Ecco chi era veramente Benazir Bhutto

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Ecco chi era veramente Benazir Bhutto

Ecco chi era veramente Benazir Bhutto

04 Gennaio 2008

Una delle eredità più discutibili
di Benazir Bhutto è sicuramente la residenza del Primo Ministro nel centro di
Islamabad. L’edificio è un vertiginoso ranch pseudo-messicano di muratura
bianca dal tetto in tegole rosse. Non c’era nulla di nemmeno lontanamente
islamico nella struttura che, come mi disse un addetto, quando andai lì ad
intervistare l’allora Presidente Bhutto, era stata realizzata da un disegno
dello stesso Primo Ministro. All’interno era la stessa storia. Candelieri di
cristallo sospesi, spesso due o tre per stanza; quadri a olio raffiguranti
girasoli e gattini ruzzolanti che sembravano presi dalle ringhiere di Hyde Park
pendevano in sfarzose cornici dorate.

Il posto sembrava il ritiro per i
weekend di un ricco industriale latino-americano particolarmente barocco, ma avrebbe
potuto trovarsi in qualsiasi posto. Avete presente quegli show televisivi in
cui vi fanno girare intorno ad una casa 
e voi dovete indovinare chi ci vive dentro? Avreste assegnato questa
specie di grande fattoria a chiunque tranne che al Primo Ministro di una
impoverita Repubblica Islamica situata a fianco dell’Iran.

Questo è il motivo per il quale,
ovviamente, l’Occidente ha sempre avuto un occhio di riguardo per Benazir
Bhutto. I capi di stato dei paesi a lei confinanti potevano essere figure indecifrabili
e potenzialmente spaventose come il Presidente Ahmedinejad dell’Iran oppure una
banda di signori della guerra afghani dediti al narcotraffico, la Bhutto invece, sembrava
sempre familiare e rassicurante ai governi occidentali – era una di noi.
Parlava un inglese fluente perché era la sua lingua madre. Aveva avuto una
governante inglese, era stata in un convento di monache Irlandesi e aveva
affinato la sua preparazione con lauree ad Harvard e Oxford.

“Londra è la mia seconda casa” mi
disse una volta. “Io conosco bene Londra. So dove sono i teatri, i negozi, i
parrucchieri. Adoro passeggiare a Sloane Square, tra Harrods e WH Smith. Ho lì
le mie gelaterie preferite, mi piaceva particolarmente andare in una a Marble
Arch: Baskin Robbins. A volte mi piaceva guidare fin lì in macchina da Oxford
solo per un gelato e poi tornarmene indietro. Quella era la mia idea di
peccato”.

Era difficile immaginare
qualsiasi capo di uno stato confinante, nemmeno il più preparato economista
Sikh, Manmohan Singh, parlare così.

Per gli americani, quello che
Benazir Bhutto non era, se possibile era ancora più attraente di quello che lei
era. Non era una fondamentalista religiosa, non aveva la barba, non usava
organizzare cortei dove tutti urlano “Morte all’America” e non proclamava fatwe
contro affermati autori di libri, anche se Salman Rushdie l’aveva ridicolizzata
in un suo racconto.

E’ certo che le ragioni che tanto
facevano amare all’Occidente Benazir Bhutto erano le stesse che facevano
dubitare di lei molti pakistani. Il suo inglese poteva essere fluente, ma non
si poteva dire lo stesso del suo urdu, che lei parlava come una forbita
straniera: fluentemente, ma sgrammaticato; il suo sindhi era anche peggio; a
parte qualche frase obbligatoria era completamente persa.

Gli amici inglesi che conobbero
Benazir a Oxford la ricordano come una spumeggiante ragazza che andava a
lezione con una MG gialla, faceva la settimana bianca a Gstaad in Svizzera e
che raccontava quanto fosse eccitante passeggiare per Cannes con suo fratello
più piccolo che sembrava un attore e sentirsi al centro dell’attenzione;
dovunque Shahnawaz andasse, le ragazze rimanevano stupefatte.

Questa Benazir, conosciuta dai
suoi amici come Bibi o Pinky, adorava le biografie regali e i romanzi
sdolcinati. Aveva un debole per la disco music degli anni ’70 – “Tie a yellow ribbon
round the old oak tree” sembra fosse al top delle sue preferenze. E’ la stessa
Benazir che aveva una invidiabile collezione di montature rosse alla moda e che
si scioglieva alla vista dei marrons glace.

Ma c’era qualcosa di ancora più
maestoso, imperiale, nella Benazir che ho conosciuto quando era Primo Ministro.
Parlava e persino camminava in un modo misurato e regale e usava frequentemente
il plurale maiestatis. Quando la intervistai si prese ben tre minuti per
percorrere le 100 iarde di prato che separavano l’abitazione del Primo Ministro
dalle sedie dove mi era stato detto di attenderla. Ne seguì un intermezzo
durante il quale Benazir si lamentò del fatto che il sole non stesse splendendo
nel modo che lei avrebbe desiderato. “Il sole è nella direzione sbagliata”
annunciò. Portava capelli acconciati in una sorta di alveare barocco sormontato
da una dupatta di velo bianco. L’intera scena mi ricordò una di quelle
principesse romane in “Caligola”.

Questa Benazir era una persona
molto diversa da quella dei tempi di Oxford. Questa era famosa a Islamabad per
presiedere sedute del consiglio di gabinetto lunghe 12 ore e per dormire solo 4
ore a notte. Questa era la
Benazir che continuò la sua campagna dopo che un attentatore
suicida aveva attaccato il suo convoglio il giorno stesso del suo ritorno in
Pakistan in ottobre, e che trascurava incurante il pericolo mortale per la sua
vita allo scopo di continuare la sua battaglia. In altre parole questa seconda
Benazir Bhutto era coraggiosa, a volte eroica e dura come l’acciaio.

Più che altro Benazir era forse
una feudataria munita di quel senso aristocratico della propria posizione derivante dal possedere i tratti più profondi
del proprio paese e quell’inclinazione verso i gusti occidentali che questo background tende a dare. Era
questo che dava quel lustro sofisticato e quella fermezza feudale al suo stile
politico. Questo tratto è tipico di molti politici pakistani. Una vera
democrazia non ha mai attecchito in Pakistan anche perché la proprietà terriera
è stata la principale base sociale da cui è sempre emersa la classe politica.

La middle class istruita è ancora
largamente esclusa dal processo politico. Come risultato, nella
province più arretrate i signori feudali sono sicuri che la loro
gente voti per il candidato scelto da loro. Come spiegò lo scrittore Ahmed
Rashid: “In alcune province se il feudatario mettesse il suo cane come
candidato, il cane verrebbe eletto con il 99% dei voti”.

Oggi Benazir viene salutata come
una martire della libertà e della democrazia, ma, lungi dall’essere stata una
naturale democratica, in un certo qual modo, Benazir è stata la persona che ha
screditato lo strano modello di democrazia presente in Pakistan – in realtà una
forma di feudalesimo elettivo,e che ha stimolato l’attuale, apparentemente
inarrestabile, crescita degli islamisti.

Perché Benazir non era una Aung
San Suu Kyi.

Durante i suoi primi 20 mesi di
premiership, sorprendentemente, non riuscì a fare approvare una singola legge
rilevante. Amnesty International ha accusato il suo governo di avere uno dei
peggiori record al mondo in fatto di morti durante la detenzione, omicidi e
torture.

All’interno del suo partito, il
PPP, si autodichiarò presidente a vita ed impedì sempre a suo fratello Murtaza di sfidarla. Il fratello continuò nella sua sfida
fino a quando  fu trovato morto, con un
colpo di arma da fuoco, in circostanze altamente sospette fuori della casa di famiglia.

La moglie di Murtaza, Ghinwa e
sua figlia Fatima, così come la madre di Benazir, sono convinte che fu Benazir
stessa a dare l’ordine di uccidere il fratello.

In
epoca recente, non più tardi dell’autunno scorso, Benazir non disse una singola
parola e neppure mosse un dito per dissuadere il Presidente Musharraf dal
chiedere a Stati Uniti e Inghilterra una mediazione per l’esilio in Arabia
Saudita del suo rivale Nawaz Sharif, eliminando di fatto dalle elezioni il suo
avversario più temibile. Molti tra suoi sostenitori hanno considerato il suo accordo
con Musharraf come un tradimento degli
ideali del partito.

Dietro
all’infinito oscillare del Pakistan tra governo militare e democrazia c’è una
sorprendente contiguità di interessi elitari: per certi versi in Pakistan la
classe industriale, la classe militare e quella dei latifondisti sono tutte
interconnesse e si controllano a vicenda.

Però nessuno di loro fa nulla per
occuparsi della povertà.

Il sistema di istruzione governativo
in Pakistan è a malapena funzionante e, per i poveri, è quasi impossibile
ottenere giustizia.

Secondo il politologo Ayedisha
Siddiga: “Sia i militari che i partiti politici hanno fallito nell’intento di
creare un ambiente in cui i poveri possano ottenere ciò di cui hanno bisogno
dallo stato. Così i poveri hanno iniziato a cercare strade alternative per i
propri bisogni sociali. Alla lunga, le falle nel sistema politico porteranno sempre
più alla creazione di uno spazio preponderante per i fondamentalisti”.

In Occidente, molti commentatori tendono
a vedere la marcia dell’Islam politico come il trionfo di un Islamo-fascismo
illiberale e irrazionale.

Eppure, gran parte del successo
degli Islamisti in paesi come il Pakistan, deriva dalla loro capacità di presentarsi
come i paladini della giustizia sociale, che combattono persone come Benazir
Bhutto appartenenti all’elite islamica che domina la maggior parte del mondo
musulmano da Karachi a Beirut, da Ramallah al Cairo.

Questa elite viene facilmente
dipinta come ricca, corrotta e decadente…occidentalizzata. Benazir ha una
notevole cattiva fama in fatto di corruzione. Durante il suo governo le
organizzazioni internazionali di monitoraggio della corruzione nominarono il
Pakistan tra i tre stati più corrotti al mondo. La Bhutto e suo marito Asif
Zardari, meglio conosciuto come “Mr 10%”, dovettero affrontare accuse di aver
saccheggiato il paese. Le prove furono raccolte sui loro conti correnti in
Pakistan, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti.

Quando intervistai Abdul Rashid
Ghazi nella Moschea Rossa di Islamabad poco prima che venisse ucciso nell’assalto al complesso
in luglio, egli continuava a battere sul tasto della giustizia sociale: “Noi
vogliamo che i nostri governanti siano gente onesta” continuava a ripetere. “Ma
in questi giorni i nostri governanti vivono nel lusso mentre migliaia di
bambini innocenti hanno lo stomaco vuoto e non possono vedere esauditi nemmeno i
loro bisogni più elementari”. E’ questa la ragione del successo degli islamisti
in Pakistan e il motivo per cui tanta gente li supporta: sono l’unica forza in
grado di affrontare i latifondisti e i loro cugini militari.

E’ questa la ragione per cui in
tutte le recenti elezioni gli islamisti hanno visto incrementare i propri voti,
il motivo per cui già controllano sia le province della frontiera
nord-occidentale che il Baluchistan, ecco perché sono loro quelli che hanno più
da guadagnare dalla crisi attuale.

Benazir Bhutto è stata una donna
coraggiosa, laica e liberale. Ma tristemente la dipartita di questa coraggiosa combattente non può nasconderci il
fatto che come feudataria filo-occidentale ella fece pochissimo per i poveri, e
che ha incarnato in sè sia le soluzioni che i problemi del Pakistan.

William Dalrymple
Sunday December 30, 2007
The Observer