Un tassello importante nella storia italiana

Ecco il “Dizionario del liberalismo italiano” che mancava e adesso c’è

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Esiste un radicato pregiudizio secondo cui l’Italia sarebbe priva di una tradizione liberale. Una idea siffatta si basa su di un equivoco. Quello, cioè, di ritenere che il liberalismo non sia una corrente di pensiero policentrica, con diverse sfumature e correnti, ma vada riportato a una matrice univoca (per esempio l’empirismo anglosassone, oppure la cosiddetta scuola austriaca, etc.). In questo modo però si rischia di lasciare fuori dal perimetro del liberalismo autori che rappresentano a pieno titolo quella tradizione di pensiero (Humboldt, Tocqueville, Guizot, tanto per fare qualche esempio). Quando si parla di liberalismo, insomma, non si può fare a meno di considerare quelle che possiamo chiamare le sue origini poligenetiche e la sua ampia diramazione e stratificazione nei diversi contesti culturali e nazionali. Anche un'altra osservazione, di solito connessa a quella precedente, secondo cui in Italia il liberalismo sarebbe una pianta d’importazione che male si è acclimatata, non appare fondata. E questo per due ragioni. In primo luogo vale la pena di ricordare che in centocinquanta anni di vita lo stato italiano ha conosciuto centrotrenta anni di libertà, un retroterra storico che comincia a essere, in assoluto, ragguardevole. In secondo luogo, è bene tenere presente che il Risorgimento italiano si è sempre caratterizzato per un profilo che era al tempo stesso nazionale e liberale. Un profilo in cui la rivendicazione indipendentista si accoppiava costantemente alla richiesta di istituti rappresentativi e di carte costituzionali. E anche per la fase successiva (dall’unificazione fino all’avvento del fascismo), si parla comunemente di sessantennio liberale. Una denominazione che conferma come la prassi liberale fosse il dato caratterizzante (pur fatti salvi gli innegabili limiti nel costume civile messi in luce da tanta storiografia) della vita pubblica della giovane nazione.

A riprova che una tradizione liberale italiana esiste arriva ora il primo tomo di un corposo Dizionario del liberalismo italiano (Soveria Mannelli, Rubbettino, pp. 1063, € 45,00) promosso dall’Istituto storico per il pensiero liberale. L’opera è prevista in tre volumi. Questo primo tomo si compone di voci concettuali o riepilogative che affrontano argomenti storici generali, gli altri due saranno interamente dedicati a voci biografiche, che andranno a comporre una prosopografia dell’élite liberale italiana.
Per avere un’idea dell’ampiezza dell’orizzonte tematico delibato in questo volume iniziale saranno sufficienti alcuni esempi. Al costituzionalismo, cioè alla tecniche  con cui si delimita l’ambito dei poteri e si garantiscono i diritti individuali, sono dedicate tre voci. Una di carattere generale e due rivolte rispettivamente ai moti del 1820-21 e al 1848. C’è poi un altro lemma dedicato specificamente al termine Costituzione, cui fa da pendant il lemma sullo Statuto albertino. Analogamente, per i partiti politici oltre a una voce di carattere generale su Partito e sistemi di partito, abbiamo un lemma ciascuno per l’amendoliana Unione nazionale delle forze liberali e democratiche e per il Partito democratico del lavoro (attivo fra il 1943 ed il 1948), quattro lemmi per il Partito liberale in varie epoche (dalla fondazione allo scioglimento) e due lemmi per il Partito radicale (età giolittiana e dopoguerra). Lo spettro analitico resta assai ampio anche se abbandoniamo l’ambito della storia politica in senso proprio e abbordiamo altre tematiche. Non mancano, ad esempio, voci teoriche come Eguaglianza, Filosofia politica, Ideologia, Sovranità. Il Dizionario risulta egualmente munito anche sul versante finanziario, dove abbiamo due voci per Bilancio pubblico e una per Corte dei conti; o su quello delle istituzioni politiche, dove si possono enumerare due voci per la Camera dei deputati, una per il Senato e una per le forme di governo. Concepito e realizzato con criteri assai larghi, l’opera si apprezza per il tono generale che la informa. Anche voci su argomenti controversi come, ad esempio, quelle dedicate a Fascismo o a Partitocrazia risultano assai sobrie, offrendo una sintesi equilibrata delle acquisizioni storiografiche più recenti.

Il termine a quo indicato dai curatori è quello del 1815, ma in parecchi casi la trattazione parte da epoche più risalenti. Anche la limitazione relativa all’aggettivo "italiano" viene seguita con un granello di sale, talché i riferimenti a situazioni, concetti, istituti messi a punto all’estero risultano numerosi. In sostanza se nell’introduzione si parla di un work in progress, per il quale si prevedono aggiornamenti da collocare in  una futura versione on line, dobbiamo dire che, dopo aver attentamente esaminato il volume, questa messa in guardia è nulla più di una preterizione di rito. Nel complesso, infatti, il Dizionario si presenta già oggi come un’opera di riferimento che non potrà che risultare utilissima allo studioso come al lettore comune.


 

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