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Pòlemos

Ecco cosa ci insegna questa Pasqua particolare

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Questa Pasqua rimarrà per tante ragioni unica: niente festeggiamenti, processioni e riti che da secoli accompagnano la nostra vita; è un fatto che va oltre la fede e che accompagna le nostre tradizioni e scandisce la nostra vita. Piccoli momenti di un tempo, quasi mitico oramai, in cui erano le campane, le lodi e i vespri a scandire l’orologio quotidiano della vita della maggior parte degli individui. Eppure, eccoci qua impotenti davanti alla vita, e privati anche di quei piccoli momenti di serenità, di trasporto spirituale, di quel bisogno di trascendenza che è connaturato nell’uomo. 

La Settimana Santa è il momento culminante nella vita di un cristiano, perché è chiamato ad affrontare tre giorni intensi, ricolmi di pathos; il giorno della tristezza e della sofferenza il venerdì, della riflessione e della nostalgia il sabato e quello della gioia la domenica. Si tratta di tre stadi nel cammino di ogni uomo, innalzati alla massima potenza nel grande mistero della morte e resurrezione del Signore.

Tutto sembra fermarsi per assaporare ogni istante, cogliere tutte le sensazioni che trasudano le incertezze dell’umanità. Siamo tutti chiamati a compiere il passo più imponente, quello del credere oltre il limite umano, tendendo la nostra umanità sulle ali di qualcosa che non è conoscibile, definibile, postulabile, ma che è ed in quanto atto dello spirito umano, si pone in una prospettiva di tensione verso l’essere che sta nelle cose. 

Quest’anno non ci saranno immagini, né liturgie né coinvolgimento popolare, tutta l’esteriorità viene meno, rimane solo l’interiorità, l’intenso dialogo tra il singolo e Dio, un momento solenne in cui ci si trova proiettati in una dimensione propria e tutta da scoprire. Molto c’è da riflettere su noi stessi, sulla nostra società, e su come diamo seguito alla nostra esistenza in una concezione della vita che sembra giorno dopo giorno perdere ogni prospettiva di “umanità” in favore di una tecnicizzazione che lascia poco spazio all’io e al singolo.  Per questo è necessario godere pienamente di questi momenti, calarsi dentro quella tensione unica, quelle vibrazioni e quella solennità fuori dagli schemi, e in totale opposizione ad una società scientista, fredda e disumana. La Settima Santa è un inno alla vita, in cui la morte – che è parte della vita, anche se tentiamo di ignorala timorosi –  adornata dalla sofferenza e dal dolore, viene sconfitta dal figlio dell’Uomo che con tanta solennità affermò “Io sono la via, la verità e la vita”: quale momento è più adatto di questo, in cui siamo circondati dalla morte, in cui ogni giorno siamo sopraffatti da immagini di morte, ed in cui il bisogno, la necessità di andare oltre  e di guardare con gioia alla vita, non una vita frivola, ma autentica, vibrante di quella umanità di cui si percepisce un evidente nostalgia. 

Ma non è forse un paradosso che l’epoca in cui l’uomo credette di raggiungere la sua onnipotenza, coincide con la stagione più anti-umana della storia? Il paradosso sta in fondo in quella perdita di spiritualità e di amore per la vita, proprio del messaggio Cristiano. Il futuro è incerto, il presente oscuro, tutto ciò che si può e si deve fare e ricercare la forza in se stessi, nella propria umanità, che deve innalzarsi attraverso un messaggio di amore, che è il tema di sottofondo a questi giorni unici. Tutto il mondo vive il suo calvario, e forse solo oggi ci rendiamo conto di quanto pesasse quella croce, della sofferenza provocata dalla lacerazione della carne, e il dolore di Maria si innalza, come dolore dell’umanità. 

L’umanità ha paura, perché ha smarrito la via, ma la verità è in noi, non rifuggiamola ma accettiamo il confronto e riscopriamoci tutti più umani. 

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