Ecco la verità, tutta la verità sul neoconservatorismo americano

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Ecco la verità, tutta la verità sul neoconservatorismo americano

Ecco la verità, tutta la verità sul neoconservatorismo americano

03 Dicembre 2010

Fino a che George W. Bush jr. sedeva solidamente (nonostante tutto) alla Casa Bianca non vi era giorno privo di un contributo nuovo allo “stupidario” sui neocon. La “stanza dei bottoni”, il ”centro del potere”, il complotto “giudeo-demo-pluto-Pippo-&-Paperino”… Arrivato Barack Hussein Obama, tutto è svanito come neve al sole. La cabala ordita per sottomettere il mondo non c’è più, nessuno ne parla, e pure il “famigerato” Project for a New American Century ha da tempo chiuso i battenti. La verità vera, infatti, è che i neoconservatori non sono e non sono mai stati quel che li hanno dipinti i loro critici (sempre feroci) sia di sinistra sia di destra. Il momento è allora propizio per guardare dentro la loro realtà politico-culturale con più freddezza, quella che non stona mai addosso a chi ritiene la serietà non un optional.

Da poco è disponibile all’uopo uno strumento, Neoconservatism: An Obituary for an Idea (Paradigm, Boulder [Colorado]). A parte il titolo ridicolo (e la copertina altrettanto), si tratta di un grande sforzo ermeneutico. Lo profondono C. Bradley Thompson, della Clemson University nel South Carolina, e Yaron Brook; il primo è più o meno un “fuoriuscito” dal neoconservatorismo, il secondo è il presidente e direttore esecutivo dell’Ayn Rand Institute d’Irvine, in California. La loro opera è una gran cosa anzitutto poiché fa di tutto per condensare, in quelle che tutto sommato non sono nemmeno moltissime pagine, una galassia di pensiero e di figure enorme, e per (auto)definizione sfuggente (come ripetono, quasi sin troppo spesso, gli autori). Poi giacché cerca di snocciolare per benino una problematica assai rilevante, con la pretesa di bollarla come perniciosissima, persino antiamericana. Nell’intento il libro non riesce, ma fornisce al lettore una messe smisurata di spunti e materiali, utilissimi anche a chi sull’intera questione coltiva prospettive diverse, addirittura opposte. Anche di un libro pervicacemente ostile, cioè, si può fare uso ottimo, a patto che sia scritto, come lo è quello di Thompson e Brook, con serietà estrema.

Del resto, alla loro pretesa ha già risposto bene, e d’anticipo, l’intelligente libro pubblicato nel 2006 dal britannico Douglas Murray, Neoconservatism: Why We Need It, pubblicato a New York dall’editore Encounter, ovvero una delle case editrici portanti del mondo neocon, fondata nel 1997 da Peter Collier, che la diresse fino al 2005, è oggi guidata da Roger Kimball, coeditore e codirettore  con Hilton Kramer, nella Grande Mela, del raffinato periodico neoconservatore The New Criterion. Nemmeno del buon libro di Douglas è peraltro necessario accettare tutte le affermazioni e le conclusioni. Del resto, l’amico Douglas Kear Murray, dal 2007 direttore del Centre for Social Cohesion a Londra, è un uomo dalle molte particolarità. Oltre a non vergognarsi, bravo (lo dice con sincerità un non-neocon qual è l’estensore di queste poche note), di definirsi neocon, non si vergogna nemmeno di definirsi sionista. Ama la polemica aperta, anzitutto perché la sa gestire con grande signorilità, e sullo jihadismo ha idee più che chiare. Infine è uno di coloro che ritiene l’elemento religioso non indispensabile a una filosofia conservatrice.

Ora, la questione, che dalle nostre parti viene per lo più vissuta al massimo come una nota a piè pagina, è, nel mondo anglofono, specialmente in quello statunitense, di grande momento, e non da ora. Appassiona i commentatori da un cinquantennio abbondante, anima i dibattiti, riempie le pagine. Di regola, negli Stati Uniti, la conclusione è l’opposto di quella a cui perviene Murray, cioè che è vero il contrario, che la religione è un elemento fondamentale (cioè fondante) della visione del mondo conservatrice, anzi che il cristianesimo è parte strutturale del pensiero occidentale non progressista e antiprogressista. Con eccezioni, ovvio, ma a cui comunque Murray non appartinee. Lui infatti non è americano (anche se lavoro a gomito con gli americani), ma britannico. In Albione, infatti, è più frequente imbattersi in posizioni come le sue; a quelle latitudine esiste più spazio per un conservatorismo diverso, non religioso, a tratti persino razionalista. Quel che negli Stati Uniti è mediamente inaccettabile, trova invece in Gran Bretagna terreno più fertile. Per questo capita che un Christopher Hitchens abbia a che spartire, nonostante le sue posizioni in tema di religione, con il conservatorismo, per esempio quanto a difesa dell’Occidente e lotta al terrorismo internazionale. Per questo capita che uno dei pilastri del conservatorismo filosofico inglese sia un Antony Flew (1923-2010), peraltro in fine di vita conquistato dall’idea di Dio (si veda il suo Dio esiste. Come l’ateo più famoso del mondo ha cambiato idea, edito dai miei amici protestanti di Alfa & Omega, casa editrice di Caltanissetta).

Ex anglicano praticante, Murray è rimasto sconcertato, dice, dalla lettura del Corano, da cui ha tratto conclusioni generali – indebite – sulla religione in quanto tale. Conclusioni poco distanti, per capirci, da quelle generalizzazioni che non fanno onore ma tanti soldi sì al citato Hitchens o a un Richard Dawkins. Dalla propria, però, Murray ha un savoir-faire che personaggi come gli ultimi citati nemmeno sanno dove stia di casa, e una intelligenza raffinata, oltre a una cultura profonda. Difficile, insomma, restare insensibili al suo fascino intellettuale. Non mi ha del resto mai abbandonato l’idea di cavare da tutto questo un libro-intervista con lui, sviscerando il come, il dove e il quando sia, per lui, possibile un conservatorismo autentico e profondo senza religione. Un libro, cioè, che dia modo a lui di spiegarsi, cioè anche di spiegare a se stesso se il costrutto tiene davvero.

In attesa di tempi migliori per quel progetto, Murray resta la persona più indicata per recensire un libro nuovo di zecca, Normand Podhoretz: A Biography (Cambridge University Press, New York 2010) di Thomas L. Jeffers. E questo Murray ha fatto, con il titolo Norman’s Conquest, sull’edizione del 22 novembre del settimanale di punta del neoconservatorismo, The Weekly Standard, diretto a Washington da William Kristol, figlio d’arte poiché rampollo d’Irving Kristol (1920-2009), uno dei due padrini riconosciuti del movimento neocon. L’altro, appunto, è il biografato Podhoretz, ex sinistro pentito, direttore per 40 anni del mensile Commentary, edito dall’American Jewish Committee, responsabile della conversione a destra di una buona parte dell’intellettualità ebraica americana, autore di libri imprescindibili.

Murray recensisce sublimemente quella biografia perché definisce quella di Jeffers l’opera di un grande ammiratore di Podhortez e, sulle pagine di nientepopodimeno che appunto The Weekly Standard, stigmatizza la cosa. Per Murray, Podhortez è un modello e un eroe americano, ma dice che per farne rilucere la gloria non serve affatto fare i lacchè e infarcire un libro di frasi surreali o scene pirotecniche al limite del risibile. Bravo Douglas, una grande lezione.

Ora ripercorrete questo articolo, rimettete assieme tutti i nomi e le qualifiche e le tematiche citate, e mettetevi il cuore in pace. Il complotto neocon esiste ed è questo qua: la passione per la verità. Detto da un non-neocon già arcinemico dei neocon ma poi pure lui “assalito dalla realtà” non è poco, sincerely speaking.

PS Ma allora, a conti fatti, esiste davvero il neoconservatorismo? Esiste oggi come fenomeno distinto dalla cultura conservatrice tout court degli Stati Uniti? Siamo sicuri che il popolo americano di destra stia lì a far questioni di lana caprina fra scuole di pensiero note spesso solo ai tassonomi specialistici, e invece non si nutra, con appetito ottimo, di tutto ciò che di buono riverbera al suo buon senso occidentale, spesso senza badare a chi l’ha scritto, oppure badandoci dopo, una volta letto ciò che di sensato è stato scritto? A girare per siti, riviste e fondazioni americane, a guardare nei banchi della buona stampa diffusa da costoro e acquistata da un pubblico enorme, a girar per “Tea Party” e dintorni, sembra proprio così…

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute [www.columbiainstitute.it] e direttore del Centro Studi Russell Kirk [www.russellkirk.eu]