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Ecco le incongruenze del Ddl Gentiloni

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Il Disegno di legge Gentiloni è ricco di incongruenze: questa la conclusione a cui sono giunti i partecipanti al seminario organizzato dalla Fondazione Magna Carta per discutere della incostituzionalità del provvedimento. Gli autori del paper commissionato dal think tank romano hanno analizzato il testo da varie prospettive e mosso critiche con un’ampia gamma di osservazioni, che vanno dal contrasto con la normativa europea antitrust, alla lesione dei principi fondamentali della Costituzione, passando per l’inadeguatezza delle scelte nella regolamentazione degli investimenti.

Proprio quest’ultima tematica merita un piccolo approfondimento. In particolare, l’attuazione della normativa contenuta nel disegno di legge procurerebbe infatti ai più importanti operatori del settore una riduzione del 15 per cento del fatturato, lo spostamento di una rete analogica sul satellite, e una soglia di utilizzo del canale digitale non oltre il 20 per cento delle frequenze a disposizione. E fin qui niente di strano, se non fosse per il fatto che la tecnologia si sta inesorabilmente dirigendo verso il digitale, tant’è che lo stesso decreto ne prevede lo spostamento entro il 2012. Allora, porre una barriera di utilizzo ad un settore nel quale si chiede di investire, sia per esigenze di mercato, che per direttive governative, diviene penalizzante per i grandi investitori, che devono fare i conti anche con quelle piccole realtà imprenditoriali che possono non investire capitali perché tutelate dalle norme antidiscriminazione. Non solo, questa barriera viola l’art. 3 della Costituzione, senza contare che lascerebbe campo ancor più libero al monopolio di fatto del pay per view.

I dati fin qui rilevati denotano una evidente discriminazione nei confronti di quelle emittenti le cui entrate sono rappresentate solo dai proventi pubblicitari, e non da proventi pubblicitari misti ai canoni Tv. Infatti, quel 15 per cento di abbassamento del fatturato deriva dalla soglia del 45 per cento posta come tetto ai ricavi pubblicitari, una soglia che peraltro non avrebbe nessuna influenza positiva sulla spesa dei consumatori. Ora, tutte queste cifre possono sembrare tediose, però sono importanti per evidenziare i criteri superati e controversi con cui si vorrebbe regolamentare un settore in continua evoluzione, e che necessita di strumenti di gestione moderni.

Un altro aspetto enigmatico della soglia del 45 per cento è dato dal fatto che è stata introdotta per garantire il pluralismo dell’informazione. Ma in realtà ottiene l’effetto contrario, ledendo la possibilità di finanziamento delle aziende e contravvenendo così agli articoli 21 e 41 Costituzione. Per ottenere una maggiore garanzia del pluralismo sarebbe più auspicabile servirsi di strumenti ad hoc, senza intaccare i bilanci aziendali o pescare qua e là norme attinenti più alla concorrenza vera e propria che a questo contesto.

Sebbene i tempi per il confronto e il dibattito siano ancora abbondanti, dopo quanto appena rilevato – e soprattutto dopo quanto emerso dalla tavola rotonda di Magna Carta – c’è ancora da lavorare per perfezionare questo provvedimento, che, per dirla con Beniamino Carovita, “è un errore di grammatica” più che un Disegno di Legge.

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