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La vera storia di Filippo Penati

Ecco chi è il vero re di Stalingrado che affonda Bersani e Pd

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A Sesto San Giovanni se n’erano accorti subito che il professore di applicazioni tecniche, poi venditore di polizze assicurative Unipol, Filippo Penati, era cambiato dopo la sua prima elezione a sindaco nel 1994, strappata per un pugno di voti. Ma finché il primo cittadino continuava a vivere con la moglie nello stabile di fianco al Comune, le chiacchiere stavano ancora a zero. Fino al 2001 poteva andare in ufficio a piedi, come si addice a un uomo del popolo. Non si era ancora trasformato in quello che i suoi oppositori chiamano il capo della “banda di Sesto”.
Poi, terminato il secondo mandato, tra il 2001 e il 2004, era diventato il segretario della federazione provinciale milanese dei Democratici di sinistra, suscitando le perplessità di alcuni compagni della prima ora, come Luciano Pizzetti, segretario regionale dell’epoca, che ora ricostruisce il suo rapporto con la stella nascente. Si trattava di "contrasti politici, mai sul valore della persona", scrive in un editoriale sul quotidiano web cremonese Il Vascello. Aggiunge che "al termine della sindacatura a Sesto San Giovanni, ad esempio, io ero contrario a che egli divenisse Segretario provinciale di Milano". Non riuscì a fermarne la corsa "e Penati divenne Segretario per breve tempo, in attesa di candidarsi a Presidente della Provincia. Vinta la Provincia, io contrastai la vulgata del “modello Penati”, perché ritenevo che poggiasse su un’analisi sbagliata". In ogni caso, se lo sarebbe volentieri tolto dai piedi col classico metodo del promoveatur ut amoveatur, che lo condusse a "suggerire un ruolo nazionale per Penati, seppur diverso da quello attribuitogli". Insomma, a Pizzetti non pareva adatto nemmeno come capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani.

Ma ormai la scalata era iniziata e l’ex assicuratore, salito ai vertici del partito, si era impadronito dei meccanismi della politica. Quanto alle regole del gioco, se ne stanno occupando i pm di Monza, Walter Mapelli e Franca Macchia, per verificare se Penati le rispettasse, e fino a che punto. I magistrati stanno inoltrandosi in una foresta di società, come la Intesa Casa Spa, fondata nel gennaio 2005 e messa in liquidazione appena due mesi più tardi, nel marzo dello stesso anno. A mano a mano, ripercorrendo a ritroso le interrogazioni dei consiglieri provinciali rimasti all’opposizione tra il 2004 e il 2009, i magistrati scorgono le attività parallele svolte da Penati mentre governa la Provincia di Milano. Ora, l’indagato per le tangenti risulta amministratore, fra il 5 dicembre 2006 e il 9 ottobre 2007, della Eventus srl, con sede a Bergamo, sulla quale si erano già accesi i riflettori di Sergio Rizzo e Gianantonio Stella. Nel loro volume La Casta, notavano con una certa curiosità che "la ditta" aveva "come oggetto sociale la produzione e l'importazione di cemento, sabbia, vernici, laminati e legno" e fosse "posseduta per metà da un imprenditore bergamasco e per l’altra da una fiduciaria anonima, la Plurifid". Come altrettanto "curioso è che nello stesso CdA sieda Dario Odelli, sindaco di Albano Sant’Alessandro, provincia di Bergamo, tessera leghista". Ma tra gli azionisti compaiono anche altri soggetti fra cui un tale Marco Di Caterina, che non ha nulla a che fare con l’imprenditore di Sesto San Giovanni, Piero Di Caterina, che accusa Penati sul caso Falck. Marco Di Caterina compare invece come finanziatore di Fare Metropoli, la fondazione che raccoglie i contributi per le campagne elettorali di Penati nel 2009 e nel 2010. Ma anche in Eventus i sestesi non possono mancare. Si tratta di Franco Maggi e di suo fratello Fabio. Qualche mese dopo un’interrogazione in consiglio provinciale di Giovanni De Nicola, Penati abbandona le cariche che ricopre nella Eventus, per evitare accuse di conflitto d’interessi.

Rimane il rapporto strettissimo con il cerchio magico dei collaboratori sestesi. Franco Maggi rimane il più vicino, anche nella disgrazia. Del resto gli deve tutto. Pur potendo vantare soltanto un diploma, diventa dirigente in Provincia, con funzioni di portavoce del Presidente. In realtà ne è il volto minaccioso, che chiama i capiredattori quando un giornalista si permette di uscire dal seminato. Lo pagano per gestire, con fior di quattrini estratti dai capitoli del bilancio provinciale l’immagine dell’amministrazione: 500mila euro per l’ufficio stampa e la "promozione della comunicazione istituzionale" e altri 237mila euro per "spese diverse e funzionali per gli uffici della direzione centrale presidenza, ufficio del segretario e ufficio stampa", oltre a un altro milione e mezzo per dirigenti esterni. Quando la Corte dei Conti va a spulciare tra quelle spese, vi scova però un danno alle casse della Provincia da 183.600 euro e nell’ottobre 2009 condanna Maggi a un risarcimento da 146.880 euro, e un funzionario a pagare i restanti 36.720 euro. Precedentemente, Maggi era stato già condannato a risarcire 15mila euro alla Provincia, sempre per aver attribuito un incarico non necessario.

Per retribuire i fedelissimi, come Claudia Cugola, la segretaria, già impiegata di basso livello presso Cap Holding, consorzio per la gestione delle acque, si adottano tecniche più raffinate. La signora sarà distaccata alla Provincia con retribuzione ben superiore e in seguito assunta dalla società Serravalle senza peraltro lavorarci. Attualmente, nonostante le dimissioni di Penati da vicepresidente della Regione Lombardia, fa parte dello staff presso l’ufficio di presidenza, fino alla nomina del nuovo vicepresidente, che non avverrà fino a settembre. Ma la solidarietà sembra che stia per sfaldarsi a partire dai messaggi lanciati da Giordano Vimercati, anche lui sestese, fratello di Luigi, senatore del Pd. Aveva seguito Penati alla Provincia, diventandone il capo di gabinetto. Ultimamente sembra distante: non mi assumo responsabilità per altri, ha detto a La Repubblica.

Sotto la gestione Penati, non si badava a spese: su 1.980 dipendenti risultano ben 1.043 telefoni cellulari. All’ente non basta un parco auto di 258 autovetture e deve autorizzare circa 400 dipendenti a utilizzare, a spese dell’amministrazione provinciale, la propria automobile personale. Nel frattempo, affida consulenze esterne a 700 persone nel 2006 con un costo di circa sette milioni di euro, ad altre 700 nel 2007 al costo di otto milioni e ad altre 400 nel 2008 per l’importo di cinque milioni. Il totale, in tre anni, ammonta a venti milioni di euro.

Ormai Penati si atteggia a frequentatore dei salotti della finanza milanese e si siede al tavolo con i potenti. Piace perfino al centrodestra, per un po’. Coltiva anche un discreto feeling con i sindaci del centrodestra Gabriele Albertini e Letizia Moratti poi. Su La Repubblica, il 4 novembre 2005, Alessandro Penati (che non è suo parente) lo paragona a Gordon Gekko, lo spregiudicato protagonista del film Wall Street, auspicando "solo che non faccia proseliti. Di capitalisti disinvolti, ci bastano quelli privati. E avanzano". Sono i tempi dell’acquisto del 15% della Serravalle al prezzo di quasi 9 euro per azione, contro una quotazione di non più di 6; un’operazione da 238 milioni censurata nel 2010 come "priva di qualsiasi utilità" dalla Corte dei Conti, che ne valuta il danno erariale in 76,4 milioni di euro. A presiedere l’Asam, la holding di proprietà della Provincia che controlla la Serravalle, va inizialmente l’avvocato Antonino Princiotta, che è segretario generale della Provincia, membro della banda dei sestesi.

È a Milano, a Palazzo Isimbardi, dove Penati inizia ad assaporare i privilegi della casta, che inizia a cedere alle lusinghe del potere. La prima, tipica del provincialotto, è la tentazione dello status symbol: gli piacciono gli orologi di lusso. Ne ha una collezione da esibire nelle occasioni pubbliche, come nel più classico copione del villano rifatto.
Del resto, lavora fra le opere d’arte, apparentemente senza accorgersene. Nel 2008, complice un week-end in prossimità di Ferragosto, proprio davanti agli uffici di Penati e della Cugola, scompare Amore tra i polli, tela del 1879 di Giacomo Favretto, valutata 90mila euro. Le circostanze del furto fanno pensare a un basista interno, che conosce bene luoghi, orari e persone. Misteriosamente, il quadro sarà ritrovato a Firenze, fra le mani di un clochard, alla fine del 2009, quando Penati, sconfitto da Guido Podestà, ha ormai traslocato da Palazzo Isimbardi coltivando il progetto di soffiare la poltrona di governatore della Lombardia a Roberto Formigoni.

Perderà anche le elezioni regionali del 2010. Di lì a poco Sesto finirà "nell’occhio del ciclone", per dirla con le parole del prevosto della parrocchia di Santo Stefano, che chiede di evitare giudizi temerari, ma invita a essere altrettanto attenti alla verità, lasciando perdere i pettegolezzi. Troppo tardi, perché nel paese natìo, in realtà, le apparizioni dell’ex sindaco in auto blu hanno già comunicato una distanza siderale dalla classe operaia che lo ha allevato. Quando torna a casa, non usa più la metropolitana come un cittadino qualsiasi. E, se torna, non lo riconoscono più come uno dei loro: ha affondato la sinistra.

(Tratto da Libero)

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