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Ecco perché allearci con la Cina non è nemmeno conveniente

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Eventi di scala mondiale hanno più volte messo alla prova nel XXI secolo la sicurezza delle democrazie occidentali, spesso con esiti drammatici: epidemie a larghissima diffusione provenienti a ondate dalla Cina (Sars 2002-3; influenza suina 2008-9; Mers 2012; Coronavirus 2020); vari attacchi terroristici anche di grandi dimensioni (attentati dell’11/9/2011 negli Stati Uniti; assalti a treni e metro a Madrid 2004 e Londra 2005; azioni in Francia del 2015: Charlie Hebdo, Bataclan); vasti e continui spostamenti di popolazioni verso Europa e Stati Uniti a seguito di guerre, carestie, miseria. 

Tuttavia fino all’odierna tragica esplosione virale le questioni di sicurezza non hanno intaccato il paradigma concettuale della globalizzazione: scambi commerciali e finanziari condotti nella massima apertura; attività produttive diffusamente delocalizzate; organismi internazionali investiti di crescenti funzioni e poteri; viaggi al massimo storico. Da un lato frontiere e poteri statuali – che nella difesa del territorio trovano storicamente la propria essenza – hanno perso valore ideologico e pratico; dall’altro il nomadismo cosmopolita, che si autodetermina in una prospettiva di minimi vincoli comunitari, è divenuto il carattere costitutivo dell’epoca.

Domani, dopo la pandemia, le posizioni saranno ribaltate. La sicurezza, nelle sue diverse declinazioni, già ora è un tema primario e ancor più lo sarà in futuro. Ma la sua applicazione è un affare in larga misura nazionale: gli Stati diventeranno di nuovo il soggetto principale anche in Europa (già lo erano in Asia e negli Stati Uniti di Trump). La globalizzazione ne sarà colpita e ripiegherà: molte produzioni torneranno a casa, nei Paesi d’origine; le filiere produttive che hanno incidenza sullo status di potenza in vario modo finiranno sotto la tutela degli Stati; gli organismi internazionali, già in declino, vedranno diminuire legittimazione e appeal ideale; la visione  cosmopolita, che si è rivelata inerte e incerta di fronte di fronte alle questioni cruciali degli ultimi anni, resisterà in ambiti circoscritti (finanza, organizzazioni della solidarietà) ma non sarà più il pensiero mainstream; molti spezzoni di classe dirigente convertiranno la propria lealtà: meno Soros, più Orban.

Anche i rapporti di potenza scontano condizioni nuove. L’ascesa della Cina incontrerà rilevanti ostacoli: all’interno erosione del comando autoritario di Xi, indebolito dagli errori nella gestione della pandemia (incertezza minimizzante all’inizio; rimbalzi imprevisti dei contagi proprio quando erano dichiarati conclusi), e possibile ripresa degli scontri dentro il partito; all’esterno commerci in contrazione, export ridotto, più controlli degli Stati sugli asset economici. Fare la fabbrica del mondo sarà più difficile e meno accettato. Inoltre il ritardo reticente con cui sono state distribuite le informazioni relative alla pandemia ha ferito molti Stati amici (Iran, Pakistan, Russia) e muterà, nel dopovirus, il quadro dei rapporti politici in gran parte dell’Asia. Diffidenza dei partner e calo delle risorse disponibili daranno uno stop (o quasi) al progetto di espansione strategica imperniato sulla Via della seta. Gli Stati Uniti, la cui economia è basata sul mercato interno, subiranno meno danni dalla riduzione degli scambi e potranno aumentare la propria leadership tecnologica. Il conflitto con la Cina sarà ancora il tema dominante e forse si accentuerà nel momento in cui la crisi rende chiari a ciascun contendente i punti deboli dell’altro. Il focus sarà la tecnologia digitale cui la reclusione da virus – accentuando usi, addestramento, innovazioni – ha dato grande spinta: reti, infrastrutture (dove gli americani punteranno alla massima autonomia), dati concentreranno gli scontri e si può persino immaginare, per motivi di sicurezza, una divisione per aree geografiche di Internet. 

La Russia, che fonda la sua forza materiale su due settori (energia e armi) resistenti a ogni crisi, troverà uno spazio di manovra più ampio sia per l’evoluzione del conflitto sino-americano (Pechino meno assertiva in Centro Asia, Washington forse meno rigida per evitare di trovarsi esposta su due fronti) sia per la crescente fragilità di molte potenze regionali. Fra queste si nota l’Europa che cumula vari punti di debolezza: evapora, con la riduzione degli scambi globali, la strategia degli avanzi commerciali come base dell’economia e collante comunitario; scricchiola, con il suo pletorico apparato di regole inadatto all’emergenza, l’architettura dell’Unione che da trent’anni (riunificazione tedesca, Maastricht) è l’orizzonte mentale delle classi dirigenti europee; aumenta nella crisi la divergenza fra gli Stati membri: guai seri per i debitori, più sostegni (vantaggi competitivi) per le industrie degli Stati con molte riserve disponibili; riemergono, quasi senza travestimenti, i confliggenti interessi nazionali e risorge, acuito dalla fuoriuscita inglese, l’antico scontro tra Prussia e Francia per la supremazia continentale.

L’Italia, guardata con sospetto in Europa e immersa in un pericoloso transito verso la Cina, corre rischi gravi.     

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