima che il paziente-Italia risulti già deceduto).

Di particolare opportunità e tempismo pare la rideterminazione dei criteri di remunerazione dell’Agenzia delle entrate.

Così come si potrebbe riflettere sulla opportunità di destinare 3 miliardi euro (di questi tempi!) per la nuova Alitalia: in effetti una fase di stasi globale della mobilità aerea, pare la congiunzione perfetta per tentare l’ennesimo rilancio del nuovo vettore aereo nazionale.

Non mancano neppure misure ai limiti del folklore per la ripresa dei consumi: si pensi all’indispensabile (ennesimo) bonus, questa volta per monopattini e biciclette che faranno la felicità di elite urbane con corto e sicuro raggio di percorrenza casa-lavoro, ma non sappiamo anche di quanti costretti a frequentare meno eleganti zone industriali (sembrerà strano, ma generalmente insistenti nelle periferie e ai margini dei centri urbani) o alle faticose operazioni di chi non può delegare ad altri accompagnamento di figli tra scuole ed asili nido. Sempre che questi ultimi malcapitati non debbano rassegnarsi ai tanti annunci di chiara incertezza sul se, come e quando riprenderà a funzionare, al di là dell’encomiabile iniziativa di molti docenti, in realtà solo volontari delegittimati e bistrattati, la prima infrastruttura di un Paese civile, che si chiama istruzione.

Si deve confidare in una sana opera di selezione istituzionale rispetto al momento delle scelte definitive. Intanto finiscono per apparire annegate nel gran calderone della “quantità” soluzioni pure di innegabile impatto per il sostegno e la ripresa produttiva.

Il riferimento va sicuramente alla riduzione dell’IRAP: se mai una imposta può risultare popolare, certamente questa si è guadagnata da tempo la medaglia della meno amata. Ma il paradosso è che rischiava di creare un corto circuito proprio con i risultati (sperati) delle misure annunciate qualche settimana prima: se la ripresa annunciata doveva passare per l’incremento dei finanziamenti bancari alle imprese (cioè del loro indebitamento), e nel frattempo si congelano i licenziamenti economici (doverosamente, nella situazione di prima emergenza), diventa difficile continuare a giustificare un’imposta nata proprio per ragguagliarsi a costo del lavoro e indebitamento.

Sembra avere davvero una valenza propulsiva del sistema produttivo, piuttosto, la previsione di incentivi in grado di valorizzare scelte di consumo in grado di sostenere i livelli occupazionali e innescare meccanismi virtuosi. Come sempre questo avviene quando si spinge su settori che con più rapidità e univocità sono in grado di riverberare sull’intero sistema effetti positivi, ed è davvero il caso di credere che ciò possa avvenire con gli incentivi per la riqualificazione edilizia. Sempre che – e decisamente non c’è da augurarselo – non rispuntino trappole burocratiche figlie di incoercibili tentazioni perverse, già dai primi commenti paventate.

Al di là di questo (e davvero poco altro), però manca una strategia di fondo. Si disseminano misure e articoli sperando che la quantità faccia qualità, contando sulla esibizione di stanziamenti finanziari ignoti da generazioni, ma per i quali poi mancano le direttrici esecutive e si affacciano temibili selve oscure di adempimenti, rinvii attuativi, mediazioni di vario genere. Parrebbe – ma sicuramente il malevolo sospetto sarò infondato – più nella ricerca di piantare bandierine in una poco commendevole lotta di posizione tutta interna alla compagine di chi decide, che nel tentativo di dare ordine e sistema alla pioggia di risorse disperse.

Emblematico è il caso degli interventi per il potenziamento del sistema sanitario. Uno degli insegnamenti della terribile stagione ancora in corso, è che proprio questo è uno dei settori da privilegiare.

Ma, vorremmo suggerire sommessamente, per investire più che per spendere. Non è la mole delle risorse finanziarie a dare la patente di efficacia, e pertanto di qualità, a qualsiasi intervento. Al di là dell’utile potenziamento di organici o di trattamenti retributivi, si fa fatica a rintracciare un percorso altrettanto deciso in termini di investimento scientifico e tecnologico, scelte di campo per infrastrutture, dotazioni, impiantistica, processi di approvvigionamento, tanto per citare solo alcuni dei nervi scoperti più dolorosamente messi in luce dall’emergenza sanitaria.

Nel mentre, la politica di sostegno e rilancio industriale torna a servirsi prepotentemente della partecipazione dello Stato nel capitale delle imprese, ma, non sapendo resistere alla vecchia tentazione, confonde rafforzamento patrimoniale e contaminazione tra regolatore e regolato. Questa volta senza alcun autentico criterio selettivo trasparente ed espressivo di una strategia di politica industriale degna di questo nome, enumerando solo parametri e dati formali, con i rischi di fare i conti ben presto o con una poderosa (questa volta sì) dispersione a pioggia di risorse pubbliche, ovvero con non valutati effetti distorsivi del mercato e della concorrenza.

Neppure vanno sottovalutati interventi che potrebbero dissimulare situazioni per niente affatto tranquillizzanti nel campo bancario: si stanziano risorse per rendere più facile la dismissione di compendi bancari frutto di procedure di liquidazione coatta, e si annunciano 15 miliardi per prossimi salvataggi e interventi di urgenza persino per garantire liquidità di emergenza. Una drammatica dichiarazione di debolezza del sistema che invece solo quale conferenza stampa fa era stato indicato come motore trainante della veicolazione di liquidità a famiglie ed imprese.

È singolare e poco rassicurante, in un contesto così a tinte fosche, questa capacità di mescolare e tenere insieme il tutto senza una strategia unitaria che non sia il mero svuotamento dei magazzini delle proposte normative, in verità sempre ben forniti. Evidentemente per appagare decisori pubblici in realtà indecisi, poco inclini (o scarsamente capaci) a fornire direttive univoche di intervento, smaniosi di esibire cifre rotonde e roboanti, occupati a confondere attività istituzionale e risultati per la comunità con iperattivismo da condivisione mediatica.

Forse sarebbe stato possibile operare una diversa selezione, concentrando in questa fase, che è tutt’altro che ordinaria, interventi davvero prioritari ed indifferibili, per evitare inutili dispersioni; rinviando ad altre stagioni misure di minore urgenza rispetto a quello che deve essere assunto come obiettivo indefettibile, qui e ora.

Evidentemente non è ancora chiaro, o non è condiviso, che la priorità è sterilizzare (ormai non più evitare, purtroppo) la diffusione della crisi nei gangli dell’economia reale tanto da bloccare il rischio, ogni giorno sempre più incombente e pertanto difficile da fronteggiare, che quella crisi induca operatori economici, imprese e lavoratori ad abbandonare il campo, nella impossibilità di sopravvivere e competere sulla scena produttiva ed economica. Lo scenario diviene ancora più fosco se poi si prova a riflettere sulla straordinaria capacità di indebolimento strutturale del sistema produttivo in presenza del radicarsi della falsa sicurezza di poter contare sempre e comunque su una rete di sussidi pubblici, che devono essere prontamente dispiegati per la prima fase emergenziale, quella acuta, e le situazioni davvero straordinarie, ma che non possono divenire stabile sostituzione assistenziale per un sistema economico che pretenda di mantenere vitalità. Se non altro perché non si comprende chi potrebbe sostenere gli oneri di sussidi generalizzati quando non si è riusciti ad evitare che la macchina produttiva, una volta spenta, non sia più in grado di ripartire allo stesso regime.

Ma soprattutto perché è pericolosissima la valenza diseducativa insita nella diffusione della terapia del bonus a pioggia, al di là di una visione d’insieme, e solo con valenza clientelare o per comprare tempo. Il rischio è quello di inaridire voglia di ripartenza e capacità competitiva delle imprese, assottigliare la fiducia nel sistema, indebolire i presidi che devono impedire l’ultimo e più pericoloso stadio di mutazione dell’epidemia: questa volta dalla instabilità economica a quella sociale, con i rischi di ricadute persino sull’ordine pubblico.

Il timore che prende corpo è quello di un’ennesima occasione perduta. Non per assenza di risorse finanziarie: quelle a disposizione sono impensabili solo fino a pochi mesi fa. Piuttosto sembra emergere ansia da prestazione, difficoltà a fare sintesi doverosa, discutibile sovrapposizione dei piani delle priorità. Basta essere consapevoli del fatto che l’occasione perduta non è indolore: il termometro della crisi economica continua a salire imperterrito di fronte agli annunci, e le chances non sono infinite, le risorse finanziarie neppure. Speriamo solo che sia esaurita questa singolare non-strategia, e che si cambi pagina.

Al più presto.

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