La leva fiscale

Ecco come funziona la Flat tax su reddito incrementale

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Il dibattito sulla flat tax suscita da sempre molte reazioni, sia in politica che in dottrina. La proposta di un’imposta ad aliquota unica non è del resto una novità, risalendo ad un economista americano, Alvin Rabushka, facente parte della scuola di pensiero economica supply-side economics, che tanto ha influenzato la politica economica reaganiana. Secondo tale teoria, un’imposta sul reddito ad aliquota unica sarebbe un utile strumento per alleggerire e semplificare la tassazione, anche in vista di una graduale riduzione del peso dello Stato nell’economia. Secondo il modello teorico della “curva di Laffer”, infatti, una riduzione delle aliquote d’imposta può produrre un aumento dell’attività economica e quindi delle entrate fiscali. Certo, all’adozione della flat tax dovrebbe seguire un’effettiva ed efficace semplificazione normativa ed un notevole rafforzamento del sistema di controllo, facendo, in pratica, pagare davvero a tutti tutto il dovuto. Il problema, al di là della questione della progressività (questione in realtà oggi ridotta, essendo già molti tipi di redditi sottoposti ad aliquote fisse), è, semmai, quello della copertura finanziaria. Per avere però il quadro chiaro, occorre guardare ai numeri effettivamente “dichiarati” dai contribuenti. Oggi le aliquote fiscali sono cinque:

– 23% fino a 15.000 Euro;

– 27% tra 15.000 e 28.000 Euro (a partire dal secondo scaglione si applica l’aliquota successiva solo per la parte eccedente di reddito);

– 38% tra i 28.000 e i 55.000 Euro;

– 41% tra i 55.000 e i 75.000 Euro;

– 43% oltre i 75.000 Euro.

La media del dichiarato in Italia è dunque di circa 20.000 Euro. E stiamo parlando di lordo. Se dunque è vero che il 45% dei contribuenti italiani dichiara meno di 15.000 Euro (pagando solo il 4,5% dell’Irpef totale, con aliquota al 23%, laddove, tra questi, circa il 30% dichiara anche meno di 10.000 euro annui, risultando quindi incapiente e non pagando imposte sul reddito), l’applicazione di una flat tax, per esempio, al 23% riguarderebbe, in fondo, una platea numericamente non estesa (e comunque solo per la parte eccedente i 15.000 Euro) e cioè il rimanente 55% dei contribuenti. Il problema (o il vantaggio, a seconda dei punti di vista) è che quel 55%, in termini di gettito erariale, vale il 95% dell’Irpef e dunque intervenire sulle aliquote pesa.

Non c’è bisogno però di grande spirito intuitivo per rendersi conto che questi numeri non sono veritieri. E dunque, quando si parla di flat tax come regalo ai “ricchi”, si fa un’affermazione che non coglie il vero problema, che è quello che, considerata l’enorme evasione fiscale che affligge il nostro Paese, i veri ricchi non sono certo quelli che oggi dichiarano redditi sopra i 28.000 Euro, con aliquote, oggettivamente molto alte, tra il 38% e il 43%. Ed è un dato di fatto che quelli che sono considerati ricchi in base all’attuale dichiarato (se ricco si può considerare chi dichiara più di 28.000 Euro, lordi, all’anno e che risulta dunque soggetto, già a partire da questa cifra, ad aliquota del 38%, peraltro poco distante dal 43% di chi, magari, di Euro ne guadagna 280.000) pagano un carico fiscale molto alto proprio per compensare le mancate entrate di chi non dichiara. Non è credibile infatti che la metà della popolazione italiana percepisca un reddito mensile sui 1.000 Euro (lordi) e che il dieci per cento più ricco della popolazione sia costituito da italiani che dichiarano circa 3000 Euro (lordi) al mese.

Una delle motivazioni sottese alla flat tax è del resto proprio la consapevolezza dell’evasione endemica del nostro Paese, per cui si ritiene che, applicando un’aliquota più bassa, quella gran parte di contribuenti che oggi dichiara cifre irrisorie sarebbe incentivata ad “emergere”. Quando si parla di equilibri finanziari è però vero che puntare sulla “scommessa” di quello che potrà succedere è sempre piuttosto pericoloso. E allora la flat tax potrebbe essere vista come un’opportunità di contrasto all’evasione, da applicarsi (a quel punto anche con aliquota al 15%, essendo comunque nuove risorse) solo su quella parte di extra redditi che gli italiani, vista la nuova, più ragionevole, tassazione, si convincessero a dichiarare. L’idea potrebbe, in effetti, funzionare come efficace (e concreto) mezzo di recupero evasione, soprattutto se unito a più efficaci metodologie di contrasto all’evasione fiscale, che appunto “consiglino” l’emersione. Una volta usciti allo scoperto, peraltro, potendosi contare su una concreta base imponibile di riferimento, potrebbe, allora sì, essere possibile applicare la nuova aliquota su tutto il reddito, finanziando le minori entrate con le maggiori risorse provenienti dall’allargamento della base imponibile. Insomma, un percorso almeno da tentare.

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