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Europa in crisi

Ecco la Global Britain dei Tories, mentre le trattative con l’UE ristagnano

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In piena emergenza coronavirus il Regno Unito sta cercando di darsi una nuova politica commerciale che sostenga il suo riposizionamento in politica estera e il nuovo corso del partito Conservatore in politica interna. Gli uomini – e le donne – chiave che stanno portando avanti le trattative commerciali della nuova Global Britain sono naturalmente il Primo Ministro Boris Johnson, che ha puntato tutta la sua leadership sulla Brexit; il ministro per il Commercio, Liz Truss; il delegato alla trattativa con Bruxelles per il Free Trade Agreement (FTA) e ora neo-National Security Advisor, David Frost, e il ministro per il Gabinetto e coordinatore di tutte le operazioni relative alla Brexit, Michael Gove, da molti definito “l’uomo più importante dell’attuale Cabinet conservatore”.

Il fronte più caldo è naturalmente quello relativo alle negoziazioni con l’Unione Europea circa i prossimi accordi commerciali che dovrebbero entrare in vigore dal 1. Gennaio 2021, qualora le due parti intendano proseguire le trattative. Sia da parte della coppia Gove-Frost, che da parte del delegato alla trattativa della Commissione, Michel Barnier, sono partiti siluri e ultimatum e non manca molto affinché si arrivi a una decisione in un senso o nell’altro. Bruxelles vorrebbe che Londra si conformasse alle sue direttive e ai suoi regolamenti per evitare di competere con un Regno Unito che cercherebbe di attrarre merci e capitali in stile-Singapore; dalle parti di Downing Street hanno più volte ribadito che la repatriation of powers non è avvenuta per seguire fedelmente le politiche commerciali dei 27; Barnier deve contemperare le esigenze della Francia sulla CFP – Common Fisheries Policy – e quelle mercantiliste della Germania, preoccupata per le eventuali ripercussioni sulla sua industria (automobilistica ma non solo) di un no deal. Altro problema di non poco conto per Bruxelles è quello dell’accesso alla City, cioè il mercato finanziario e di servizi finanziari più evoluto del mondo. Il rischio che l’accordo salti e si passi al regime della World Trade Organisation (WTO) è alto. Proprio questa settimana peraltro Johnson ha proposto il brexiteer Liam Fox come nuovo Presidente dell’Organizzazione. Il tentativo di portare l’ex ministro del Commercio al vertice del WTO è da leggere come un atto di consapevolezza da parte della leadership Tory del ruolo sempre centrale che può avere l’Organizzazione nella geopolitica commerciale internazionale in un’epoca in cui le catene del valore globale si stanno accorciando e gli Stati si fanno sempre più assertivi per proteggere le loro merci e la loro economia.

Parallelamente Liz Truss sta portando avanti le trattative per gli accordi di libero scambio con le potenze del cosiddetto Canzuk: Canada, Australia e Nuova Zelanda, già partner strategici del Regno Unito nei Five Eyes della Nato e in diverse organizzazioni a carattere anglosferico e sovranazionale. Anche con il Giappone e soprattutto gli Stati Uniti sono stati fatti passi avanti decisivi in tal senso. Nelle parole pronunciate dall’Ambasciatrice del Regno Unito in Italia, Jill Morris, nel forum di Diplomatia “il Regno Unito continuerà a restare in Europa anche uscendo dall’Unione Europea ma svilupperà una strategia di Global Britain in linea con il suo passato storico e la sua posizione all’interno degli English Speaking Peoples”. Il documento del Department of Trade britannico che delinea il rapporto commerciale tra UK e Usa in futuro contiene infatti un approccio marcatamente ideologico pro-democrazia rappresentativa, pro-commercio e favorevole al rafforzamento dell’Alleanza Atlantica e del rapporto tra Londra e Washington.

Un accordo bilaterale per l’accesso reciproco ai rispettivi servizi finanziari è stato annunciato dalla stella nascente in casa Tory, il Cancelliere Rishi Sunak, con la Confederazione Elvetica. Come ha scritto l’autore di “L’altra Brexit”, l’Avvocato Bepi Pezzulli, nella sua rubrica su Milano Finanza, “le grandi banche di sistema svizzere, Ubs e Crédit Suisse mantengono importanti operazioni di investment banking, trading e portfolio nella City, da cui importano la metà dei loro servizi finanziari”.

La Global Britain dei Brexiteers è dunque tutt’altro che isolazionistica ed è il frutto di due processi, uno ascendente e l’altro discendente. L’uscita dall’UE è infatti un progetto ben preciso di alcune élite politiche ed economiche inglesi più che britanniche per riportare al centro dello United Kingdom la nazione inglese dopo gli anni della devolutione assimetrica ottenuta da Nord Irlanda, Galles e soprattutto Scozia. Spetterà a Johnson cercare di mantenere compatto un paese nel quale stanno tornando a soffiare i venti del nazionalismo scozzese (l’anno prossimo ci sono le elezioni a Edimburgo) e la delusione dei monarchici nordirlandesi per essere stati considerati – a loro avviso – un’appendice del Regno nelle trattative con Bruxelles. L’altro processo (bottom-up) si è estrinsecato con il voto del 23 giugno 2016 che ha visto il Leave prevalere in tutta l’Inghilterra a eccezione dei grandi centri urbani globalizzati, come atto di revanscismo dei Forgotten Ones (definizione di Nigel Farage) degli ultimi due decenni. La Global Britain di Johnson avrà successo se riuscirà a ricompattare il paese riuscendo a ridurre il chasm che si è creato tra la classe dirigente politica e gli elettori, creando nuove opportunità per chi, da tempo, non ne ha mai avute.

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