Ecco perché Berlusconi ha rovesciato il tavolo
19 Novembre 2007
di Redazione
“Era già tutto previsto”. Recitava così il testo di una bella canzone di Riccardo Cocciante. La si potrebbe riesumare al cospetto degli attacchi a Silvio Berlusconi da parte dei suoi alleati dopo la mancata caduta del governo Prodi in Senato. Glielo avevano esplicitamente promesso, ognuno a modo suo, Fini, Casini e persino Bossi attraverso le parole di Maroni (ma anche di Calderoli): fino al 14 ti lasciamo fare. Dopo, se non ci riesci, te la faremo pagare! Nel frattempo le cose, se è possibile, sono ancora peggiorate. Alcune vicende dal forte sapore personale hanno contribuito ad avvelenare il clima e, in alcuni casi, a portare la discordia sul piano privato.
In astratto tutto questo ci può stare: se si pone una mozione di fiducia, non ci si può indignare se, una volta fallito l’obbiettivo, ci sia chi presenta il conto. Se dal piano dei riflessi condizionati e dei risentimenti personali si passa però a quello della politica, mi sembra che gli alleati – e Fini in particolare – stiano interpretando una linea che rischi di ritorcersi contro di loro.
Torniamo ai fatti. L’alternativa alla strategia seguita con compattezza dalla Casa delle Libertà in Senato sarebbe stata quella di non ritirare gli emendamenti per costringere così il governo a porre la fiducia. In tal modo ci si sarebbe esposti senz’altro in misura minore ma, con altrettanta sicurezza, il governo si sarebbe fatto assai meno male. La lunga maratona, infatti, se non è servita a portare allo scoperto il drappello di parlamentari pronti a staccare la spina all’esecutivo, ha evidenziato la condizione preagonica di quest’ultimo. Ha messo sotto i riflettori gli abissi di questa finanziaria: misure senza coperture, soluzioni da socialismo reale che affosseranno la pubblica amministrazione per generazioni, provvedimenti in grado di stravolgere il diritto civile assunti con insostenibile leggerezza. E poi, ha consentito a Dini e Bordon di “smarcarsi” dichiarando a chiare lettere che la vita del governo volge al termine. Certo, in altre occasioni i due si sono espressi nei medesimi termini. Per la prima volta, però, lo hanno fatto in aula, istituzionalizzando così il loro dissenso e chiarendo che l’esecutivo si trova in balia di ricatti paralleli ma convergenti, che inevitabilmente producono una politica schizofrenica.
Di fronte a questo quadro, la reazione degli alleati sta peccando di meccanicità, perché nel momento in cui si accusa Berlusconi di condurre un’opposizione senza politica, paradossalmente è proprio la politica che viene messa da parte. Nessuno infatti – nemmeno il più acerrimo critico di Berlusconi – nega che egli, una volta di più, abbia interpretato con generosità persino eccessiva il sentimento prevalente tra gli elettori del centro-destra. La marea di firme raccolte durante il week-end per “il voto subito” lo attestano. Fini in particolare, invece, non ha resistito al riflesso pavloviano e ha messo “sotto processo” il leader di Forza Italia. E così facendo lo ha portato a rovesciare il tavolo e ad annunciare la nascita del nuovo Partito del popolo italiano.
Fini e compagni, con le loro critiche, stanno concedendo gratuitamente questo pronunciamento di popolo al solo leader. E, con la loro polemica, stanno sottolineando che l’unico a far davvero qualcosa per provocare la caduta di Prodi è stato proprio Berlusconi.
Di fronte a queste argomentazioni gli alleati ribattono che la sua opposizione sarebbe di marca aventiniana. Ma dimenticano di aggiungere che margini di trattativa con questo governo non ve ne sono: né sulla legge elettorale né su altro, perchè la sua arroganza è innanzi tutto conseguenza della sua eccessiva debolezza.
Non v’è dubbio che ora, dopo questa prova di forza, giunge il tempo della politica e persino quello della trattativa. Ma questo tempo non può essere alternativo alla necessità di continuare la lotta – la più dura possibile – contro questo esecutivo e la sua legge finanziaria che – lo ricordo per inciso – non è ancora definitivamente approvata. Perché, se trattativa dev’essere, essa dovrà coinvolgere, innanzi tutto, i settori moderati della maggioranza ormai in rotta con essa, portando sul terreno esplicito dei programmi e delle iniziative comuni ciò che, inevitabilmente, fino a ieri era rimasto confinato nelle segrete stanze. E poi, se la politica realmente richiederà di trattare anche con gli avversari, ormai bisognerà guardare soprattutto verso Veltroni, scavalcando Prodi per accelerarne la fine politica.
Una linea di lotta e di trattativa, dunque: Berlusconi dev’essere in grado di interpretarla senza spaventarsi al cospetto dell’ira degli avversari. E’ il solo modo per recuperare anche, non certo a ogni costo, l’unità della coalizione quando si accorgeranno che per la loro fronda non ci sono più spazi. La politica, infatti, nella sua più nobile accezione è l’arte d’interpretare e guidare i sentimenti del popolo. Non quella di ignorarli e, ancor meno, di soffocarli.
