Ecco Maxxi, il museo di Roma nato tra mille entusiasmi e troppe perplessità

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Ecco Maxxi, il museo di Roma nato tra mille entusiasmi e troppe perplessità

22 Novembre 2009

La prima settimana di notorietà del Maxxi, il nuovo museo d’arte contemporanea di Roma firmato dall’archistar anglo-irachena Zaha Hadid, è ormai alle spalle. Nonostante l’apertura vera e propria avverrà la prossima primavera – con le mostre inaugurali, durante le quali la struttura svolgerà la sua autentica funzione – si può dire che questa preview sia stata un grande successo, di pubblico e di critica. Noi ci siamo stati e confessiamo di non aver superato alcune perplessità, alcune di fondo e altre di merito, nonostante il clima circostante inducesse decisamente all’entusiasmo.

Prima di tutto la struttura è architettonicamente contraddittoria. È, cioè, interessante e innovativa a livello progettuale, ma manca di vari requisiti essenziali. Andiamo con ordine. Innanzitutto la rivendicata capacità di integrarsi con l’ambiente preesistente pare quantomeno opinabile. Se da un parte è apprezzabile la volontà di far sopravvivere una parte della facciata della caserma demolita, dall’altra non sembra che le linee dell’edificio si sposino con il contiguo paesaggio urbano. Pare, invece, che lo incrocino per antinomia. C’è chi dice: è proprio quello il bello. Sarà, ma continuiamo a credere che il difficile per un architetto sia integrarsi veramente nel tessuto preesistente, non distaccarsi in modo narcisistico concependo un corpo estraneo. 

L’impressione è che il Maxxi di Zaha Hadid sia fatto apposta, quasi fosse una fotomodella, per esser ritratto con aura ammiccante e suggestiva, tale da ammaliare il visitatore o ancor di più il lettore del magazine à la page. E indubbiamente se ci si isola – sentendosi per un attimo abitanti della Luna e non cittadini di Roma – si subisce il fascino di questa “astronave” e se n’è subito attratti.  Ma varcato l’ingresso su via Guido Reni si è immediatamente colpiti dalla strana atmosfera che caratterizza gli esterni. Provando a sostare in amabili conversari nei pressi dell’entrata, quella sensazione diviene più chiara: dove siamo? Sotto lo svincolo della tangenziale o all’ingresso di un museo?
Crediamo di poter essere facili profeti nel prevedere una revisione prossima ventura: l’incombere minaccioso dell’immane struttura non ispira certo accoglienza, ma al contrario diffidenza e preoccupazione. 

Piccolo inciso prima di entrare nel merito degli interni. Come mai non si è pensato di dotare questo megamuseo di un adeguato parcheggio? Una delle cose più intelligenti dell’Auditorium di Renzo Piano è stata proprio la progettazione dei parcheggi – uno multipiano sotterraneo e l’altro a cielo aperto – che consentono di recarvisi senza l’incubo di dove mettere la macchina. E al Maxxi? Per amor di rima baciata bisogna arrivarci in taxi? Intanto, l’enorme successo di pubblico avuto dalle coreografie di Sasha Waltz  – molto belle e particolarmente adatte al luogo – ha prodotto come effetto collaterale la solita scena romana: una marmellata di macchine nelle strade adiacenti. Limite non da poco per una struttura concepita oggi. Ma forse stiamo sbagliando (lo speriamo vivamente). Nella pancia del bastimento-astronave Maxxi si nascondono centinaia di posti macchina. Se così non fosse saremmo di fronte a un errore non di poco conto.

Entriamo. Gli occhi cercano un riferimento, un centro, ma non c’è. Ed è evidentemente quel che voleva la Hadid. Uno spazio aperto, in fuga continua e dalle prospettive sinuose e ambigue, che conducono verso un affascinante e misterioso percorso. Le vie, i piani, i livelli e le scale si incrociano, queste ultime segnate in modo netto dalla vernice nera di cui son dipinte. Le pareti bianche, immense, ne seguono l’andamento, intervallate dagli elementi portanti di cemento a faccia vista. E qui sorge spontanea una domanda che più d’un visitatore si è posto: come si allestiranno le mostre visto che di pareti dritte ce ne son pochine? Nel Maxxi il limite del Guggenheim newyorchese di Wright sembra sia stato elevato alla seconda. Certo, si dirà prontamente, l’arte non è più quella degli impressionisti, fatta di tele da appendere. E’ anche vero, però quei “poveracci” che ancora continuano a svolgere il loro lavoro su una superficie piana, sono forse artisti di serie B che non devono avere l’onore di esporre nel nuovo museo?

Comunque è presto per esprimere giudizi sulla struttura espositiva e, certamente i 27.000 mq (!) a disposizione, aiuteranno a trovare una soluzione creativa… Eppure non si può evitare di manifestare, sommessamente, pacatamente, direbbe qualcuno, più d’un ragionevole dubbio. Un interrogativo che, almeno per ora, trova risposta nella constatazione che il nuovo Maxxi sia soprattutto la glorificazione di chi l’ha progettato, nella migliore tradizione dell’archistar system. 

Da più parti si è subito fatto notare l’entusiastica accoglienza avuta oltreoceano. Nicolai Ouroussoff, il severissimo critico di architettura del New York Times, ha scritto: «scuote la città come un rombo di tuono, riportandola nel presente. Le sue linee sensuali sembrano catturare le energie della città portandole nel suo ombelico, rendendo timido tutto ciò che si trova attorno… Anche il Bernini, suppongo, ne avrebbe apprezzato le curve».

Onestamente diffidiamo della supposizione, anche perché Bernini, a differenza di Zaha Hadid, aveva ben altri committenti. Quelli di oggi non entrano nel merito del progetto e delle funzioni, cosa più che legittima anzi diremmo doverosa per un amministratore pubblico. Non fissano paletti entro i quali il progettista deve agire. No, oggi si lascia l’architetto completamente libero di esprimere la sua arte. E infatti più d’uno ha commentato: “è di per sé un’opera d’arte”.  Fatte tutte queste considerazioni speriamo comunque che questa nuova struttura possa realmente essere una nuova calamita d’attrazione su Roma. Ma rimaniamo convinti che, se la città non si doterà di infrastrutture d’accoglienza più degne, il risultato seppur positivo sarà di difficile gestione.

E a questo proposito proprio la gestione rimane un punto dolente di tutto il progetto Maxxi. Chi scrive ricorda bene che – quando non si era posata neanche la prima pietra – dovendo rispondere per doveri d’ufficio alle (per fortuna poche) domande su come si intendesse gestire il tutto, ne chiese conto a coloro che dovevano saperne di più. Ebbene, la risposta ricevuta – con  crescente imbarazzo al pensiero di doverlo riferire in tono istituzionale ai colleghi – fu un laconico: “Vabbe’ intanto pensiamo a farlo, poi si vedrà”.

Ora il ministro Bondi ha promesso una dotazione una tantum di quattro milioni di euro. È una buona dotazione, ma rimane il fatto che una struttura così ambiziosa e evidentemente onerosa, non può certo vivere di finanziamenti ipotetici, ritagliati di volta in volta nel bilancio dalla buona volontà del ministro pro tempore. Deve, dovrà, dotarsi di un business plan all’altezza della sua prestigiosa funzione.  Di questo aspetto per ora si è parlato poco. Rischia però di diventare ben presto il problema centrale. E così, passata la sbornia delle prime mostre, si alzeranno gli alti lai del Pio, di nome e di fatto, Baldi, presidente della Fondazione Maxxi. Già vediamo il titolo: “Non abbiamo più soldi, neanche per pagare la luce”. E di luce nel Maxxi sembra ne servirà parecchia. Non rimane che attendere, per essere speriamo smentiti o fare invece per l’ennesima volta, controvoglia, le cassandre della scena capitolina.