Tasse e evasione

Ecco il potere del Cashless

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Secondo quanto risulta dalla quarta edizione del report «Cashless Revolution: a che punto siamo e cosa resta da fare per l’Italia», elaborato da The European House – Ambrosetti e dalla Community Cashless Society, se in Italia aumentassero i pagamenti digitali e diminuissero le transazioni regolate in contanti si ridurrebbe l’incidenza dell’economia sommersa e dell’Iva evasa rispetto al Pil, fino a toccare valori, rispettivamente, compresi tra l’11,8% e l’8,8% e l’1,6% e lo 0,4%. Grazie a tali riduzioni, si potrebbero recuperare tra un minimo di 11,3 miliardi di euro e un massimo di 63,5 miliardi di euro di economia sommersa e tra 6 miliardi di euro e 28 miliardi di euro di Iva evasa. Somme che, anche in vista del reperimento di risorse finanziarie, proprio per svincolare le famigerate clausole di salvaguardia Iva, sarebbero manna dal cielo.

Il report «Cashless Revolution evidenzia peraltro come l’economia «non osservata» ammonti a circa 212 miliardi di euro, pari a oltre il 12% del prodotto interno lordo nazionale: 192 miliardi di euro sono generati dall’economia sommersa, mentre la rimanente parte riguarda le attività illegali. Il rapporto, per valutare il contributo della diffusione dei pagamenti cashless alla riduzione dell’economia sommersa e del gap riguardante l’Iva, prospetta tre possibili scenari sino al 2025. Lo scenario base poggia sull’ipotesi che la curva di accelerazione dei pagamenti elettronici in Italia sia analoga a quella osservata negli ultimi anni. Il secondo scenario, quello intermedio, si basa invece sull’ipotesi che nei prossimi anni verranno implementate maggiori policy a favore della Cashless Society e che l’ecosistema circostante sia caratterizzato da un’evoluzione tecnologica tale da spingere i cittadini a utilizzare maggiormente i pagamenti elettronici. In tale contesto, l’Italia potrebbe allinearsi ai valori attuali dei pagamenti cashless dell’Unione europea.

Infine, lo scenario accelerato considera un elevato livello di penetrazione nel medio-lungo periodo dei pagamenti elettronici che prevede una curva di accelerazione basata sull’allineamento dei valori dei pagamenti elettronici all’attuale valore del best performer in Europa per numero di transazioni pro-capite, ossia la Danimarca. L’Italia è del resto, oggi, tra le 35 peggiori economie al mondo per incidenza del contante sul valore del Pil e lo studio rileva che più dell’80% dell’economia non osservata deriva da sotto dichiarazione (45,5%) e da lavoro irregolare (37,2%), con oltre 3,7 milioni di unità di lavoro irregolare, pari al 15,6% del totale delle unità lavoro. Il report evidenzia, inoltre, che, in termini di «Vat gap», ossia la differenza tra l’ammontare delle entrate Iva effettivamente riscosse e le entrate teoriche che si potrebbero riscuotere sulla base dei risultati economici, l’Italia, con un ammontare di 35,9 miliardi di euro, pari al 25,9% del totale Iva riscuotibile e al 2% del Pil nazionale, guida la classifica dei 28 Paesi dell’Ue (basti pensare che l’intero Vat gap europeo ammonta a 147,1 miliardi di euro, di cui circa un quarto generato dall’Italia). In conclusione, come suggerisce anche il citato report, per contrastare il sommerso (pericolo doppiamente dannoso in caso di indebita spettanza del reddito di cittadinanza) sarebbe opportuno incentivare l’utilizzo degli strumenti di pagamento cashless, attraversi, per esempio:

1) meccanismi che disincentivino comportamenti cash-based, a partire dall’attuazione del regime sanzionatorio per esercenti e professionisti che non accettano i pagamenti con Pos

2) l’istituzione di un meccanismo cashless per la riscossione degli assegni sociali e degli assegni pensionistici

3) la riduzione della soglia all’utilizzo del contante, riportandola ai livelli pre-2016, quando era pari a mille euro, o inferiori, prevedendo un meccanismo di controllo per sanzionare coloro che non rispettino la norma.

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